Il disegno di Licio Esposito illustra il racconto di Rocco Papa

LA LETTURA

Quell’incontro che accende la vita

Anna e Luigi si ritrovano per le strade affollate del Natale dopo i tempi lontani della scuola

L’aria gelida lo colpì alla faccia come uno schiaffo. Il traffico strombazzante del centro era caotico; la gente, già carica di borse, pacchi e pacchetti, si affrettava per gli ultimi acquisti entrando e uscendo dai negozi. Luigi si mescolò a quella folla festante e freneticamente in movimento. Qualcuno lo urtò, il suo primo pensiero corse al pacchetto rosso che aveva in tasca. Poggiò una mano sul cappotto e constatò che era ancora al suo posto. Il bar all’angolo, uno dei più alla moda della città, era strapieno e di fuori c’era gente in attesa che si liberasse un tavolo un per entrare. Luigi si avvicinò al vetro. L’alone dal suo alito caldo appannò leggermente la visuale, gli parve di riconoscere qualcuno che conosceva. Avrebbe voluto entrare, ma non lo fece. Rinunciò, come sempre. Riprese a camminare. «Luigi». Una voce femminile alle sue spalle lo fece voltare. La donna era alta, avvolta in un cappotto scuro, capelli biondi, occhiali scuri, calze nere e scarpe con un tacco vertiginoso. In mano aveva alcune buste dei negozi eleganti del centro. Pensò che non poteva aver chiamato proprio lui. Fu sul punto di girarsi e riprendere a camminare, ma lei lo chiamò ancora: «Luigi Grazzini». Luigi deglutì a fatica. La donna tolse gli occhiali e si allargò in un sorriso che illuminò tutto intorno a lei. La gente che passava accanto non poteva fare a meno di guardarla. «Non ti ricordi di me? Anna. Anna Fiano, quinta C» disse avvicinandosi. Anna? La ragazzina cicciona che nessuno si filava al liceo? Possibile? Si chiese fissandola. Lei gli si avvicinò lentamente, lo sovrastava di una decina di centimetri, si chinò un po’ e avvicinò le labbra alla sua guancia, le poggiò dolcemente e lo baciò. Luigi fu invaso da un calore sconosciuto, sentì il profumo di Anna invadergli le narici, mentre i capelli biondi gli sfioravano il viso. Si sentì sprofondare in una dimensione sconosciuta. «Come stai?» chiese lei. «Be... bene» balbettò l’uomo. «Ma guarda chi incontro dopo tanti anni che sono fuori» disse lei sorridendo. «Luigi Grazzini, il più bravo della scuola». Luigi arrossì. «Altri tempi » mormorò imbarazzato. «Che fai di bello?». «Lavoro in banca, sono funzionario» rispose lui con orgoglio. «E sei sposato, hai figli?» Luigi esitò. Poi fece cenno di no con la testa. Anna sorrise. «Nemmeno io. Non ho tempo, vivo a Milano e dirigo un’agenzia di modelle. Non ho proprio tempo per un uomo fisso» aggiunse sorridendo. «Capisco» disse lui, sperando che non volesse sapere perché anche lui non era sposato. Che cosa le avrebbe dovuto dire, che gli era mancata l’occasione? Anna lo prese sotto braccio e fecero alcuni passi. «Te li ricordi i tempi della scuola?». «Certo» rispose lui. «Erano bei tempi, vero? » aggiunse Anna. Lui non era convinto, non rispose. Ricordava invece le angherie che aveva dovuto subire dai suoi compagni. E anche lei ne era stata vittima, cicciona com’era, ma forse le aveva dimenticate. Era diventata un’altra persona, la felicità le aveva fatto dimenticare le amarezze dell’adolescenza. «Ti confesso una cosa» disse lei abbassando la voce, «ero innamorata di te» e sorrise. Luigi si strinse nelle spalle e arrossì ancora una volta. Non lo aveva mai saputo, non se ne era mai accorto. Forse se lo avesse saputo, all’epoca... Anna lo fissò intensamente. Sorrise ancora, ma c’era un