PASSEGGIATE NELLA STORIA

Rota immortalò la ninfa Kamaratòn

L’umanista e poeta del Cinquecento descrisse l’attuale Camerota nel “Libro delle Selve”

Nel gioco incredibile di rupi e di valloni, di balze, di pendii e di strapiombi che caratterizzano la costiera cilentana tra Capo Palinuro e Punta degli Infreschi, acquattata, come un nido d’aquile, su un aspro cocuzzolo di calcare, di tufo e di argille, Camerota è un immenso balcone fiorito che si affaccia su un paesaggio da favola. Il nome, dall’etimo greco “Kamaratòn”, rimanda all’idea dell’arco e della volta, ad indicare grotte, ripari, eremi e caverne che, per secoli, furono naturale e sicuro rifugio della remota esistenza di gente forte e laboriosa. Berardino Rota, umanista e raffinato poeta del Cinquecento, innamorato di questa terra, ne immortalò il magico incanto in un’elegia in latino nel suo “Libro delle Selve o Metamorfosi”, dedicata al marchese Placido Di Sangro, signore e padrone del luogo, immaginando che Camerota, ninfa bellissima e dal corpo flessuoso ma dal cuore di pietra, amata follemente da Palinuro e sorda alle amorose avances del nocchiero di Enea, fosse stata mutata dalla dea Venere in una roccia, la stessa sulla quale andò formandosi, poi, il paese.

La dolente e commovente storia d’amore e morte del Rota è stata tradotta dal latino, in endecasillabi, da Giuseppe Liuccio e inserita nel libro dal titolo “Miti del Cilento: Camerota, Paestum e il Solofrone”, pubblicato, tempo fa, dall’editore cilentano Giuseppe Galzerano. Nato a Napoli nel 1509 da Antonio Rota e Lucrezia Brancia, di antica e nobile famiglia piemontese proveniente da Asti, Berardino aveva cinque fratelli maggiori - morti tutti prima di lui, senza figli - e tre sorelle. Fu allievo dell’umanista e poeta Marcantonio Epicuro e già nel 1530 aveva raggiunto una buona notorietà come poeta latino. Paolo Giovio - vescovo, storico, medico e biografo – parlando dei letterati napoletani del tempo, lo cita come allievo prediletto di Epicuro. In questo periodo compose le “Egloghe pescatorie”, che Scipione Ammirato - tra i maggiori storici e biografi del tempo - data nel 1533, anche se vennero pubblicate molto più tardi. Nel 1543 Berardino Rota sposò Porzia Capece, appartenente a una delle più potenti e nobili famiglie di Napoli, dalla quale ebbe cinque figli maschi e due femmine. Porzia morì, pare, di parto, nel 1559, ad appena 36 anni, lasciando il marito nel più profondo sconforto. Alla giovane e amatissima moglie il Rota dedicò memorabili, tenerissimi e accorati sonetti, che lo resero noto in tutta la Penisola come “il poeta dell’amore coniugale”.

Amante della cultura e dell’arte in ogni sua espressione, ricco, generoso e benvoluto, fece della sua casa un vero e proprio cenacolo, punto di riferimento di poeti, storici, letterati, musicisti, artisti e intellettuali napoletani del tempo. Fu tra i fondatori dell’Accademia dei Sireni, della quale fu console all’atto della fondazione e due volte principe. In quegli stessi anni conobbe e strinse una stretta e fraterna amicizia con Angelo di Costanzo - poeta e storico, autore di una notevole “Storia del Reame di Napoli” - e, nel 1548, con Annibal Caro, la cui fama fu soprattutto legata alla traduzione, in endecasillabi sciolti, dell’Eneide di Virgilio. Con la morte senza prole dei fratelli, divenne erede di numerosi feudi e dei titoli nobiliari della famiglia. Fu barone di Risciolo e Marano in Abruzzo; signore di Prata, Valle e Pagliara in Terra di Lavoro; marchese di Trentinara, Giungano e Convignenti nel Principato Citra ed ebbe possedimenti a Puglisi e Melito nel Comune di Prignano Cilento.

Secondo alcuni biografi il Rota fu anche valoroso uomo d’armi e riferiscono di un suo giovanile curriculum militare sotto le insegne dell’esercito spagnolo. Berardino combattè, pare, con il fratello Ferrante, alle dipendenze di Alfonso d’Avalos, marchese del Vasto, contro Lautrec nell’assedio del 1528; e nel 1530 partecipò all’assedio di Firenze. Il servizio militare era indispensabile requisito per poter essere insigniti del prestigioso e ambito titolo di Cavaliere di San Giacomo, che Berardino Rota ottenne dall’imperatore Carlo V nel 1539, con cerimonia del 17 ottobre dell’anno seguente a Roma, nella chiesa di San Giacomo degli Spagnoli.

Nel decennio successivo fu ancora a Roma, verosimilmente risiedendovi con una certa continuità, ove frequentò gli ambienti letterari e conobbe cospicue personalità della cultura letteraria capitolina e nazionale, tra cui monsignor Della Casa, Bernardo Tasso (padre del più celebre Torquato), Pier Vettori e Pietro Bembo, con i quali fu a lungo in relazione. Si crede autore anche di due commedie: “Lo scilinguato” e “Gli strabalzi”. Negli ultimi anni della sua operosa esistenza si ammalò di gotta. Fece testamento il 24 novembre del 1574 disponendo un lascito di cinquecento ducati al Monte di Pietà, da destinare ai poveri. Si spense il 26 dicembre dello stesso anno e fu sepolto nella chiesa di San Domenico Maggiore, nella omonima piazza di Napoli.