SERIE B

Per la Salernitana il Cittadella è un modello lontano

Costi bassi e zona playoff in una città con meno abitanti di un Arechi gremito

SALERNO - «Salerno non è Cittadella», si dice a quei calciatori che spesso - ipse dixit - dimostrano di «non aver capito dove stanno giocando». E a voler proprio essere garbati, i più sensibili, ma pure calcisticamente attenti, aggiungono a mo’ di chiosa: «Con tutto il rispetto per Cittadella...». Ché poi, sì, ce ne vorrebbe tanto, di rispetto, verso una realtà che dà lezioni di progettualità da più d’un decennio, dopo essersi affacciata alla serie B per la prima volta all’alba del 2000, grazie a una finale playoff vinta sul Brescello. Lo chiamavano Cittadella Padova, perché proprio al capoluogo di provincia dovette chiedere ospitalità, questo club emergente ed espressione d’un comune d’appena 20mila anime, più o meno quanti spettatori farebbe l’Arechi se in questo campionato la Salernitana fosse in lotta (almeno) per un po’ di gloria anziché per un anonimato ormai tendente all’ansia più che ai sogni. Eppure, negli anni, la società veneta non ha mai perso la sua identità, anche quando era “in fitto” all’Euganeo, location d’una delle più spettacolari e rocambolesche partite della storia del cavalluccio marino, il pareggio per 4-4 tra le formazioni di Glerean e Zeman. C’è terra fertile lì dove scorre il Brenta. Dal 2007/2008, quando il Citta (ri)conquistò un posto tra i cadetti dopo il successo nella post season sulla Cremonese, nello stesso anno in cui la (vecchia) Salernitana trionfò nell’altro girone di terza serie già nella stagione regolare, i granata del Veneto si sono consolidati come una certezza della B, con una sola retrocessione, cui è seguita un’immediata promozione dodici mesi dopo, e tre partecipazioni ai playoff per la A, una costante nelle ultime due stagioni.