LA STORIA 

Tra Campo Marte e le Giubbe Rosse Gatto nella Firenze dei poveri amanti 

«Mi chiedi un parere su Gatto… caro indimenticabile Alfonso… ricordo con molta nostalgia i nostri anni fiorentini… posso dirti che era un intellettuale inquieto e irrequieto, estroso e impulsivo,...

«Mi chiedi un parere su Gatto… caro indimenticabile Alfonso… ricordo con molta nostalgia i nostri anni fiorentini… posso dirti che era un intellettuale inquieto e irrequieto, estroso e impulsivo, randagio, dall’ingegno versatile, capace di misurarsi non solo con la poesia ma con ogni forma di espressione che la cultura potesse offrirgli… critico di letteratura, di cinema e di arte, pittore e incisore, corrispondente politico e giornalista sportivo, traduttore e drammaturgo, cronista di “nera” e di costume, curatore di ogni sorta di rubrica, scrittore per l’infanzia… accanto a tutto questo Gatto, per me, resta uno dei più grandi poeti del nostro secolo… tutta la sua vita è stata un fatto poetico… insomma, un autentico fuoriclasse». Così rispose Carlo Bo, rettore dell’Università di Urbino e grande critico letterario, senatore a vita, in un pomeriggio festivo di primavera di circa quarant’anni fa, ai tavoli del “Biffi”, in Galleria, a Milano. Presente il caro Gaetano Afeltra che aveva favorito l’incontro.
L’arrivo di Gatto a Firenze. Alfonso Gatto si era trasferito a Firenze da Milano, squattrinato al punto che non sempre poteva permettersi di frequentare osterie o trattorie di poche pretese. I suoi due periodi fiorentini (a cavallo della Seconda Guerra e tra il 1958 e il 1961) sono costellati da continui cambi di dimora, dal centro storico alla immediata periferia, ai colli di Settignano, a poche decine di metri dalla tomba di Nicolò Tommaseo e, oggi, di Aldo Palazzeschi. L’amicizia di Vasco Pratolini gli procura una collaborazione al Bargello, il settimanale della federazione fascista diretto da Elio Vittorini (venuto a Firenze a frequentare una scuola politica, di fascismo, e vi diventò antifascista) che aveva aperto le porte ai nuovi scrittori.
Gli anni dell’Ermestismo. Sono gli anni dell’Ermetismo. Per un certo periodo “ermetico” era stato l’aggettivo con il quale non solo il pubblico, ma anche molti studiosi avevano liquidato poeti come Ungaretti e Montale. Col tempo la definizione doveva acquistare un preciso senso critico, qualcosa di estraneo all’arte. Poeti e scrittori avevano sempre rifiutato quell’etichetta scopertamente offensiva, ma quando questa venne dalla censura fascista finirono per considerarla un titolo di merito. Gli “ermetici”, salvo Ungaretti, Montale e Gadda, erano tutti giovani: oltre a Gatto facevano parte del gruppo figure del calibro di Luzi, Bigongiari, Pandolfi , Bilenchi e altri. Diedero un senso alla cultura italiana di quel periodo di grande confusione politica e morale, assumendo un atteggiamento critico molto particolare: mentre da parte fascista si richiedevano impegno e partecipazione, gli “ermetici” opposero indifferenza e una resistenza passiva, creandosi un mondo tutto loro, fittizio e ideale al tempo stesso, in cui si muovevano avendo cura di rimarcare il loro distacco e la loro distanza dal mondo ufficiale. Avevano anche istituito un modo cifrato di comunicare affidato alla scrittura tesa a creare sulla pagina una tensione diversa, opposta alla realtà quotidiana.
