CARTA GIALLA

Salerno e i “capricci” del nome

L’ironia sull’etimologia della città nella maxi-opera di Giustiniani: «Roba da antiquari»

Sulle terre del Regno di Napoli, tra il Settecento e l’Ottocento, era frequente vedere in giro - persino in contrade semideserte - certi tipi di viaggiatori, facilmente riconoscibili per via dello scarso bagaglio e dell’immancabile taccuino di appunti: erano scrittori, geografi o anche eruditi d’Oltralpe a caccia di tracce di storia, miti e suggestioni bucoliche o neoclassiche. Vi erano poi taluni viaggiatori, che potremmo definire “virtuali”, i quali anch’essi scandagliavano, con cura certosina, la storia e le forme del territorio meridionale, ma lo facevano attraverso volumi e carte d’archivio conservate nelle ricche e fornite biblioteche napoletane, sia pubbliche che private.

Tra questi vi fu l’erudito, bibliografo e bibliotecario napoletano Lorenzo Giustiniani (1761-1825) che, dopo la laurea in giurisprudenza ed un avvio di promettente carriera di avvocato nella Regia Camera di Santa Chiara, volle abbandonare il foro per dedicarsi ad altra causa: quella di pubblicare, presso editori napoletani, biografie e repertori bibliografici sulla storia e la geografia del Regno. Il suo primo lavoro, le “Memorie istoriche degli scrittori legali del Regno di Napoli” (1787-88) contiene, insieme alle biografie, un ricco apparato bibliografico di opere giuridiche classificate per materia, in molti casi anche poco conosciute o inedite, frutto di sue specifiche ricerche d’archivio.

Dopo questo primo lavoro, che Giustiniani nella prefazione dedicò al marchese Patrizi, Caporuota del Regio Consiglio, ed ebbe - forse proprio per quella dedica - un buon successo editoriale, seguì il volume “Biblioteca storica e topografica del Regno di Napoli” (Stamperia Vincenzo Orsini, Napoli, 1793) e, nello stesso anno, il “Saggio storico-critico sulla tipografia del Regno di Napoli”. Ma delle molte opere del Giustiniani la maggiore, quella più universalmente nota agli studi, resta senz’altro il poderoso “Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli”, in 13 volumi, stampati a Napoli in circa un ventennio tra il 1797 e il 1816, lavoro che lo vide impegnato per buona parte della vita in ricerche presso molte biblioteche e negli archivi della Zecca, della Regia Camera e dei Reali Stati allodiali. I primi dieci volumi del “Dizionario”, stampati da Vincenzo Manfredi tra il 1797 e il 1805, trattano delle diverse tipologie di insediamenti umani sul territorio meridionale; gli altri tre volumi, stampati sempre a Napoli nel 1816 da Giovanni De Bonis, furono dedicati dall’autore alla descrizione di “... fiumi, laghi, fonti, golfi, monti, promontori, vulcani e boschi”.

L’opera è introdotta da un impegnativo “discorso preliminare”, in cui si tratta della storia generale del Regno, dei caratteri geografici, delle 12 provincie amministrative, del metodo di indagine, delle fonti utilizzate e del piano editoriale dell’opera. Seguono i volumi con l’elenco commentato di oltre tremila insediamenti umani sul territorio, città, paesi, villaggi e persino località e centri scomparsi desunti da antichi censimenti o notizie d’archivio. Per ognuna delle voci del vasto elenco è descritto: il possesso feudale del momento, lo status giuridico-amministrativo dell’insediamento urbano e per quelli minori l’unità amministrativa da cui dipendono, Provincia e Diocesi di appartenenza, confini e distanze dai principali centri, popolazione espressa in numero di anime e di fuochi, ovvero la numerazione dei nuclei familiari ripresa dai censimenti fiscali dei secoli passati, la descrizione fisico-geografica dei siti, la produzione agricola e le diverse attività degli abitanti, le fiere, i mercati locali ecc.

