Repubblica o Monarchia? Il voto dei salernitani 

Le schede favorevoli al re furono 264.721. Il ricordo di Petillo: pochi a urlare contro Umberto II ma sembravano numerosi

Nella provincia di Salerno - come nel resto d’Italia - la battaglia per il Referendum sulla forma istituzionale dello Stato del 2 giugno 1946 fu aspra, dura e senza esclusione di colpi. Si tornava a votare dopo vent’anni (il voto era stato abolito dal fascismo) e le donne votavano per la prima volta nella storia d’Italia.
Anni fa Antonio Petillo, che quella battaglia aveva combattuto dalla parte repubblicana e socialista, ricordava in un suo libro: «Erano pochi, in verità a Salerno, a gridare contro il re di maggio, ma urlavano così forte da sembrare più numerosi degli altri. L’aria si fece presto infuocata». Petillo ammette:va «Quanto più ci contavamo, più ci trovavamo in pochi. Ma dovevamo continuare. Ormai non potevamo più credere nel fascismo e nella monarchia, l’aquila imperiale si era rivelata un uccellaccio grottesco; dovevamo credere in un mondo diverso e migliore». L’attività dei repubblicani fu frenetica e si tennero comizi e incontri in ogni paese della provincia. A Teggiano - testimonia Petillo - a Pietro Amendola fu impedito di parlare: i contadini, istigati dal vescovo, avevano circondato la sua macchina con le zappe alzate e con i coltelli della potatura minacciavano di tagliare i copertoni delle ruote costringendolo a rinunziare al comizio. La notte venivano incollati i manifesti per la Repubblica e quelli dei sostenitori della monarchia e naturalmente sui muri apparivano varie scritte. Petillo ricorda il comizio di Nenni: «Avevamo fatto un gigantesco corteo dopo il comizio di Pietro Nenni. Una fiumana di gente era scesa per via dei Principati, verso il mare, fra una folla di bandiere tricolori e di drappi rossi. C’erano tutti, gli operai delle fabbriche, i contadini del Cilento, i professionisti più coraggiosi».
Allo spoglio delle schede, le prime notizie furono tremende: «La nostra sconfitta si profilava inesorabile e senza scampo», ammetteva Antonio Petillo. Il risultato della provincia di Salerno premiò la monarchia, che stravinse non solo a Salerno ma in quasi tutti i comuni e così Salerno divenne una tra le maggiori provincie monarchiche dell’Italia meridionale.
Su 352.174 voti validi, ben 264.721 erano per la monarchia e appena 87.453 elettori avevano scelto la Repubblica, mentre 23.951 furono i voti non validi dei quali 14.864 erano le schede bianche (ma a Novi Velia, a Romagnano sul Monte e a Serramezzana non ci fu nessuna scheda bianca).
Salerno città votò in modo massiccio per la monarchia: 30.152 contro 9.017 repubblicani.
Solo 87.453 salernitani (tra i quali mi piace ricordare anche mio padre) contribuirono a liberare il Paese dalla monarchia che aveva voluto e avallato il fascismo, la dittatura, la violenza, la guerra, le leggi razziali, la miseria, la fame, la mancanza di libertà e con il loro voto fecero sì che dal tricolore venisse tolta la macchia dello stemma sabaudo.
La catastrofe repubblicana fu arginata solo in pochi comuni (8 su 153).
Il miracolo avvenne a Pisciotta, dove sulla scheda giallo paglierino il simbolo della Repubblica (il volto di una giovane donna circondato dall’alloro) con l’88% ebbe una percentuale altissima: su 1.833 elettori, ben 1.617 votarono per la Repubblica e appena 216 per la Monarchia, simboleggiata dallo stemma sabaudo; seguito da San Gregorio Magno con il 72% (1.606 contro 641); da Controne con il 67% (486 contro 241); da Rutino con il 65% (529 contro 286); da Colliano con il 60% (1.037 contro 680); da Torchiara con il 58% (835 contro 608); da Albanella e Giungano con il 54% (1.193 contro 994 - 291 contro 253) e infine da Valle dell’Angelo con la percentuale del 51%. Proprio a Valle dell’Angelo la Repubblica batté la Monarchia per 2 voti: 204 a 202. A Sanza le preferenze quasi pareggiarono: 639 Monarchia, 616 Repubblica. Votare per la Repubblica, contro le indicazioni degli agrari, dei latifondisti, degli sfruttatori, dei padroni e della chiesa, era senza dubbio un atto di coraggio e di fiducia nell’avvenire dell’Italia e in alcuni paesi i coraggiosi si contarono davvero sulle dita di una mano, come in quattro comuni del Cilento e in un comune della costiera: a Serramezzana scelsero la Repubblica solo cinque elettori; a Cuccaro Vetere sedici; ad Alfano ventuno; a San Mauro Cilento ventiquattro; a Conca dei Marini ventisette. Il Comune di Pisciotta, immemore di quell’eclatante risultato, non ha mai «festeggiato» la Repubblica.
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