Campo di Marte. È quello il periodo della presa di coscienza di Gatto, al tempo della guerra civile spagnola. Il giovane poeta che fino a quel momento si era impegnato per far convivere l’amore per la letteratura e le dure necessità della vita, capisce che il mondo sta per cambiare e che però bisogna cambiare registro. Questa convinzione lo porta alla fondazione di Campo di Marte, accanto a Vasco Pratolini, e per un anno la rivista, generosamente sostenuta dall’editore Vallecchi, diventa una bandiera per quanti credono nella letteratura. Gli “ermetici” e i redattori della rivista erano soliti riunirsi nei caffè vicino all’Università e soprattutto alle “Giubbe Rosse”, ritrovo simbolo e ben presto un mito di quegli anni: un vero e proprio “cenacolo” letterario, una sorta di “convento laico”, il vero centro in cui convennero le voci più alte della letteratura contemporanea. Univa questo gruppo di amici una ferma e identica volontà di isolamento riflessivo rispetto alla moda del tempo, voglia di uscire dal provincialismo, allora dilagante, che aveva isolato la letteratura italiana dal contesto della letteratura europea e ridotto l’arte a pura propaganda di regime.
Le Giubbe Rosse. Il primo numero di “Campo di Marte” esce nell’agosto del 1938. Gatto e Pratolini sceglievano, ordinavano ai loro amici gli articoli e le recensioni. Ognuno portava il suo pezzo alle “Giubbe Rosse”, infatti lì avveniva in gran parte la raccolta dei testi. In redazione, ospitata nella sede della casa editrice Vallecchi, si ricevevano gli articoli che venivano da fuori. Sicché il giornale dal secondo numero si allargò e si aprì alla collaborazione degli amici milanesi, romani. Ben presto “Campo di Marte”, simbolo dell’Ermetismo, si impose all’attenzione dei suoi lettori per la novità stessa della rivista, per il suo caratterizzarsi - come foglio letterario - al di fuori dei consueti schemi tradizionali, per la fede assoluta nella poesia. Ma ciò che contraddistinse la rivista fu anche un certo disagio e isolamento espresso con la polemica, con la riflessione, con la denuncia. Rivista innegabilmente elitaria, nel senso più alto del termine: raggiungeva chi poteva raggiungere.
Il ricordo di Carlo Bo. «Le nostre giornate erano piene, - ricorda Carlo Bo - alle Giubbe Rosse ci si andava a mezzogiorno. Vivevamo quasi tutti in camere d’affitto. Gatto era un meraviglioso compagnone, spesso teneva su il nostro morale, nonostante le tante difficoltà… Alfonso e Montale erano superbi scopritori di osterie e ci pilotavano… certo facevamo anche altre cose (sorride sornione)… frequentavamo con una certa regolarità quelle che allora si chiamavano le “case chiuse”, la “Saffo” e “Il paradisino” erano le nostre preferite. Talvolta si stabiliva con quelle belle giovani un’affettuosa amicizia… frequentavamo le “case chiuse” anche perché erano tra i rari luoghi in cui si stava al caldo, mentre la Firenze di allora aveva le case poco o punto riscaldate, e anche le Giubbe Rosse, certe squallide sere d’inverno, emanavano freddo e umidità… eravamo tutti ansiosi di lasciare da parte la rissosità congiunta dei toscani e dei fascisti… ricordo certe espressioni colorite di Alfonso in dialetto napoletano all’indirizzo dei fascisti… uno spasso!».
La chiusura della rivista. Più volte venne intimato a Gatto e a Pratolini, direttori della rivista, di interrompere la pubblicazione a causa della situazione politica. I fascisti ritenevano Campo di Marte un giornale di fronda, non allineato, e in effetti avevano ragione. In un anno di pubblicazione comparvero diciassette numeri: ebbene, non fu mai nominato, nemmeno una volta, né il Duce né il nome di Mussolini. Più volte Gatto e Pratolini furono convocati alla federazione fascista intimandogli di cessare l’attività della rivista: «Il vostro ambiente - gli dicevano - non ci sta bene, o la smettete o noi vi si fa smettere!». La rivista cessa le pubblicazioni nell’agosto 1939. Nel suo saluto ai lettori (“Congedo provvisorio”) Gatto chiude così il suo pezzo: «È stato un anno della nostra vita che io e Pratolini, più di tutti, non potremo mai dimenticare».
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