CARTA GIALLA

Sciascia racconta l’Italia trasformista

Lo scrittore siciliano lo denuncia ne “Le parrocchie di Regalpetra”: libro ancora attuale

C’è un morbo italico che si chiama trasformismo, endemico nelle nostre belle contrade. La malattia colpisce sempre, ma soprattutto nei momenti di collettiva amnesia, che periodicamente si manifestano, oppure in occasione di grandi crisi sociali o finanziarie; e colpisce, codesto virus della malattia soprattutto la classe dirigente e, fin dai primi tempi dell’unità nazionale, esponenti di partito, parlamentari (oggi in campo in nome della “salvezza della patria”), nei cui “laboratori politici” il virus fu concepito. In combinazione con la perdita di memoria collettiva, il trasformismo ha prodotto tante angherie e frodi e ingiustizie, che alcune voci fuori dal coro, intellettuali e politiche, hanno negli anni inutilmente denunciato. Tra queste è la voce, talvolta ironica ma sempre onestamente ancorata alla verità dei fatti, di Leonardo Sciascia, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita, che ha denunciato nei suoi scritti la tattica opportunista praticata dal potere statale e da singoli individui, dalle classi alte sino alla media e piccola borghesia, partendo dalla Sicilia, prima e dopo lo Stato unitario, e continuando lungo tutto lo “Stivale”. La denuncia di Sciascia con i suoi “saggi-narrativi” così come quella altrettanto impietosa di Pasolini, sono ancora vive e attuali per chi abbia voglia di intraprendere, per sé, un recupero di memoria storica e di coerenza. Abbiamo per le mani uno dei libri di Sciascia, “Le parrocchie di Regalpetra” (Bari, Laterza, 1956), di cui qualche brano era già circolato su alcune riviste nazionali, come “Nuovi Argomenti” e “Tempo Presente”, la rivista di Silone e Chiaromonte (“Cronache regalpetresi” a. I/ 1 - aprile 1956, pagg.52-55).

“Le parrocchie di Regalpetra”, fu considerato - anche dallo stesso autore - come il suo primo libro, anche se Sciascia aveva già pubblicato la raccolta di prose “Favole della dittatura” (Bardi ed., Roma, 1950), seguito da alcuni saggi e articoli per riviste, pubblicati tra il 1952 e il 1955. Regalpetra, toponimo di invenzione letteraria, è in realtà Racalmuto il paese dell’agrigentino dove Sciascia è nato, l’8 gennaio 1921, dove ha scritto e vissuto e dove è sepolto, ma è anche un altrove, come in quel libro si legge: «Regalpetra, si capisce non esiste. Esistono in Sicilia tanti paesi che a Regalpetra somigliano». Il brano che stiamo per commentare - come del resto tanti altri- è invece esemplare per un’intera nazione, e meglio di ogni discorso può raccontare del nostrano trasformismo politico e ideologico in età contemporanea. Il caso dell’opportunismo dei forti e dei furbi ai tempi dell’epopea risorgimentale è stato materia trattata anche da altri autori del Novecento letterario; basti citare “il Gattopardo” (1958) di Tomasi di Lampedusa e le vicende del libro, che poi hanno dato addirittura origine al neologismo “gattopardismo”, per indicare la capacità di tanta parte della Nuova Italia di approfittare dei cambiamenti per accrescere il proprio potere e le proprie ricchezze. Un altro caso letterario che, per la stessa fase storica della storia italiana, tratta dell’arte furbesca di schierarsi sempre col vincitore di turno, è il libro di Anna Banti “Noi credevamo” uscito nel 1967. Ma la narrazione che meglio rappresenta il trasformismo italiano è nelle parole di Leonardo Sciascia: «I galantuomini con il nuovo governo ci stavano, i produttori e i gabellotti delle zolfare, i borghesi fatti ricchi dal furto dall’usura dagli atti falsi (è incredibile quanta proprietà a Regalpetra è passata da una mano all’altra con falsi atti di vendita o testamentari); ma ci stavano anche signori che il popolo rispettava per la loro onestà e gentilezza, si era perduto il ricordo del modo come la loro ricchezza era stata edificata, il ricordo degli uomini duri e avidi da cui discendevano gli uomini eleganti e svagati, gentili generosi pieni di luminosi pensieri, che parlavano dell’Italia e della libertà».

