Salerno ritrova San Matteo nelle fotografie 

Parte la mostra sul restauro del panno dimenticato per 49 anni. I ritratti “racconto” di Cerzosimo e i ricordi di Pellecchia 

L’arte nell’arte. Finisce in una mostra fotografica il recupero dell’antico panno di San Matteo, che si riappropria della sua identità, della sua fervida bellezza e della sua dignità grazie ad un’opera di restauro. Un lungo e approfondito lavoro di recupero artistico, diretto dall’esperta Daniela Mellone, e reso possibile dal contributo di due associazioni del territorio, la “Inner Wheel Salerno Carf” e la “Fondazione della Comunità salernitana”. L’opera di restauro è stata a cura d’un centro di Montecorvino Rovella, “Vassallo Antiques”. Il 21 agosto scorso, durante la tanto attesa, amata e storica cerimonia dell’alzata del panno, presieduta dal vescovo di Salerno, Andrea Bellandi, è stata finalmente restituita ai salernitani la nuova immagine del santo patrono, raffigurato su uno sfondo che immortala il poetico golfo all’ombra dell’Arechi, mentre tende la sua mano benevola sulla città, in segno di protezione: sotto di lui la scritta “Salerno è mia, io la difendo”.
E le fasi di restauro sono state continuamente fotografate da Armando Cerzosimo, al quale il parroco del duomo, don Michele Pecoraro, ha affidato il delicato compito di eternizzare l’agognato ritorno a casa del panno ritrovato. Gli scatti saranno visibili fino al 23 settembre tra i pannelli d’una mostra, inaugurata ieri mattina, “Il panno ritrovato”, che è proprio all’interno della galleria “Camera Chiara” di Cerzosimo, nel cuore del centro storico di Salerno. «La fotografia quando è fatta bene, ed è diretta, ha la capacità di parlare, di dialogare, di fissare l’eternità», spiega Enzo Todaro, presidente dell’Ags, l’Associazione giornalisti salernitani, alla conferenza stampa di presentazione del vernissage. «Laddove le istituzioni non intervengono - prosegue - è fondamentale l’operato delle fondazioni, che autonomamente hanno finanziato il recupero del dipinto, su iniziativa di don Michele Pecoraro», che ha spinto affinché venisse recuperato il panno, alimentando la volontà di riportarlo in cattedrale, dopo che, per più di trent’anni, era stato conservato nei depositi della Soprintendenza di Salerno e Avellino, ubicati nella Certosa di Padula. «Bisognerebbe dire alle nuove generazioni - conclude Todaro - che non dovrebbero mai distruggere ciò che ci è stato donato dalla storia ». D’accordo con lui anche Tonia Wilburger, assessore alla cultura del Comune di Salerno, che considera la fotografia «un veicolo di comunicazione e un momento sublime da tutelare, che attua un delicato procedimento conservativo e di supporto all’opera stessa». Ma la storia del panno di San Matteo, simbolo di Salerno, ha radici che affondano nel passato, come racconta il fotografo Corradino Pellecchia, memoria del centro storico Salernitano e curatore del backstage della mostra, insieme a Edoardo Colace. «L’alzata del panno - spiega - annunciava alla cittadinanza l’inizio del mese liturgico, delle predicazioni, e invitava la gente ad avere un comportamento più accorto, per prepararsi alla festa spirituale».
Un rituale che, col passar degli anni, ha fatto il giro della citta: «Prima a Largo Campo, poi nei pressi della spiaggia, quindi a piazza Amendola e a piazza Cavour, finché don Giovanni Torello non optò definitivamente per l’atrio della cattedrale» E Pellecchia rammenta ancora: «Si costruiva un castelletto di fiori, di luci, sul quale si procedeva all’alzata del panno, tra il clamore della gente. Veniva costruito anche ’u tondo r’a musica, una rotonda in cui la banda musicale continuava a suonare per tutta la durata della pratica religiosa».
Un ruolo fondamentale il panno ce l’ha nella processione: dalla cripta, viene condotto fino all’interno dell’atrio del duomo. «Il panno - spiega ancora Pellecchia - era completamente lacerato. Nel 1971 venne sostituito da quello di Fernando Pastore, e in seguito condotto nei depositi della Soprintendenza, nella Certosa di Padula, dove è rimasto per molti anni».
Poi il recupero, grazie al pressing di don Pecoraro e del professor Franco Silvestri, che ha ridato alla luce pure l’altra faccia del dipinto, coi santi Gioacchino ed Anna e la vergine bambini: «Quando vidi per la prima volta l’immagine consumata e rovinata del santo - racconta il parroco del Duomo - venni rapito da ciò che restava del suo sguardo, rivolto verso il cielo. Srotolai il panno e mi commossi». Le lacrime e il restauro: «La benevolenza di quel quadro, che mi catturò, ora ha finalmente la giusta collocazione dalla quale può irradiare la nostra cattedrale».
Maria Romana Del Mese
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