L'EMERGENZA EPIDEMIA

Coronavirus, mese infinito senza calcio: la “fase 2” in stadi vuoti

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SALERNO - È trascorso un mese ma sembra un anno. O forse una vita. Era il 9 marzo quando questo virus-killer, che spara con il silenziatore e senza neppure mostrarsi mentre ti punta l’arma al cuore, dava il triplice fischio al calcio italiano. In un lunedì surreale, day after del “folle” esodo dal Nord che aveva reso la stazione di Salerno capolinea della paura, il pallone rotolava per l’ultima volta. Lasciando di sé poche immagini confuse tra le prime file ai supermercati e un decreto per “chiudere il Paese” in fase d’elaborazione. Avanzi d’istantanee di stadi già deserti per l’obbligo di porte chiuse: uno steward con l’amuchina al seguito sulla tribuna del Romeo Menti di Castellammare di Stabia, casa “in fitto” quest’anno della Cavese che affrontava il Potenza in un anomalo posticipo pomeridiano, e poi - dalla C alla serie A - Ciccio Caputo che segnava con la maglia del Sassuolo e mostrava un cartello ch’è già storia: «Andrà tutto bene, restate a casa», pennarello nero su carta bianca e senza neppure l’arcobaleno.

Fin qui, va detto, non è andata bene per nulla, e lo sport, tutto, non solo il calcio, è stato inevitabilmente sacrificato sull’altare d’una tragedia che chissà quando vedrà scorrere davvero i titoli di coda. E così lo sfondo dello stadio Arechi, che principesco anche se chiuso a doppia mandata mostrava il suo volto esterno mentre a pochi metri dall’ospedale Ruggi di Salerno decine di camion si preparavano per la costruzione-lampo d’un “reparto anti-Covid” (da finire in dieci giorni lavorando giorno e notte), diventa quasi metafora d’una battaglia ch’è molto più d’una partita. Un segno dei tempi che resterà indelebile comunque vada.

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