PASSEGGIATE NELLA STORIA

Strutt, il Cilento e il diario del “Grand Tour”

L’intellettuale ogni sera annotava sul suo taccuino le esperienze vissute e così fece scoprire una terra ancora “vergine”

Quando non esistevano viaggi organizzati, tour operator o crociere e i soggiorni Erasmus erano impensabili, i giovani europei avevano un solo modo per conoscere il mondo: partire per il Grand Tour. A intraprendere questo particolare viaggio erano rampolli di buona famiglia: neo-laureati, aspiranti politici, artisti, poeti o scrittori che andavano alla scoperta della cultura del loro continente, attraverso la conoscenza delle opere del passato, dei reperti dell’antichità e il contatto diretto con la storia, le tradizioni, i costumi, la lingua e la vita quotidiana delle popolazioni. La meta più gettonata del viaggio era solitamente l’Italia, con le sue innumerevoli bellezze naturali, le tracce di civiltà passate e il numero impressionante di opere d’arte. Le tappe obbligatorie erano Venezia, Firenze e Roma ma c’era chi si avventurava fino a Napoli e oltre, alla scoperta delle rovine di Pompei, ai templi di Paestum o ancora più giù, fino alla Calabria e alla Sicilia e ai segni rimasti della cultura greca.

Tanti i viaggiatori illustri che hanno visitato la nostra penisola ma pochi quelli che hanno lasciato tracce indelebili del loro passaggio, tra i quali Goethe e Byron. Numerosi sono stati anche i viaggiatori che si sono spinti nel Cilento e che hanno riportato nei loro taccuini da Grand Tour interessanti descrizioni dei paesi, dei costumi e della gente delle condizioni di vita del tempo, Nella primavera del 1838 Arthur John Strutt, un intraprendente inglese diciannovenne, pittore e scrittore, compie, accompagnato dall’amico poeta William Guglielmo Jackson, un viaggio a piedi da Roma a Palermo: un’impresa, per quei tempi, davvero straordinaria oltre che un’esperienza di quelle che, alla scoperta di luoghi, popoli e culture, permettono di conoscere soprattutto se stessi.

Per l’intera durata del viaggio, ogni sera, prima di addormentarsi, Strutt annota sul suo taccuino da “grand tour”, sotto forma di lettere alla famiglia, il resoconto della giornata con le impressioni, le emozioni e i commenti raccolti nelle terre e tra le popolazioni del nostro Meridione, allora scarsamente visitate da viaggiatori stranieri a causa dei disagi e dei pericoli che un’esplorazione del genere comportava.

Nel suo itinerario Strutt non ha finalità e preoccupazioni scientifiche, sociali o politiche. Lo interessano il paesaggio, l’ambiente, i costumi e le tradizioni popolari, la singolarità di comportamenti, di forme e di atteggiamenti. Lettere e appunti di questo diario di viaggio verranno raccolti in un volume pubblicato a Londra nel 1842 col titolo “A pedestrian tour in Calabria and Sicily”. Dell’opera, ormai quasi introvabile, è oggi possibile leggere la parte del viaggio da Paestum a Sapri in un volumetto intitolato “Passando per il Cilento” - giunto alla terza edizione - pubblicato da Giuseppe Galzerano, editore cilentano di successo che ha il grande merito di aver riproposto all’attenzione degli studiosi e del vasto pubblico dei lettori opere fondamentali riguardanti la storia, il costume, la civiltà e i personaggi del Cilento.

Da Paestum, dove sono affascinati dalla superba bellezza dei templi greci e accolti da “un pastore irresistibilmente pittoresco”, i due giovani viaggiatori raggiungono Agropoli, dove, però, decidono di non fermarsi: «Un villaggio che sorge su una roccia che, strapiombando sul mare, offre una magnifica veduta della baia di Salerno. I suoi abitanti - avverte però Strutt - sono di origine saracena e non godono di buona reputazione fra i loro vicini».

I due arrivano, quindi, a Castellabate, dove trovano un ottimo alloggio e ricevono la squisita ospitalità del barone Perrotti, che offre loro un eccellente pranzo con le prelibatezze e le leccornie dei prodotti locali: salumi, ortaggi, fritto di pesce, polli arrosto, asparagi «ma anche quaglie arrosto, insalata, formaggi freschi, arance ed eccellenti fichi del paese».

Le tappe successive del viaggio mostrano luoghi e ambienti sempre più chiusi ed emarginati, che accolgono, tuttavia, i due stranieri con la curiosità e l’interesse di chi per troppo tempo è stato tagliato fuori dal mondo: Ascea, con il telegrafo ottico della torre, vanto e mezzo di comunicazione del paese; Pisciotta, dove «trenta o quaranta ragazze (tutte graziose) sono occupate a trasportare sulla loro testa carichi di legna da fornire a due brigantini che dovevano portarla a Napoli»; Palinuro, con il cenotafio del nocchiero di Enea; San Giovanni a Piro, con i suoi tuguri dove gli uomini spesso sono costretti a dividere lo spazio con asini e galline; Capitello, con le misere case dei pescatori e l’abbandonato palazzo contesco dei Carafa della Spina; Sapri, dall’elegante struttura urbanistica, nel cui porto naturale un brigantino francese proveniente da Marsiglia, alla fonda per caricare legname, è testimone dei legami di questa terra con un mondo geograficamente lontano, ma straordinariamente vicino nella cultura e nei sentimenti. Arthur John Strutt dimostra, nella sua opera - splendido esempio di reportage - di essere un acuto osservatore e dispiega una prosa vivace, stringata, fluida e accattivante, alla stregua di un giornalista. La sua opera è una straordinaria e inedita testimonianza di vita oltre che un documento sociologico e culturale del Cilento all’indomani della sanguinosa rivolta del 1828. Arthur John Strutt e il suo compagno di viaggio sono tra i pochi coraggiosi che si sono avventurati nel Sud della nostra Penisola aprendo nuove strade al mondo continentale.