Se prima bastava avere i soldi per poter assicurare il rispetto degli impegni economici verso i tesserati, la Lega Pro ha adottato anche il limite massimo del salary cap per gli stipendi: dall’esterno può essere percepito come strumento limitativo per una crescita, ma la Lega che organizza la Serie C lo ha introdotto per imporre un rispetto rigoroso dei costi e per impedire che le società facciano il passo più lungo della gamba, e per stimolare i club stessi a cercare anche di produrre utili.
Dalla prossima stagione, la 2026-2027, il salary cap diventa definitivo, e anche la Cavese del presidente Alessandro Lamberti sa che diventerà essenziale confrontarsi con esso, per tenere ancora di più i conti a posto. Ma come può una società come la Cavese creare i presupposti per poter crescere, tenere un salary cap sempre più alto per sperare in un grande rilancio, e al tempo stesso dare a se stessa e alla piazza la potenzialità almeno di restare sempre tra i professionisti? «Quest’anno è stata una specie di “prova”, ma vi dico che quest’anno il nostro parametro sul costo del lavoro era un parametro sfasato. – ha ammesso il presidente – Se fosse stato applicato già dal primo settembre scorso non ci saremmo potuti iscrivere al campionato, perché saremmo stati fuori budget per il ventiquattro per cento, quindi dobbiamo fare meglio. Il salary cap in C sarà obbligatorio, praticamente tu potresti spendere al massimo quanto fai di ricavi, e i nostri ricavi sono dati dalle vendite al botteghino e dagli sponsor. Sarà meglio se ce lo mettiamo in testa».