Quello che interessa notare è che le fonti di erudizione e di ispirazione dell’autore del Dizionario non sono solo quelle archivistiche a cui abbiamo accennato o quelle classiche, da Strabone a Plutarco fino a Plinio, ma pure le cosiddette cronache monastiche medioevali di Paolo Diacono e Leone Ostiense. Non mancano tra le fonti citate quelle di autori del suo secolo: Muratori, Giannone, come anche di intellettuali riformatori come Genovesi, Pagano, Galiani, Filangieri, ovvero di suoi contemporanei come Palmieri, Galanti e il cartografo Rizzi-Zannoni che pubblica nel 1808 il suo “Atlante Geografico del Regno di Napoli”.

Non si limitò Giustiniani a sfogliare e studiare gli innumerevoli testi a sua disposizione, ma si servì per l’immane lavoro pure di uno strumento molto innovativo per i suoi tempi: l’inchiesta demografica “ante litteram”, attraverso un questionario-tipo di sua invenzione, pubblicato nel 1794 sulle “Effemeridi enciclopediche di Napoli” ed inviato - come lui stesso testimonia nel primo volume - in diverse città e paesi del regno, pregando autorità civili locali, arcivescovi ed altre autorità ecclesiastiche, eruditi e studiosi, di compilarlo compiutamente e fornire quante più informazioni possibili. Una lettura interessante del “Dizionario” di Giustiniani, che per comodità degli interessati fu ristampato da Forni in edizione anastatica nel 1971, è il saggio di Luigi Piccioni, “Insediamenti e status urbano nel Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli di Lorenzo Giustiniani (1797-1816)”, nella rivista “Società e Storia”, 99, 2003, p. 45-58. Dal corpo di quell’amplissimo repertorio di località, Piccioni ha concentrato l’analisi sullo status giuridico e amministrativo delle 3620 località censite. Di queste solo una parte, circa la metà, erano dotate, al tempo del Giustiniani, di organi di autogoverno amministrativo, costituendo le cosiddette “Università”, a loro volta suddivise in località dotate di dignità urbana, le 226 città, e ben 1650 erano le “terre”, i centri minori, casali e villaggi, dipendenti amministrativamente da esse. Lo studio di Piccioni su questi dati del “Dizionario” si concentra sugli esiti dei processi di urbanizzazione nel Regno tra il Settecento e l’Ottocento, con le formate capitali di Provincia e sedi delle Udienze.

Salerno, tra queste, era anche sede dei “Percettori”, con funzione di amministrazione fiscale periferica, destinata al prelievo ordinario e straordinario dalle università dipendenti. La provincia di Principato Citra - osserva Piccioni - così come l’area di Terra di Lavoro, era caratterizzata dal numero maggiore di casali e villaggi dell’intero Regno: una miriade di piccoli centri sottomessi al proditorio prelievo di beni e risorse da parte di un feudatario o della città dominante: “... per una comunità, piccola o grande, il non dipendere per la giustizia o il fisco da un barone feudatario ma da un rappresentante della corona voleva dire molto, sia in termini di prestigio che di autonomia decisionale e il “regio demanio” veniva considerato un ambito privilegio...”. È quanto osserva oggi lo storico moderno ma che pure l’antico autore del “Dizionario” dice tra le righe. La città di Salerno, “... Città regia arcivescovile, e capitale della provincia di Principato Citra...”, ha 9mila abitanti ai tempi del Giustiniani, che dedica all’articolo sulla città ben 16 pagine del settimo volume (Napoli, 1804), e a proposito dell’origine del nome Salerno e delle ipotesi proposte da molti scrittori, con sagacia e ironia scrisse: “... Ma chi non sa che di siffatte frottole son pieni i libri degli affettati eruditi? La massima parte dell’etimologie, altro non sono, che capricci degli antiquari, che impazzano più per l’inutile, che a rintracciare ciò che esser potrebbe utile per la storia dei tempi...”.