LA MOSTRA

Paestum nell’obiettivo a infrarossi di Divitini

Da ieri in esposizione 27 immagini realizzate dal fotografo bresciano: «Il colore avrebbe distorto la bellezza dei templi»

CAPACCIO PAESTUM - Da una speciale attenzione per l’antico e da una bellissima casualità, da un solstizio d’estate, è nata “Paestum”, l’opera in scatti realizzata con la tecnica dell’infrarosso dall’artista bresciano, trapiantato a Teramo all’ombra del Gran Sasso, Marco Divitini. Quarantasette immagini di un’onirica e senza tempo Poseidonia e un omaggio frontale a Porta Rosa, che sembra far di Velia l’ingresso di una dimensione silvana, un labirinto di civiltà salmastra su strati di secoli. Dal catalogo dedicato sono state estratte ventisette visioni in mostra al Museo Archeologico Nazionale di Paestum dal 16 ottobre al prossimo 16 gennaio. Il visitatore potrà contemplare e ammirare desaturati «i luoghi che Greta - nom de plume usato da Dora Celeste Amato, scrittrice giornalista che ha curato il lavoro artistico - guarda da giorni, ad ogni ora, questa unicità paesaggistica- unicità rispetto a ogni contrada del mondo».

Questi luoghi «sono conosciuti ovunque come il Parco Archeologico di Paestum». Qui, arrivava il penultimo solstizio, quale sogno di un giorno di mezza estate, il 21 giugno 2019, Marco Divitini, tra la sacralità dorica e le margherite in fiore. La bellezza investe lui e la sua reflex. Lui - già cittadino onorario di Sicilia, dove ha all’attivo numerose mostre personali del genere, da Agrigento a Noto, da Favara a Campobello di Licata, da Modica fino a Selinunte - rapito dal misticismo della colonia devotissima a Poseidone, Atena ed Era. Le fotografie si rincorrono nel museo e mostrano una “Pesto” a infrarosso, «una tecnica - spiega il fotografo - con la quale dal verde della clorofilla, unito agli ultravioletti, si ottiene il bianco. Mentre dalla parte fredda, il cielo e l’acqua, si ha il nero. Un equilibrio perfetto tra sogno e realtà». Sperimentato a partire dagli anni dieci del secolo scorso da pionieri statunitensi, grazie a pellicole e filtri speciali, il procedimento creativo risulta connaturato al ritratto paesaggistico. Ancor meglio è la sua resa nel racconto per immagini del classico. Dopo sei mesi di lavorazione, alla fine dello scorso anno, l’artista ha inviato il suo lavoro a Gabriel Zuchtriegel. «La mostra in essere - commenta il direttore - è un’altra testimonianza della vitalità di questi luoghi che sempre più dialogano con la contemporaneità. Le immagini di Divitini ci indicano una nuova prospettiva attraverso la quale vedere i monumenti. Non lo conoscevo, quando è arrivato a Paestum ha fatto una semplice richiesta per poter scattare le foto. Dopo averle viste, abbiamo deciso di rendere loro la meritata giustizia con la mostra appena inaugurata. È stato un fortunato incontro del caso, che dimostra come dalla passione nasca sempre la bellezza».

«Non mi ha chiamato nessuno - aggiunge il fotografo - se non i templi stessi. Sono un amante del mondo classico. Questo si esalta grazie all’infrarosso che ti proietta direttamente sull’architettura, a sua volta sublimata dal nitore della vegetazione tra squarci di nuvole. Adoro la vecchia diapositiva e il colore, sia chiaro, ma in questo caso, secondo me, avrebbe distratto, distorto, l’occhio». Un solstizio di sole, dunque, con istantanee metafisiche e dai grandi angoli del Santuario meridionale, delle architetture interne di Nettuno, del tempio della Pace e di Athena, dell’anfiteatro romano, della Basilica e di una sognante via Sacra con un orizzonte nero che rivela il terso di un azzurro che s’immagina oltre le colonne, oltre gli alberi definiti dalla luce. «Coniugare il senza tempo, ecco cosa ha fatto la mia penna - conclude l’Amato - Divitini, un fotografo dalle molte accezioni, è stato un caso. Lui ha saputo donarmi il tempo orizzontale. Non c’è passato, presente, futuro. Questi templi sono storici e astorici, la loro poesia ti pervade. Le immagini sono fondanti e hanno suggerito la scrittura. Sono grata di aver potuto scavare anche questo mondo. Definirei il tutto un romanticismo gotico che rimanda alle incisioni di Piranesi».

Cljo Proietti