velo di tristezza in quel sorriso. «Mi ha fatto piacere rivederti, adesso devo andare». «Anche a me» sussurrò lui. Lei si avvicinò piano e lo baciò ancora sulla guancia. Lui chiuse gli occhi. Durò un attimo, quando li riaprì Anna era già scomparsa, inghiottita dalla folla vociante e dallo strombazzare delle auto ferme nel traffico. Tutto intorno a lui sembrava muoversi a rallentatore, non sentiva nulla. All’improvviso ripiombò sulla terra, ma non era più lo stesso uomo di prima. Cominciò a camminare speditamente, guardava tutti dall’alto in basso, ammiccava alle ragazze, sorrideva a chi incrociava il suo sguardo. Lui le piaceva, o almeno una volta le piaceva. Sentiva di essere un’altra persona, più sicura, più bella, più uomo. Il clamore del centro lentamente restò alle sue spalle, era ormai sera quando giunse davanti al portone di casa sua. Inspirò profondamente e infilò la chiave nel buco della serratura. Salì le scale velocemente fino al terzo piano. Si fermò solo un attimo, prima di entrare in casa. Sarà diverso, me lo sento, questa serata sarà diversa dalle altre. Ciò che è accaduto non è stato un caso, non può esserlo. La mia vita è cambiata, cambierà, da domani, da ora, da subito, la mia vita cambierà, lo giuro. Entrò nell’appartamento immerso nel buio. Camminò a memoria lungo il corridoio fino all’attaccapanni. Accese la luce e sfilò il cappotto. Per prima cosa illuminò il piccolo albero di Natale che aveva addobbato nella sala da pranzo. Tornò in corridoio, prese il piccolo pacco rosso dalla tasca del cappotto e lo posizionò con cura sotto l’albero. Andò in cucina, aprì il frigo, tirò fuori del sugo e cominciò a cucinare. Dopo quasi un’ora era tutto pronto. Andò verso la sala da pranzo, lanciò uno sguardo divertito al piccolo alberello illuminato, ai cui piedi c’era il pacchetto rosso infiocchettato in bella mostra. Si avvicinò alla finestra. La notte era chiara e serena e la luna sembrava quasi adagiarsi sui tetti dei palazzi di fronte. Per strada c’era ancora gente, il tram si era appena fermato scaricando gli ultimi viaggiatori. Ci scommetto che nevica pensò, ci scommetto dal freddo che fa. Udì il portone chiudersi, c’era qualcuno che saliva le scale. Aspettò, immobile, con l’orecchio teso, ma lo sentì fermarsi due piani più giù. È un peccato, ma già lo sapevo che non potevi essere tu! Pensò con un sorriso triste. Si mise a sedere sul divano e attese; gli cadde un sorriso, poi una lacrima a bagnare quell’allegra tristezza che all’improvviso lo attanagliava, togliendogli il fiato. Guardava sempre di fuori, quella luna che lentamente abbandonava i tetti per immergersi nello sterminato campo del cielo. Il silenzio di casa sua era sempre lo stesso. Nulla era cambiato. Trascorsero i minuti, un’ora, due, mezzanotte. Sentì qualche botto per strada, lo stapparsi di alcune bottiglie di spumante. Lentamente si alzò e andò verso l’albero. Prese il piccolo pacchettino rosso e lo scartò con molta delicatezza, lasciando cadere sul pavimento il nastro argentato riccioluto. La piccola scatola rettangolare di cartone marrone venne alla luce. Aprì anche quella e tirò fuori un vecchio orologio con la cassa in acciaio e il quadrante ingiallito dal tempo. Lo portò all’orecchio e quando sentì il ticchettio del meccanismo che aveva ripreso a funzionare dopo tanti anni, sorrise soddisfatto. Lo girò e lesse lentamente l’incisione sulla cassa: “A Luigi per la sua prima comunione. Papà e mamma. Lo strinse forte e chiuse gli occhi”. «Grazie, buon Natale anche a voi, e buon Natale a me!».