Servillo e il cuore di Napoli «Il dialetto è vera teatralità» 

L’attore in scena con il fratello Peppe e i Solis String Quartet al teatro Verdi «La lingua autentica e gli autori del passato aiutano a capire l’anima della città»

Stendhal definì Napoli «la città più bella dell’Universo». Guido Piovene era convinto che la bellezza di Napoli crescesse di giorno in giorno e la sua è una bellezza tonica: più aumenta la bellezza, più diminuiscono i bisogni. La sua naturale bellezza paesaggistica si accompagna con la sua bellezza interiore, costituita dalla notevole e sterminata produzione letteraria che sulla città si è prodotta in secoli di letteratura, arte e poesia. Su di essa si è, da anni, concentrata l’attenzione critica di Toni Servillo che da stasera sino a domenica prossima porta in scena, assieme al fratello Peppe, al teatro Verdi di Salerno, “La parola canta”, un recital costituito di musica e parole che i due artisti, accompagnati dalla musica dei Solis String Quartet, porteranno all’attenzione del pubblico in un variegato percorso storico e letterario.
Lo spettacolo intraprende un viaggio nell’universo letterario e tematico di Napoli e la napoletanità attraverso intellettuali molto diversi tra loro, da Viviani a De Filippo. Quale barriera gli scrittori napoletani si prefiggevano di abbattere?
Non ci può essere una sola risposta. Mi sento in debito con Napoli, per la grande ricchezza che mi ha donato e che cerco di trasmettere in giro per il mondo nei suoi aspetti più nobili, riflessivi, tragici. Tutto il mio lavoro si alimenta della complessità di Napoli, che è comunque vita. Ho affidato a Napoli e ai suoi autori il racconto dell’oggi e dell’Italia, il dolore del vivere in un tempo e in un luogo di decadenze e corruzioni. Questo è il motivo che, ne “La parola canta”, mi spinge ad unire le voci contemporanee di Borrelli, Moscato e Sovente a quelle dei grandi autori del passato come Eduardo De Filippo e Raffaele Viviani. Le mie radici sono ben ancorate al patrimonio di questa città che è stata ed è tuttora una capitale delle arti.
Che città è Napoli?
Una vera metropoli perché presenta un esperimento sociale tra il centro e la periferia degno delle grandi città del mondo e, allo stesso tempo, è un luogo dove il presente, la storia, la modernitànei suoi aspetti deteriori, non è arrivata.Napoli è ancora una città dove, quando si passeggia, si incontra l’uomoe non un ruolo o un’ immagine. A Napoli c’è ancora il popolo. I napoletani, con somma ironia, sanno trovare il sorriso nel pianto.
Il cuore pulsante del recital è il dialetto napoletano che “esplode” nella letterarietà. Un dialetto che, secondo Peppe Barra, è lingua. Quanta consapevolezza di “essere lingua” vi era negli autori da lei affrontati?
I poeti e gli scrittori, testimoni della città nel passato e nel presente, offrono attraverso i loro testi, un quadro significativo di questa profonda consapevolezza. Abbiamo a disposizione un giardino rigoglioso di creatività. Non ho fatto altro che immergermi nella sostanza verbale degli autori classici e delle voci contemporanee.
“La parola canta” si può definire un ritratto di una città divisa fra l’estrema vitalità e lo smarrimento più profondo. Una città di cui proprio la lingua, nel teatro e nella musica, è il più antico ed autentico segno.
Mi piace citare Truffaut che sosteneva l’importanza delle canzoni, perché aiutano la gente, e faceva dire a un suo personaggio: “Le canzoni dicono la verità. Anche se sono sceme dicono la verità, ma del resto non sono sceme perché non lo sono mai”. E nel caso della canzone napoletana si tratta spesso di autentici capolavori della letteratura musicale mondiale.
La parola napoletana nel corso dei secoli, ha da sempre affascinato numerosi scrittori e poeti stranieri. Si può tracciare un filo rosso che unisca due secoli di studio per giungere anche ad un equilibrato giudizio moderno?
Spesso ho paragonato Napoli a una Comédie Française en plein air, un luogo che possiede ancora la dimensione ideale di una città comunque viva rispetto a tante altre. Riferendosi alla vitalità dei suoi cittadini, un antropologo aveva coniato la felice definizione di comportamento sociale recitato. Tale comportamento, che attraversa come un filo rosso la storia della città, si alimenta della grande ricchezza di una lingua, che è teatrale per eccellenza e che rendiamo protagonista di questo lavoro. A partire dalla lingua, il “nostro” napoletano.
Che valore può avere quest'opera?
Il valore principale del teatro e in parte oggi anche del cinema è quello di assemblea civile, per mettere al centro l’uomo e la comunicazione profonda, favorendo una riflessione sempre più necessaria in un’epoca in cui siamo sempre più circondati da confusione e rumore. Il teatro è quindi un fortilizio della nostra lingua e della nostra cultura e un importante strumento di aggregazione.
Stefano Pignataro
©RIPRODUZIONE RISERVATA