La passione di Yusuke Dal lontano Giappone canta “Io ti voglio dire”

Pensare che ci sia qualcuno pronto a far esplodere quel grido “Io ti voglio dire...” a Pordenone è sorprendente, pensare che ci sia qualcuno che lo canta in Giappone, dall’altra parte del pianeta, è...

Pensare che ci sia qualcuno pronto a far esplodere quel grido “Io ti voglio dire...” a Pordenone è sorprendente, pensare che ci sia qualcuno che lo canta in Giappone, dall’altra parte del pianeta, è una cosa da pazzi, è una cosa da sangue granata. Ebbene sì, questa è una storia pazzesca, di una passione senza confini, è la storia di Yusuke Mori, un ragazzo di 33 anni che nel 2008 è arrivato in Italia per studiare la lingua e si è ritrovato travolto da un mondo che porta ancora nel cuore. Yusuke vive ad Hamamatsu, poco distante da Nagoya dove è nato, al calcio d’inizio di Pordenone-Salernitana forse avrà appena cenato perché saranno passate le 21. «Voglio la serie A, dobbiamo crederci, adesso c’è questa speranza, voglio vedere “la granata” (la chiama così) in A vincere contro il Napoli», dice perché la scaramanzia dalle sue parti non sanno neanche che cos’è. Così Yusuke racconta la sua passione, senza filtri, è un fiume in piena, si sente salernitano d’azione: «Sono arrivato in Italia per studiare, ho scelto Salerno perché tanti giapponesi ci sono stati e mi hanno sempre parlato di una città molto bella. Ho frequentato una accademia italiana per un anno in città e dalla prima volta all’Arechi non l’ho più lasciato - continua il 33enne -. Era la squadra di Merino e Di Napoli, non la dimenticherò mai, così come lo stadio. In Italia sono stato in tanti posti e ho visto tante partite ma i tifosi della Salernitana erano qualcosa di incredibile, i più caldi, non potrò mai dimenticare i cori, “io ti voglio dire...” oppure “state tutti attenti che”». Yusuke riesce ancora a parlare bene e farsi capire in italiano, nonostante, come lui stesso ammette, al momento la lingua non gli serve per il tipo di lavoro che svolge, nella città dove ha sede la Suzuki. «Quanto vorrei ritornare all’Arechi, vorrei tornare nella Curva Sud», racconta. Un’altra curiosità: durante un suo viaggio in Svezia ha portato la sua sciarpa granata al Rasunda stadion, lo stadio che ha ospitato la finale del campionato del Mondo del 1958 tra Svezia e Brasile, stadio demolito nel 2013. Segue i granata costantemente, la sconfitta con il Monza non lo ha destabilizzato, anzi, «pensiamo a Pordenone», dice con una immediatezza disarmante, come se stesse parlando in un bar di via Mercanti e invece è ad oltre 9mila chilometri, in un altro continente ma con il cuore che canta: “Io ti voglio dire...”.
Marco Rarità
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