Quando la Certosa di Padula diventò campo di prigionieri

E fu lì che nacque nel 1917 un esercito cecoslovacco grazie al contributo di politici e intellettuali

di ALESSANDRO BONVINI

Il volume Dov'è la Patria nostra? Luoghi, memorie e storie della Legione ceco-slovacca in Italia durante la Grande Guerra, curato dalla cooperativa Nova Civitas di Padula ha il merito di inserirsi nel contesto storiografico più ampio che, quest'anno, in occasione del centenario nazionale dell'inizio del conflitto, sta valorizzando alcuni momenti importanti della Grande Guerra. La storia della legione cecoslovacca, organizzata nel campo della Certosa di Padula, possiede molteplici motivi d'interesse per un pubblico di studiosi e non: in primo luogo, rappresenta un capitolo importante della storia militare del primo conflitto mondiale; in secondo luogo, racconta un'esperienza di quel "nazionalismo diasporico" assai importante per la causa cecoslovacca; in terzo luogo, fa luce su un caso di studio in cui il Sud gioca un ruolo da protagonista in una guerra combattuta esclusivamente sul fronte nord-orientale del nostro Paese.

Data la sua collocazione geografica e la conformazione della sua struttura, per circa due secoli la Certosa venne adoperata come installazione militare. Lo fu, prima, quale quartier generale francese all'epoca del Regno di Napoli, poi quale base organizzativa dell'Esercito Meridionale garibaldino, infine, quale campo di internamento durante la Seconda Guerra mondiale. Tuttavia, la Certosa fu utilizzata anche, e soprattutto, durante la Prima Guerra mondiale quando lo Stato Maggiore dell'Esercito la individuò come sede per l'organizzazione del "Campo dei Prigionieri di Guerra Certosa di Padula".

La notevole distanza dal mare e dalle principali vie di comunicazione, la disponibilità di ampi locali interni e la solida cintura muraria la rendevano, infatti, un luogo adatto per la reclusione di prigionieri e, al contempo, per la costruzione di un campo di lavoro. La struttura venne affidata al generale dei carabinieri Francesco Finguerra e già nei primi mesi del 1916 arrivò a raccogliere circa duemila soldati austroungarici: una cifra che, dopo soli diciotto mesi di guerra, toccò la quota di 13.138 unità, (più 64 ufficiali), pari al 16% sul totale dei prigionieri italiani. Come documentato dal Genio militare dell'Esercito Italiano, che ha lasciato un'interessantissima documentazione fotografica della vita quotidiana (in buona parte raccolta nel catalogo), il campo fu un cantiere permanente in cui alle necessità prettamente militari si alternavano lavori di carpenteria, falegnameria e idraulica oltre a momenti di svago e di carattere ludico.

Presto, la sua connotazione, grazie all'arrivo sempre più massiccio e mai casuale di prigionieri di origine boema, morava e slovacca, mutò progressivamente, assumendo funzioni nuove ed un'organizzazione sempre più precisa. In Italia, infatti, come già stava accadendo in Francia ed in Russia, un numero considerevole di volontari cecoslovacchi si stava raccogliendo per formare corpi militari che avevano l'intento di appoggiare le forze dell'Intesa in supporto alla creazione di uno stato indipendente ceco-slovacco, allora regione integrante dell'Impero austro-ungarico. Il movimento nazionalista ceco-slovacco, tra i più attivi nel panorama dei nazionalismi dell'Europa centrale, grazie all'attività propagandistica di intellettuali e politici emigrati all'estero come Tomáš Masaryk e Milan Štefánik, si era notevolmente rafforzato durante gli anni del conflitto e l'ipotesi stessa di una vittoria delle potenze dell'Intesa, contro quelle degli Imperi centrali ed in particolare contro quello austro-ungarico, rappresentava una possibilità concreta per la formazione di uno stato cecoslovacco autonomo. Così, nel 1915, scriveva proprio Tomáš Masaryk: "Se mettiamo in piedi un esercito, ci verremo a trovare in una nuova posizione giuridica nei confronti dell'Austria e anche degli Alleati…(e ciò)… ci permetterà nel momento delle trattative di pace di ottenere almeno il minimo di quello che abbiamo chiesto. In ogni caso né gli Alleati né Vienna potranno ignorarci, se avremo dei soldati". A partire dalla primavera del 1916, data della sua seconda visita politico-diplomatica in Italia, l'impegno di Milan Štefánik fu indirizzato in questa direzione: propagandare la causa cecoslovacca, tessere relazioni per il suo appoggio, attivare meccanismi di formazione di una forza militare in appoggio alle truppe dell'Intesa. Positiva, sostanzialmente, fu la reazione della classe politica italiana che, l'11 gennaio 1917, nella figura del deputato Pietro Lanza principe di Scalea e col patrocinio della associazione Dante Alighieri, formò il "Comitato italiano per l'indipendenza ceco-slovacca".

