PASSEGGIATE NELLA STORIA

Ungaretti e il Cilento, un amore a prima vista

Novant’anni fa il poeta intraprese un viaggio da Paestum a Palinuro. Lo raccontò nel volume intitolato “Il deserto e dopo”

«Non entrano nei fatti vostri; vi rivolgono di rado la parola, ma non perché timidi o privi d’eloquenza, ma perché assenti in propri pensieri. Ma basta che esprimiate un desiderio, ed eccoli farsi a pezzi per accontentarvi: lo fanno per inclinazione a farsi benvolere, e mi pare ormai civiltà assai rara. Terra ospitale, terra d’asilo!». Così Giuseppe Ungaretti descriveva la gente del Cilento che aveva avuto modo di conoscere, nel 1932, durante un breve e rilassante viaggio che lo aveva portato a Paestum, Agropoli, Pioppi, Velia, Pisciotta, Palinuro e in altre località della Campania, le cui impressioni, sotto forma di reportage, riportò poi nelle splendide pagine del volume “Il deserto e dopo”, esattamente nella terza parte dell’opera, con il titolo di “Mezzogiorno”. A novant’anni di distanza dal memorabile “tour” ungarettiano in questo estremo lembo meridionale della provincia di Salerno, riteniamo sia utile e interessante, oltre che doveroso, ricordare e rileggere le impressioni, ancor oggi emozionanti e attuali, di questo turista d’eccezione. Giuseppe Ungaretti, poeta tra i più grandi della nostra letteratura, è sicuramente meno conosciuto quale prosatore. Tra i suoi pochissimi libri è “Il deserto e dopo”, pubblicato da Mondadori nel 1961, una raccolta di articoli scritti, fra il 1931 e il 1934, quando, ricevuto l’incarico di inviato speciale per “La Gazzetta del Popolo”, compì una serie di viaggi in Egitto, in Corsica, in Olanda e in varie regioni italiane.

La parte terza dell’opera, intitolata “Mezzogiorno”, come detto prima, contiene alcune belle e interessanti pagine sul Meridione e sul Cilento in particolare, scritte in forma di diario, in occasione di un viaggio compiuto nella primavera del 1932. “Elea e la primavera” è, infatti, il titolo del primo articolo. Partito in auto da Salerno, con alcuni amici, alla volta dell’antico sito di Velia, una volta giunto nella Piana del Sele, Ungaretti è attratto dalla visione, per lui insolita, di alcune mandrie di bufale, «brave bestie, produttrici del latte che dà quelle squisite mozzarelle, vanto di questa regione». Dopo la Piana ecco il mare con la visione del promontorio di Agropoli: «E che cos’è quell’alta rupe che ci appare lastricata fino in cima da campicelli come da un’elegante geometria?» chiede il poeta ai suoi amici ciceroni. Poi le pinete, la verde macchia mediterranea della costa ed i secolari, monumentali ulivi “pisciottani” che «sono d’una foglia scura, più scura che in Liguria o in Toscana o in Provenza, e fremendo all’aria, essa mostra un argento pieno d’un’ombra più annosa». E finalmente Velia, la greca Elea, sulla collina dell’odierna Marina di Ascea.

Ungaretti sale sull’acropoli della leggendaria città e, col pensiero che vola ai grandi filosofi che vi abitarono e la fecero grande, come Senofane, Parmenide, Zenone, scrive: «E di te, città disperata, e di voi, primi occhi aperti, o Eleati, non è rimasto altro, se non un po’ di polvere? La vostra forma mortale era bene un’illusione, come tu dicevi, Parmenide; ma la vostra voce, io la sento in questo silenzio: ciò che era materia immortale in voi, è immortale anche in questo mio corpo caduco». Il secondo articolo è intitolato “La pesca miracolosa”. Dopo aver fatto l’elogio del Cilento, che definisce - come meglio riportato all’inizio di questo articolo - “terra ospitale, terra d'asilo!”, Ungaretti sale in barca con gli amici alla marina di Pioppi alla volta di Capo Palinuro, altro sito leggendario di questa bella e nobile terra. Sulla costa alta e rocciosa le torri viceregnali, sentinelle di guardia sul mare, evocano tempi e storie di incursioni e di razzie di pirati e di predoni, di notti insonni, di assalti di vele rapaci, di morti e di rapimenti di giovani vite destinate all’inferno della schiavitù e della sofferenza. La descrizione di Palinuro è da favola: «Di colpo, il mare in un punto ha un forte fremito: è un branco d’anatre marzaiole che si rimettono in viaggio. Sono arrivate sull’alba, e ora che principia l’imbrunire, volano via. Così fuggì quel Dio Sonno sceso a tradire Palinuro mandandolo in malora col timone spezzato. E le onde, ora repentinamente infuriate, le muove forse il nuoto disperato del fedele nocchiere d’Enea? Il Porto di Palinuro ha le casette bianche, e l’ultima è rosa: sembrano sulle prime biancheria stesa ad asciugare. Non ho mai visto acqua di pari trasparenza a quella che scopro avvicinandomi al porto».

Dopo la visita della grotta azzurra, Ungaretti assiste al ritorno dei pescatori ed ascolta il racconto di una pesca miracolosa. Il terzo articolo, “La rosa di Pesto”, parla di Paestum e dei templi. «Il tempio di Poseidone non ve lo starò a descrivere. Dirò solo che, davanti, il timpano e le colonne doriche ci mostrano un travertino come un vetro infiammato: nel cuore della pietra brucia la luce che non consuma, e traspare la sua indifferenza sacra. Ai lati c’è invece il senso tragico del deperire: colonne vuotate dai lunghi anni con i labirinti della carie; e hanno un aspetto di funghi rugginosi, e anche di mummie tolte dalle fasce. Girandogli intorno, l’uomo raggiunge l’ultimo limite dell’idea del suo nulla, al cospetto d’un’arte che colla sua giusta misura lo schiaccia»