LA STORIA

Procida, i colori dell’ultima isola ancora selvaggia

Un popolo e il mare: lo spettacolo Corricella. Qui i turisti sono forestieri e le case di tutti

Mi verrebbe quasi voglia di definirla “l’ultima isola” o, se preferite, l’ultima Tule. Chi ha voglia di conoscere un mondo nuovo, un’atmosfera nuova, che è poi profondamente antica, vada a Procida. Se si vuole trovare qualcosa di selvaggio, di non pettinato, non lustrato, non leccato, con le solite insegne e il solito rituale del turismo spicciolo, Procida è un approdo affidabile. Tutte le isole, una volta destinate ai reclusi, sono state passate al setaccio: da desolate marine sono diventate dei paradisi artificiali. Procida no, ne è rimasta fuori e spero lo rimarrà ancora per molto tempo. Ne è rimasta fuori forse per un motivo di fondo. Procida e i procidani, contrariamente ai capresi, agli ischitani, ai ventotenesi, ai ponzesi ecc. amarono sempre la marineria mercantile, circumnavigarono il globo e lasciarono segni cospicui sulle carte nautiche. Limitandoci al Golfo di Napoli, capresi e ischitani furono isolani agricoltori, i procidani, oltre a questa attività, seguirono anche un’altra vocazione: quella del mare. È una delle cause per cui Procida, in alcuni momenti, spazi, vie, caffè, locande e cantine, ricorda i grandi, fumosi porti del nord Europa.
 

Gli “aspri” procidani. L’origine dei procidani è “aspra”. La loro psicologia è più vicina a quella sannita che alla greca. I greci la saltarono. I romani si guardarono bene dallo stanziarvisi. Plinio il Vecchio e Plinio il Giovane (lo scienziato e lo storico), che vivono nei pressi, a Miseno, non ne parleranno mai. Procida, austera isola, non ha e non ama il carezzevole. Il procidano è un uomo di mare con l’hobby dell’orto ben coltivato: due raccolti di limoni l’anno; i carciofi più grossi d’Europa; un’uva quasi microscopica, bianca, senza semi come piselli. Procida diffida del “turistico”. Dal suo lessico manca la parola “turista”. Chi viene a villeggiare, a tuffarsi nelle sue acque e a riposare, viene semplicemente definito “forestiero”. Un forestiero che, dietro l’apparente scoglio della scontrosità, viene rispettato, ospitato e anche circondato di premure. “L’isola di Arturo” riesce ad esercitare un’attrazione ambigua: non sono molti gli alberghi, i posti letto non sono numerosissimi, pochi residence, confort ridotto. Ce n’è abbastanza per preferire altre mete. Eppure Procida piace, attira. A me è sembrata bella e brutta allo stesso tempo; e forse è proprio questo paradosso ad attirare “forestieri” da ogni parte. Certo, non si può negare la magia di un chiaro di luna a Solchiaro, le meraviglie dello scoglio di Vivara e dei faraglioni della spiaggia di Ciraccio, il fascino del Casale Vascello, borgo fortificato del Seicento, e della Terra Murata, cittadella fortificata su un costone di roccia a picco sul mare e dotata di mura per difendersi dalle incursioni saracene.
 

Il borgo di Corricella. E che dire, poi, dello splendore intatto della Corricella? Capri e Ischia sono l’esatto contrario: bellissime, sono isole romantiche che si sono sempre adattate alle esigenze dei tempi e che hanno sempre considerato il turista un uomo che si chiama denaro. Il turista a Procida è un po’ “straniero”, non è blandito come altrove. L’uomo di Procida, che pure è un giramondo, ha un carattere un po’chiuso. In tutta la gigantesca e schizofrenica “parlatura” del golfo napoletano è un taciturno. Ama la tradizione. La tradizione come àncora di ritorno alla terra, alla collettività, alla famiglia, alla…verginità ! Eh, sì! (me lo raccontarono molti anni fa alcuni commilitoni procidani). Qui la ragazza che sbaglia non ha molte speranze di perdono. La moglie del marinaio, quando lui va in giro per mesi per il solito periplo a bordo di transatlantici e petroliere, nell’attesa si conserva o dalla madre o, più spesso e meglio sorvegliata, dalla suocera. E’ ovvio che il ricongiungimento è grandioso: una sorta di copula tra il mare e la terra. Quella procidana è una delle poche società rimasta profondamente collettiva, dove il furto, lo scippo, la rapina e il delitto sono letteralmente ignorati, non si pensa neanche di chiudere a chiave la porta di casa. Tutto il quotidiano, si badi, si svolge nell’intimità del collettivo spontaneo. La “Corricella” ne è l’esempio: forse il concentrato plastico più straordinario del mondo. Direi che solo per vedere la Corricella varrebbe la pena di andare a Procida. Si tratta di un pittoresco, travolgente, coinvolgente, straordinario spettacolo urbano antropologico-linguistico. La prima (e unica) volta che l’ho visitata mi si è accapponata la pelle per l’emozione. Le influenze turche, arabe, spagnole, plebee-napoletane, il riassunto di tutte queste civiltà, e poi comportamenti, superstizioni, deliri hanno dato per risultato quella cosa unica e indecifrabile che è la Corricella, dove la casa di ciascuno è la continuità della casa di tutti. Quei chiaroscuri, l’alternarsi delle scale rampanti e degli archi offrono un quadro scenografico senza pari.
 

