Le condizioni di Ventura «Avanti con un progetto» 

L’allenatore sul suo futuro: proseguo se la società vuole essere protagonista

«Proseguo la semina se la società decide di seminare». Mezz’ora dopo il più bruciante dei triplice fischio, quello che ha trasformato in incubo il sogno d’una notte di una surreale mezza estate, mister Gian Piero Ventura prenota un posto per l’anno che verrà. Parla da «esterno», lo ripete a più riprese, ché è «in scadenza di contratto». Eppure vuol restare, società permettendo. «Un anno fa non sono venuto per un progetto, ma per una ricostruzione», racconta l'allenatore, alla stregua d'un volontario che ricorda l'approdo in una contrada lambita dal terremoto. Eppure «oggi ha più senso parlare di progetto, più che di ricostruzione». Tutto dipende dai patron: «Se il progetto verrà portato avanti, s'affronterà il problema con un accordo con la società, ma in base ai desideri, alle possibilità e alle ambizioni». Il trinomio della "fase 2" della Salernitana post-Covid.
La Salernitana del sogno sfumato, il mister la lascia con le mani nelle tasche, l’incedere lento e rassegnato, lo sguardo spento e fisso sull’erbetta dell’Arechi, su quel grande prato verde dove (non) nascono (più) speranze. Sono trascorsi quattro minuti dalle 23 quando Ventura, solo e pensoso, sparisce per primo dal terreno di gioco orfano di gran parte dei suoi uomini, che per buona parte del match nessuno ha visto. Nel kafkiano deserto dello stadio col nome da principe, nell’inedito silenzio di via Allende. Novecentonovantuno giorni dopo, l’ex ct tiene la testa bassa, ché forse i sediolini bianchi e granata assomigliano fin troppo alle poltroncine di quel Meazza, e quello che un tempo chiamavano “mister Libidine” se le ricorda ancora, le facce incredule di quei milanesi vestiti d’azzurro, che per primi rinunciarono alle notti magiche. E forse, mentre fissa i ciuffetti d’erba a terra, il tecnico ligure rivede pure le facce illuse al di qua delle mascherine, quelle dei salernitani assembrati attorno al bus, prima d’una partita che non avrebbero manco visto. Prima dei playoff annusati appena, ora che la “V” di Svezia ha lasciato il posto alla “P” di Spezia. «Abbiamo incontrato una squadra più forte di noi - dice Ventura - e abbiamo fatto quello che potevamo fare». Il racconto della Salernitana autolesionista, quella dei «due episodi clamorosi», che sono l'uno a uno nella zona Cesarini del primo tempo, «quando avevamo la palla tra i piedi e mancavano trenta secondi». Quella del cartellino rosso rimediato da Maistro, «espulso quando stavo per sostituirlo». Insomma, «se di fronte a una squadra più forte regali episodi così, diventa tutto più difficile», commenta l'allenatore, che alla fine del campionato snocciola i limiti dei suoi ragazzi: «Tutto il rispetto per i nostri giocatori, ma l'organico dell’Empoli, del Frosinone e della Cremonese sono nettamente superiori». E lo è pure «quello del Pordenone, non sul piano della qualità, ma in termini di mentalità, perché è reduce da campionati vincenti».
Quelli che l’ex ct vuol fare in fase 2. L'era delle «ambizioni», quelle che «non ci potevano essere quando sono venuto», Quelle che l’ex ct, dopo l’ennesimo sogno sfumato, vuol centrare ora. «Quando sono venuto, nessuno ha mai parlato di serie A. Ambizione vuol dire essere protagonista, giocare per vincere, vivere perennemente nelle zone alte, se non altissime, della classifica. Queste sono le ambizioni». Il tecnico ripete: «C’era da costruire qualcosa e credo sia stato ricostruito. Credo ci siano i presupposti per seminare su un terreno fertile». Quell’erbetta fissata al termine della rovinosa caduta delle stelle. Dell'ennesimo sogno accarezzato. Quello che a Salerno “non basta più”, come il tormentone di un’altra estate tormentata. Per un punto. Per un goccio. «E se mi dai solo un goccio - continua la canzone - che rimango a fare?». Chiedetelo a Ventura...
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