LA STORIA

Vicolo della Neve, vi raccconto la favola più bella

Chiude la storica pizzeria: il profumo della memoria tra pietanze e personaggi

Le note di un mandolino e una chitarra percorrono come brividi le stradine e le piazzette della Salerno longobarda e normanna. Ma non sono le note “furiose rampanti” (come le definì lo scrittore Giuseppe Marotta) di “Funiculì Funiculà”, oggi richiamano piuttosto quelle di “Fenesta ca lucive e e mo’ nun luce”, inno alla più triste delle solitudini.
Anche la Principessa Sichelgaita e le sue ancelle dal loro quartiere alto hanno sentito e smesso di ricamare... Le malinconiche note provengono dal portone sbarrato di Vicolo della Neve 24, dove fino a qualche mese fa svettava l’omonima storica pizzeria, forse la più antica d’Italia, 200 anni accertati, ma qualcuno la fa risalire addirittura a metà ‘700. Non aprite quella porta. Al di lá, tra archi, mura e forno in mattoni vive una delle favole più belle della città, destinata all’eternità come i suoi profumi emanati dal celeberrimo calzone con la scarola e altre delizie, la margherita le patate arraganate, la scarola e i peperoni imbottiti, salsicce broccoli, pasta e fagioli, ‘a meveza ‘mbuttunata, ed altri capolavori dell’antica cucina salernitana, resistente ad ogni tentativo modaiolo (per la verità mai effettuato). Niente fritto, tutto al forno servito in tegamini di rame.

Tra i mille personaggi della fiaba-realtà spiccano a nostra personale conoscenza, più meno a partire dagli Anni Cinquanta, il proprietario don Peppino (all’anagrafe Antonio, segreto noto a pochissimi, chissà perché) un brav’uomo con l’aria sempre incazzata; il suo successore Matteo, fresco ottantenne tifoso doc granata al quale per un suo compleanno regalai un olio di Mario Carotenuto ricco di cipolle, carote e sedano; il poeta Alfonso Gatto che magari anche da qui, chissà, trasse ispirazione per i versi di “Alla mia terra” (Scende per i vicoli la stella…) e il pittore Clemente Tafuri che tra una pizza e una scarola, dipingeva volti di modelle ed amici sui tovaglioli ed artistici frammenti di via sui muri, archi compresi. Qualcosa è sopravvissuta alla discutibile idea del proprietario Peppino di scrostare e portar via buona parte degli affreschi. A ruota, per fama e bravura, segue ‘A Pusteggia, rappresentata dal mandolinista e cantante Armandino e dal chitarrista Giovanni, attivi con brevi pause dall’apertura a notte fonda nonostante la non più giovane età. Tra i cavalli di battaglia “O cunt ‘e Mariarosa”, “Fenesta vascia”, “O surdato nnammurato”, “O tram d’a turretta”, “Palomma ‘e notte” e via così.
Fra i tanti silenziosi camerieri emergeva per altezza il pelato Armando, come mi ha ricordato l’amico e collega Enzo Casciello.

Tra la folla immensa di amici frequentatori - ciascuno ricordi i suoi - che siano in eterno riposo o ancora vivissimi. Io, nel diabolico vortice della memoria, vedo a volo d’uccello in bel disordine il Cardinale Renato Martino, il maestro Nicola Fruscione, Romolo Acampora, Gigino Del Pizzo, Antonio Vitolo, Massimo e Manuela Fabbricini, i calciatori Valese, Iacovazzo, Settembrino e Scarnicci, Pino e Serena Adduci, Felice Marotta, Mario Compagnone, Umberto Inverso, Gino Liguori, Gianfranco e Marisa Coppola, Gaetano Giordano, Edoardo Scotti, Claudio Tortora, Aniello Salzano, Michele Ragosta, Augusto Strianese, Alberto e Angelo Clarizia, Vincenzo Napoli, Angelo Scelzo e mia sorella Annamaria.
Un caso particolare: mia sorella usciva di sera tre o quattro volte all’anno soltanto per andare al Vicolo. Altrimenti il marito Tonino, io o mia nipote Angela col marito Alfonso avevamo l’obbligo di portarle mentre dormiva un calzone con la scarola, talvolta mangiato anche freddo alla sveglia, ovvero alle cinque del mattino o anche prima. Un pezzetto andava a Rassel che lo pretendeva abbaiando, a conferma della universalità del calzone. Da citare doverosamente anche i fedelissimi buongustai provenienti da Roma, Napoli e Torino: Antonio Ghirelli, Massimo e Manuela Fabbricini, Roberto Rosseti, Valerio e Marosella Caprara e Giovanni Cerruti. Tanti altri si agitano nel momentaneo dimenticatoio dell’ottantunenne un po’ rincoglionito che sono.

Matteo e il figlio Raffaele pare siano disposti a vendere e gli aspiranti acquirenti non mancano, tutti pronti a giurare che non cambieranno niente, nè sale e salette nè pietanze. Si vedrà. Intanto qui non mi piace lanciare accuse a chicchessia, come pur si potrebbe e dovrebbe, per questo bel pezzo di storia della nostra vita che fisicamente non c’è più. Sparare sulla Sovrintendenza, sul Comune o sulla Regione sarebbe un esercizio inutile. Non scendono in armi neppure guerrieri come il Principe Arechi e Roberto il Guiscardo col cognato Gisulfo, Ruggi d’Aragona e altri millenari protagonisti delle nostre glorie. E la Scuola Medica Salernitana, prima Università di medicina del mondo, sospende le lezioni su proposta dell’autorevole Trotula De Ruggiero. Preferiscono anche loro il profumo della memoria, più intenso persino di quello delle polpette al sugo. Transit gloria mundi, c’est la vie… Ma non per noi. Noi continuiamo e continueremo imperterriti a cantare col vecchio Armandino l’allegra rampante “Funiculì Funiculá”… Augh! .