Un popolo, il mare, le case. Per i procidani la casa non è soltanto una casa, è molto di più : la realizzazione di un sogno ad occhi aperti, vissuto sul mare, a bordo di un veliero o di una nave, aggirandosi in porti lontani, approdando a terre estreme. Da sempre, l’attività dei procidani è stata connessa al mare: già nel 1340 due costruttori navali operavano alla marina di re Sancio il Cattolico; già nel Seicento l’isola disponeva di due porti; nel Settecento la flotta procidana contava su quattrocento navi che si spingevano sulle rotte dei sette mari. E sul mare, lontano dalla sua terra, ogni procidano sognava, una volta raggiunta l’età della pensione, di potersi costruire una casa. A proposito di case, vi sono ancor oggi molti uomini di lettere, studiosi, che hanno dedicato anni nel tentativo di trovare l’ubicazione di case che forse non sono mai esistite.
 

La Graziella di De Lamartine. A cominciare dalla cosiddetta “casa di Graziella”. La vicenda prende inizio da un romanzo scritto da Alphonse De Lamartine, poeta francese vissuto tra il 1790 e il 1869. Nel romanzo, intitolato “Graziella”, Lamartine raccontò una storia d’amore della quale era stato lui stesso protagonista in gioventù. Venuto a Napoli nel 1811, Lamartine conobbe un vecchio pescatore il quale gli propose una gita a Procida, dove abitava. E a Procida il Lamartine fece innamorare di sé, con qualche lusinga, la figlia del pescatore, Graziella appunto. Per amore del giovane francese, Graziella rinunciò a un ricco matrimonio; ma ben presto, e senza alcun preavviso, il poeta abbandonò la ragazza. Dopo alcuni mesi venne raggiunto da una lettera a Parigi: Graziella, consunta per amore, gli annunciava la sua prossima fine. Il romanzo, forse anche perché ambientato nella solarità di un’isola mediterranea, ottenne uno straordinario successo in tutta Europa. E fin da allora ci furono studiosi che vollero individuare la casa di Graziella, che Lamartine aveva descritto con molti particolari. Le ricerche sono continuate con scrupolosità fino a qualche anno fa, senza risultato: forse la casa di Graziella non è mai esistita.
 

Arturo, la sua isola e il tabacco di Marotta. Altre ricerche furono effettuate nel 1957, quelle sulla casa di Arturo, quando venne pubblicato il romanzo “L’isola di Arturo”di Elsa Morante, ambientato appunto a Procida. La storia racconta, inquadrata in una magica atmosfera, forse anche allucinante e a tratti torbida, le vicende di un ragazzo, Arturo: il ragazzo scopre, lentamente e quasi involontariamente, quel che si può definire il mistero della vita e dell’amore. La Morante, nel suo libro descrive in maniera splendida la spiaggia delle Grotte; ma la casa di Arturo dov’è? Naturalmente, schiere di studiosi procidani e non si sono lanciati alla ricerca della casa di Arturo: secondo le ultime ricerche, la casa descritta da Elsa Morante somiglia a molte delle case di una via : via Marcello Scotti. Ma la casa, qual è? Non si è riuscito, finora, ad individuarla con precisione. È mai esistita? Anche in questo caso si è arrivati alla conclusione che anche la Morante, nel descrivere la casa di Arturo, ha fatto ricorso alla fantasia. Giuseppe Marotta, l’indimenticato autore de “L’oro di Napoli”,notoriamente schivo, riservato, avrebbe voluto possedere una piccola casa sul mare di Procida, con i libri amati, il suo tabacco e i suoi pensieri. Sarebbe stato per lui il luogo ideale. Avrebbe visto gli ulivi inargentarsi e fremere; avrebbe visto dibattersi i raggi del sole quando sta per tuffarsi; avrebbe visto i palpiti dell’acqua riflettersi sul muro e farlo respirare; ma soprattutto avrebbe visto il tempo e il silenzio come se fossero persone, uomini, amici.