IL COMMENTO

Se tornasse Baffone con la sua scarpa...

Il lancio in campo di una scarpa, inelegante manifestazione di insofferenza e protesta, per alcuni decenni ha plasticamente sintetizzato l’animo del tifoso. Ne era ideatore ed artefice Vincenzo Scaleia, storico ferroviere, meglio e super conosciuto come Baffone. Zi’ Vicienzo - come potevano chiamarlo solo quelli a cui voleva bene - era lestissimo a interpretare le invocazioni della platea del Vestuti, materializzandole, appunto, nel lancio di una sua pesante ed appuntita calzatura. Seguiva la partita della Salernitana senza mai prendere posto a sedere. Rimaneva appiccicato alla rete di recinzione della tribuna. Si muoveva in sincronia con il guardalinee posizionato a pochi metri da lui. Non si faceva pregare per ricoprirlo di ingiurie, nel patriottico scopo di condizionarne gli sbandieramenti. E quando qualcosa non gli andava a genio, lasciava partire la scarpa all’indirizzo del malcapitato. Purtroppo, Baffone spesso era obbligato a scegliere come obiettivo anche la panchina della Salernitana, senza disdegnare quella avversaria, osteggiata come da didattico protocollo del tifoso dell’epoca. Contro i suoi colori si avventava con malcelato imbarazzo, spinto da qualche scelta non condivisa del mister. Per un buon ventennio, quello a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, il rito del lancio della scarpa veniva celebrato con estemporanea religiosità. Se in campo il giocattolo granata non funzionava, la scena era tutta di zi’ Vicienzo. La scarpa ritornava al legittimo proprietario, pronta ad essere rilanciata, per la solerzia di qualche raccattapalle o per l’ossequio che il masseur Bruno Carmando doveva all’anziano capopopolo. Questo lungo e, spero, non ingombrante preambolo per porre una domanda: avrebbe bisogno addirittura di un calzaturificio oggi il nostro eroe dei tempi andati? D’accordo, il lancio di una scarpa dagli spalti dell’Arechi richiederebbe maggiore potenza e precisione se raffrontato a quello più genuino e viscerale che aveva per teatro il Vestuti. Ma godrebbe del propellente offerto (e non gradito) dai signori che oggi vestono il granata. Lo stadio Arechi è diventato terra di conquista. Cinque delle ultime sei partite si sono chiuse con una disfatta. Questi numeri non trovano riscontro nemmeno nell’epopea del Vestuti, quando pure non mancavano gli scivoloni. Il dibattito sulla Salernitana si dipana in due matasse, entrambe sufficientemente ingarbugliate: una tecnica e l’altra strategico-politica, che genera la prima. La crisi di risultati, evidenziata dagli ultimi mortificanti insuccessi interni, sorprende solo per l’impegnativa campagna di rafforzamento (?) effettuata nella prima fase del mercato. Lo sforzo economico sostenuto dal club, specie in funzione di ingaggi abbastanza alti, avrebbe dovuto tradursi in un rendimento più o meno elevato. Si è invece avuta la conferma di una formazione troppo rabberciata, affidata a due tecnici incapaci, uno dopo l’altro, di determinare una coesione tattica minimamente produttiva. E’ il calcio, amici carissimi. Laddove non è semplicemente il calcio è nella stanza dei bottoni. Intorno ad una scrivania si pianifica in funzione di un obiettivo da centrare. Qual è quello dell’attuale proprietà della Salernitana? Pare semplicistico risolvere il dilemma sentenziando che non si vuole arrivare in alto, al di là degli oggettivi paletti regolamentari. Al tempo stesso non si colgono segnali di una forte volontà tesa a cercare il massimo, se si esclude la già citata regalìa di ottimi ingaggi. Il rompicapo rimane lì, intatto e apparentemente ineliminabile anche di fronte alla moderata offensiva del signor governatore che da sindaco fu mentore del sor Lotito. Sullo sfondo, rimane la desolante consapevolezza di una società troppo lontana dalla città. Se c’è un rilievo da muovere alla proprietà è proprio di aver messo cent’anni tra la Salernitana e la sua gente. Addirittura nell’anno del Centenario!