Su questa scia, nell'agosto 1917 prendeva così il via il progetto della costituzione di un esercito cecoslovacco nel campo di Padula che, nelle settimane precedenti, si era ulteriormente ingrandito grazie all'arrivo di nuovi prigionieri di guerra provenienti dal campo di Santa Maria Capua Vetere (le straordinarie quanto rare foto del catalogo testimoniano questa storia). Ad accelerarne la formazione intervennero due interventi esterni: da un lato, la sconfitta di Caporetto, tra il 24 ottobre e il 26 ottobre 1917, e la quasi contemporanea fondazione in Francia, il 16 dicembre 1917, di un esercito autonomo cecoslovacco. La questione finì così nelle aule parlamentari ed il 21 aprile 1918, dopo un dibattito che interessò la classe di governo e le autorità militari italiane, il Presidente del Consiglio del Regno d'Italia, Vittorio Emanuele Orlando firmava la "Convenzione fra il Governo italiano e il Consiglio Nazionale dei paesi Cecoslovacchi". Dai Battaglioni di lavoro si formarono 4 Reggimenti, composti da 13.653 soldati e 489 ufficiali, confluiti poi in due Brigate, che assunsero il nome di Sesta Divisione Cecoslovacca e vennero posto sotto il comando del generale Andrea Graziani. Inizialmente concentrata sui colli Euganei, a partire dal 18 agosto 1918 la Legione ebbe il compito di difendere il settore del monte Altissimo di Nago, tra il lago di Garda ed il fiume Adige.

Fu in questa zona che la Legione, tra il 21 e il 22 settembre 1918, si distinse valorosamente nella battaglia di Dosso Alto. Di lì a poco, con l'armistizio di Villa Giusti e la conclusione della Grande Guerra, le truppe cominciarono a lasciare il territorio italiano per essere trasferite, agli ordini del colonnello Schöbl, in Slovacchia orientale lungo il confine con l'Ungheria.

Nel frattempo, nel 1919, il Campo di Padula si trasformò in "Campo di rieducazione per i disertori", utilizzando le strutture precedenti e parte del materiale lasciato. Tre anni dopo, poi, con l'arrivo del padre barnabita Giovanni Semeria il campo venne convertito in una "colonia maschile agricola per gli orfani di guerra", archetipo del futuro orfanotrofio. Contemporaneamente iniziò l'opera di smontaggio che, attraverso alcune importanti lavori di ripristino, come la cancellazione della linea ferroviaria e la ricostruzione di una parte del muro di cinta, riportò il complesso monumentale alla situazione prebellica. Con questa presentazione, la cooperativa Nova Civitas e il Museo Civico Multimediale di Padula si fanno portavoce di una vicenda che è al centro dell'identità dell'Europa centro-orientale e che, per alcuni anni, è vissuta e si è legata indissolubilmente alla storia dell'Italia meridionale.

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