L'INTERVENTO

Centenario Salernitana, il significato di una festa sociale

Eravamo agli inizi degli anni ottanta e chi scrive fu incaricato, per conto di un settimanale locale, di prendere contatto con i vari club granata della città, dove i tifosi si apprestavano ai festeggiamenti per gli imminenti campionati europei di calcio. Fu la scoperta di un mondo fino ad allora ignoto, il mondo dei tifosi accaniti, quelli che trascorrono le giornate a preparare le partite, le feste, le ricorrenze, gli striscioni, insomma, il cosiddetto tifo organizzato. E non stiamo ovviamente parlando delle frange estreme, dei violenti, dei guerrieri, parliamo dei tranquilli padri di famiglia, degli umili lavoratori, dei disoccupati, di persone che spesso nel tifo e nella vicinanza al mondo del pallone, trovavano e trovano, ancora oggi, la ragione di vita, le motivazioni per organizzare le giornate. In queste settimane di frenetici preparativi per i cento anni della Salernitana, con la città che si è addobbata dei colori della squadra del cuore, sono tornati in mente quei momenti, allora dedicati agli europei e agli azzurri. Sono trascorsi circa quaranta anni da allora, ma davanti alla scena di Ciccio Rocco che impartiva ordini ai ragazzi che montavano, arrampicati sullo stadio di Piazza Casalbore, lo striscione di 25 metri, il tempo non sembrava trascorso. Tutto è come allora, gli addobbi creati con sottili striscioline tese fra i palazzi, che vibrano e frusciano a causa del vento tipico di una città di mare, le misteriose scritte cubitali sui balconi, i gagliardetti ai semafori, il fervore, nonostante lo scampato pericolo della retrocessione, ai rigori e all’ultima partita. In più, rispetto ad allora, il grande tam tam sui social, che allora ovviamente non esistevano, ma per il resto nulla è cambiato. È amore, è tifo, e non si guarda in faccia a nessuno, alla razionalità, alla crisi, al caldo di questi giorni, ai luoghi più sacri della città, con cartelli e scritte colorate (rigorosamente amaranto) anche davanti al Duomo, in quella tipica contaminazione fra sacro e profano con cui ci ritroviamo spesso a convivere, festa di San Matteo compresa. Siamo davanti alla tradizione, al rito, alla ricorrenza, siamo ai cento anni della Salernitana e di fronte a questi momenti epocali non ci sono atteggiamenti razionali che valgano. Il tifo è emozione, passione, creatività, è fenomeno complesso e bello nello stesso tempo, perché in fin dei conti risponde ad una necessità che tutti abbiamo, specialmente oggi, quella dell’appartenenza. Tutti, vogliamo essere parte di qualcosa, per non sentirci soli in questa società spersonalizzante e scarsamente identitaria, in questo mondo “liquido” fatto di consumatori più che di persone, vogliamo sentirci come gli altri, parte di un gruppo, oseremmo dire di una categoria. Il calcio spesso offre queste opportunità, unico baluardo organizzato di fronte ad una società massificata e incapace per DNA di fare rete e di accogliere. Essere tifosi di calcio, in questo caso della Salernitana, e contribuire ad approntare i festeggiamenti legati ad una importante ricorrenza, offre l’opportunità di sentirsi parte di un gruppo sociale, di legarsi a comportamenti che sono anche quelli dei propri simili, di identificarsi e percepirsi all’interno di una narrazione compiuta e rassicurante.