Giuseppe Ungaretti

GRANDE GUERRA

Ungaretti, lettere dal fronte

Sulla rivista “La Diana” lo scambio epistolare con Marone di Monte San Giacomo

Nel 1978 presso Mondadori si pubblicò la prima raccolta epistolare, tra il 1916 e il 1918, del fante Giuseppe Ungaretti : sono lettere dal fronte indirizzate alla redazione della rivista napoletana “La Diana” e all’amico Gherardo Marone (1891-1962), che di quella rivista fu tra i fondatori e il principale animatore. Su Marone esistono molti scritti bio-bibliografici, daremo perciò solo notizia della sua nascita argentina, a Buenos Aires, e delle origini familiari a Monte San Giacomo, il piccolo centro nel Vallo di Diano a cui rimase legato per tutta la vita. Diremo di lui, invece, della sua rivista e di un altro intellettuale, suo conterraneo ed amico, Francesco Nicodemo (1888-1914), nato a Monte San Giacomo, morto in giovane età nello stesso paese e oggi quasi del tutto dimenticato. “La Diana”, che ebbe breve vita (1915-1917), è ricordata nella storia della letteratura italiana per aver ospitato scritti dei massimi autori del primo novecento, napoletani e non: Croce e Di Giacomo, ma pure voci di poeti come Arturo Onofri, Umberto Saba , Clemente Rebora, Camillo Sbarbaro, e di futuristi tra cui Buzzi, Govoni, Carrà, Soffici e Marinetti; altro primato e merito letterario della rivista fu quello di aver pubblicato, in anteprima, alcune poesie del libro di esordio di Ungaretti, “Il porto sepolto”. Nata sotto il segno dell’anti- dannunzianesimo e delle avanguardie, mosse, la rassegna mensile di Marone, decisa, dopo le incertezze dei primi numeri, nell’intento dichiarato di sprovincializzare la cultura nazionale, difatti tra le sue eclettiche e insolite pagine si trova una lirica di Tristan Tzara (n.1-2 , marzo 1917, pag. 14 ) e due di Miguel de Unamuno (n. 8-9, luglio 1915, pag. 161 e n. 11 , agosto 1915, pag. 198), poesie giapponesi di Akiko Yosano e Suikei Maeta, tradotte alcune dallo stesso Marone e da Harukichi Shimoi, professore presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli ed estroverso personaggio, proveniente da una famiglia di samurai, studioso di Dante, legionario fiumano e autore di uno sconosciuto reportage di guerra - vissuta da arruolato volontario tra le fila dell’esercito italiano - pubblicato poi da Marone (“La Guerra Italiana, Impressioni di un giapponese)”, Napoli, Libreria della Diana, 1919 ). Bastano questi pochi tratti a definire l’eterogeneità de “La Diana” e la sua importanza nel clima di innovazione di quel tempo. Del resto Lionello Fiumi , letterato e organizzatore di cultura, che fu anche uno dei redattori della rivista, scrisse, anni dopo: “ ..citare i nomi dei collaboratori della Diana è anticipare un quadro dei valori della letteratura contemporanea”. Lo stesso Fiumi scrisse poi, sul reciproco, fecondo rapporto tra Ungaretti e “la Diana” che “..stimolò fervore per la moderna poesia giapponese. Ungaretti che, dalla sofferta esperienza di guerra, nasceva alla poesia proprio in quel momento, in quell’ambiente trovò, nell’essenzialità dei giapponesi, lo schema che meglio corrispondeva al bisogno di fermare attimi dell’uomo di pena..” ( L. Fiumi, “Il creatore della Diana “ in “Messaggero Veneto” del 20 febbraio 1963). Effettiva o meno che sia stata l’influenza su Ungaretti della poesia giapponese, diffusa attraverso le pagine della “Diana” da Marone e Shimoi, quando noi leggiamo quel suo verso, “Si sta come/ d’autunno / sugli alberi / le foglie”, ci pare di vedere una perfetta pittura zen. Sempre sulla Diana, nel numero di aprile del 1915, Marone pubblicò un breve scritto di Francesco Nicodemo, morto a Monte San Giacomo l’anno prima, nell’aprile del ’14, in seguito a una banale operazione chirurgica; il titolo del brano è “Evoè Giovinezza!”. Oltre che compaesano, Nicodemo era per Marone il modello letterario - da emulare - di una “scapigliata giovinezza”, tutta animata da fervore patriottico ed affascinata dalla guerra, marinettianamente vista come “..sola igiene del mondo”. Nei primi fascicoli della rivista, dal gennaio 1915 e fino all’entrata dell’Italia nel conflitto mondiale, nel maggio, vi furono molti scritti caratterizzati da un accentuato attivismo interventista. Nel numero 4-5, pag. 88, Marone, in una lettera scritta da Monte San Giacomo e pubblicata come presentazione e ricordo dell’amico Nicodemo, così si espresse: “Non per turbare il tuo silenzio, fratello mio, ma per ritrovare la tua anima ho troppo oggi gualcite queste tue pagine ardenti...”. Per cogliere pienamente il clima politico e culturale dei mesi che precedettero l’entrata in guerra, si possono prendere ad esempio le pagine aggressive e irriverenti delle riviste letterarie, prime tra tutte “Lacerba” di Papini e “La Voce” di Prezzolini , o gli articoli violenti dei futuristi e dei socialisti interventisti. Tutti accomunati dal disprezzo per il “vecchio” Giolitti e per i sostenitori del non-intervento, Parlamento incluso. Insomma una eterogenea e rumorosa minoranza. In quel magma apologetico della “giovinezza”, neoromantica e intransigente, si inseriva la poetica di Francesco Nicodemo. Ecco una breve traccia, quando auto-definisce la sua prosa, come volta a “ ..sbeffeggiare la senile impotenza dei molti, cui nel grigiore quotidiano non brucia la divina febbre di superare la comune linea umana,.. ma al lume ad olio tremano a versare il tenue fiato del loro spirito, canticchiando al modo delle rane.. O sempre vigilante spirito di Federico Nietzche, tu dalla tua altezza cantami ancora a satanica gioia le strofe al vento maestrale, spazzatore di nubi; cantami sùbita morte a vecchi e malati ! E’ nella giovinezza la vera ragione d’essere ed essa è fatta così: sradica, spezza, fa impeto, ha gengive sanguigne, denti aguzzi; è colorita, violenta, usa il bulino, l’acquaforte. E’ iconoclasta..”. E’ la stessa lingua usata dai futuristi, che in quella guerra invocata, immane ecatombe, dovettero poi perdere grandi talenti della loro cerchia, Boccioni, Sant’Elia e tanti altri. La stessa rivista “La Diana” cessò le pubblicazioni nel ’17 per il richiamo alle armi di redattori e collaboratori. Dovettero pure in tanti, tra i sopravvissuti, ricredersi sulle sognate sorti magnifiche e progressive dell’Italia, perché lo Stato laico e moderno, giovane e aperto al mondo, non vedrà la luce, ma in sua vece nazionalismi e razzismo prenderanno il comando in Europa, e la “Città Nuova”, disegnata da Sant’Elia nel ’14, non si farà. Per ricostruire il percorso de “La Diana”, è lettura indispensabile, vista anche la rarità dei singoli numeri originali, il volume, con eccellenti apparati critici, di Nicola D’Antuono (curatore), pubblicato nei Quaderni dell’Istituto di Lingua e Letteratura Italiana dell’Università di Salerno: “La Diana: ristampa anastatica”, Cava de’ Tirreni, Avagliano, 1990.