SERIE B

Salernitana molle in difesa, ora l’incubo Donnarumma

Problemi per Mantovani in vista del match di lunedì con la capolista Brescia

SALERNO - Cinquantasei anni (fa) tra pochi giorni. Il 28 aprile del 1963 è una data scolpita nel cuore e nell’animo d’ogni tifoso della Salernitana, anche se in pochi ne hanno la memoria nitida di chi l’ha vissuta, quella giornata in cui il calcio si mischiò al sangue. E alla morte. Strappando alla vita Giuseppe Plaitano, all’epoca 48enne, marito e padre, innamorato della maglia granata. Domenica pomeriggio di primavera d’un tempo che torna presente, specie adesso che nella clessidra restano gli ultimi granelli di sabbia prima dell’ormai prossimo Centenario del 19 giugno: Salernitana-Potenza. Di quel giorno, che segnò la storia del calcio all’ombra del Castello d’Arechi, ha (ri)parlato, a distanza d’oltre mezzo secolo, Oliviero Visentin, involontario “protagonista” dell’episodio da cui scaturì il finimondo. L’ha fatto nella sede del Club Mai Sola, presieduto da Antonio Carmando, dove assieme ad altri due ex granata, Antonio Capone e Raffaele Novelli, è stato ospite del primo appuntamento d’un ciclo dal titolo “Verso il Centenario”. Nel corso del dibattito, moderato da Saturnino Mulinaro e con la presenza del poeta Alfonso Gargano, l’allora calciatore della Salernitana ha rivissuto il pomeriggio folle del ’63. «Non dimenticherò mai quei momenti - la testimonianza di Visentin -. Perdevamo 1-0, sul finire della partita venni atterrato in area di rigore. L’arbitro, però, lasciò giocare. Quel fallo non fischiato scatenò l’inferno». Partì un proiettile vagante, esploso da un rappresentante delle forze dell’ordine, che colpì e uccise Giuseppe Plaitano ch’era in tribuna. Così, il 28 aprile del 1963 è una data che cambiò la storia del calcio, in Italia e a Salerno.

Sabato Romeo