LA STORIA

Quella finestra sul mare chiusa per dolore

Angela Giordano D’Agresti distrutta per la morte del figlio non aprì mai più i battenti che davano sulla costa di Agnone

La finestra che da Fornelli guarda il bel mare di Agnone rimase chiusa più di 20 anni sul dolore di una madre che aveva perso il figlio tra i flutti. Un occhio cieco su una veduta incantevole e una storia di guerra portata a galla, è il caso di dire, dal ritrovamento del “Giovanni dalle Bande Nere”, l’incrociatore leggero che aveva il nome del leggendario capitano di ventura di Forlì e che giace frantumato nelle profondità a 11 miglia marine a sud di Stromboli. E’ una storia d’altri tempi. Terribile e struggente perché fu scritta dal grande dolore di una mamma cilentana, la signora Angela Giordano D’Agresti , rimasta senza sorrisi dal giorno in cui le dissero che il mare aveva ingoiato uno dei suoi otto figli, Oreste, imbarcato sul “Dalle Bande Nere”, spezzato in due da un siluro inglese. «Quelle imposte cotte di sole le chiusero le mani di mia nonna Angelina e non le riaprirono mai più fino al giorno della sua dipartita, avvenuta nel 1979. La nonna aveva girato sempre gli occhi ogni volta che si era trovata davanti al mare e, quando lasciò la casa di campagna e andò ad abitare nella nuova palazzina di via San Pietro, sbarrò la finestra della sua stanza e continuò a indossare l’abito nero e a bandire dai suoi pranzi il pesce, rimanendo per sempre chiusa nelle sue rinunzie». L’ingegnere Dante D’Agresti , figlio di Attilio, uno dei sette fratelli e sorelle (due, Antonio e Giuseppe tornarono vivi dal disastro in Africa), dell’eroico marò, non sa dirci altro. Ma qui a Fornelli, nugolo di case alle quali si inerpica la serpentina panoramica, che, abbandonando la marina di Agnone, ansima fino al Monte della Stella, nessuno ricorda nè Oreste D’ Agresti (8-1-1920) né gli altri diciotto eroi di queste colline di Montecorice irrorate di piccoli borghi medioevali, di antiche chiesette, di ulivi e di ginestre. I loro nomi sono tutti incisi sul bianco marmo del monumento fatto erigere dal fratello del marò, Attilio, nel curvone di fronte alla palazzina con la finestra sbarrata. La stele guarda proprio il pezzo di mare blu che per vent’anni si negò la signora Angela. Le storie del giovane marò strappato troppo presto alla vita e del regio incrociatore leggero ritrovato il 9 marzo scorso dal cacciamine Vieste, purtroppo si fusero nel tragico finale. Storia di un dannato ardimento perché costò la vita a 287 ragazzi che avevano superato le tremende battaglie di Punta Stilo, di Capo Spada e della Sirte e che, una notte da fine del mondo, avevano tamponato, senza cedere al panico, le avarie e i danni provocati alle sovrastrutture dello scafo sballottato dal mare forza 8-9. Sembravano invincibili Oreste D’Agresti e i suoi compagni marò del “Giovanni dalle Bande Nere”. Erano riusciti perfino a sfuggire alla caccia senza quartiere dell’incrociatore australiano “HMAS Sydney” e di altri cinque cacciatorpedinieri inglesi. Uno contro sei! Ma il “Bande Nere” giocò d’astuzia nascondendosi nelle cortine nebbiogene e forzando al massimo i motori, mandando così a vuoto i proiettili sparati da ventimila metri dal nemico che, alla fine, con gli obici scarichi, dovette mollare la preda. Il 1 aprile 1942 la fortuna abbandonò l’incrociatore che, era rientrato dalla dalla seconda Sirte, dopo aver colpito il “Cleopatra” e duellato a aver fatto il muso duro ai più possenti incrociatori della “Royal Navy”. Lasciato il porto di Messina per dirigersi, scortato dall’Aviere e dal Libra, ai cantieri di La Spezia, incappò nel mortale agguato del sommergibile- killer “Urge”. Due siluri lo schiantarono mentre i marinai facevano colazione e i due tronconi si inabissarono in un paio di minuti. Altri tre salernitani seguirono la triste sorte di Oreste d’Agresti. I loro nomi: Raffaele Di Donato , nato a Salerno il 10 agosto 1917; Pietro Imperati , marinaio motorista di Minori, del 15 febbraio 1923; Giovanni Malara , di Vietri sul Mare, nato il 16 giugno 1920. Invece Nunzio Chiariello , di Santa Maria di Castellabate, nuotando disperatamente nell’acqua sporca di nafta, tra cadaveri galleggianti e lingue di fuoco, uscì vivo dall’inferno.