L’inverosimile capacità di taluni di essere stati dichiaratamente filo-borbonici fino al 1860 e nel 1861, poter vantare antichi meriti risorgimentali, è un “mistero buffo”, che si chiarisce per Sciascia vedendo di persona quel che accadde nell’ultimo dopoguerra: «Mi chiedo com’è possibile che così le posizioni si siano rovesciate, e la risposta mi viene da quello che io ho visto quando il fascismo è crollato, i fascisti nel Comitato di Liberazione, i fascisti che epuravano, gli antifascisti veri sconvolti e pensosi per gli avvenimenti, pietà e pudore li allontanavano dal giuoco delle vendette e delle ricompense, rischiarono di essere considerati fascisti: questo avveniva qui, l’oggetto dell’odio subìto divenne piccolo e vile, il fascista apparve abbietto e implorante, in un vero uomo non poteva che far scaturire pietà, meglio dove il fascista impugnò l'arma ed uccise, si mise al di fuori della pietà». Numerosi nel libro gli esempi, presi dalla realtà storica, di come la moneta falsa possa scacciare quella buona: «Così come ho visto gli antifascisti lasciare ai fascisti i meriti e le vendette che all’antifascismo si credeva spettassero, così penso sia accaduto ai Martinez ai D’Accursio ai Munisteri che a Regalpetra vissero anni di ansia e di lotta per l’unità e la libertà d’Italia: vennero fuori i Lascuda, che negli ultimi anni dei Borboni avevano ricevuto titolo di baroni, i Buscemi e i Napolitano, voracissimi usurai e ladri, e per loro furono i prefetti del nuovo Regno, gli ufficiali di polizia, per loro lo Stato». Con gli anni il pessimismo di Sciascia si accrebbe, ma si accresceva anche in lui la voglia di intervenire, non solo con la scrittura, con l’autonomia del pensiero, e con l’azione politica guidata dalla ragione, sperando di vedere isolati gli agenti dell’italica malattia.

Ma alla fine la scelta di dire pane al pane e vino al vino, sia che si trattasse di mafia e antimafia, di terrorismo e antiterrorismo, di politica e di antipolitica, fu da molti definita faziosa e i suoi ultimi scritti considerati come “pamphlets” di un bastian contrario. Nella prefazione alla ristampa de “Le parrocchie di Regalpetra” Sciascia scrisse: «È stato detto che nelle Parrocchie di Regalpetra sono contenuti tutti i temi che ho poi, in altri libri, variamente svolto. E l’ho detto anch’io. In questo senso, quel critico che dalle Parrocchie cavò il giudizio che io fossi uno di quegli autori che scrivono un solo libro e poi tacciono (e se non tacciono peggio per loro) aveva ragione (ma aveva torto, e sbagliava di grosso, nel non vedere che c’era nel libro un certo retroterra culturale che, anche in mancanza d’altro, sarebbe bastato a farmi scrivere altri libri). Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno». Noi consideriamo che i due decenni di questo nuovo secolo, e soprattutto il sempiterno trasformismo nazionale di questi giorni ammantato di nobili scopi, siano degni di essere descritti da un novello Sciascia, che fu narratore nei saggi e saggista nei romanzi. In assenza ci affidiamo a rileggere Sciascia, consapevoli con lui che «un libro non esiste in sé, e non soltanto per l’ovvio fatto che la sua vera esistenza, al di là della sua fisicità, consiste nell’esser letto, ma soprattutto perché è diverso per ogni generazione di lettori, per ogni singolo lettore e per lo stesso singolo lettore che torna a leggerlo. “Ogni volta è diverso”».