Neruda e le liriche capresi 

Il poeta cileno pubblicò il libro in sole 44 copie: era ispirato all’amante Matilde Urrutia

Abbiamo rivisto di recente “Il postino” di Massimo Troisi, girato a Salina nel 1994, con il consueto, rituale, accompagnamento, prima e dopo il film, di sperticati elogi, lacrime e retorica, tutte cose che Troisi per primo - lui autentico campione di understatement - avrebbe sicuramente ripudiato, e lo ricordiamo ancora per la grande e rara sua qualità del non prendersi mai troppo sul serio; comunque quell’ultimo film è il suo tormentato e quasi epico addio alle scene e alla vita. La trama è nota: in una imprecisata isola del sud dell’ Italia arriva il poeta Pablo Neruda, e per il tempo in cui sarà costretto sull’isola sarà necessario un postino per consegnare le tantissime lettere che abitualmente riceve. Il protagonista Mario, poco portato a fare il marinaio, si offre per quel temporaneo impiego. Pian piano, e quasi per affinità elettive, nasce l’amicizia tra loro e il poeta Neruda esercita su Mario, postino in bicicletta, attraverso il dialogo e la discussione, quella funzione magistrale che i greci chiamavano maieutica, conducendolo a scoprire - autonomamente - la poesia, poi alla chiara coscienza della verità, e infine a manifestare il suo sentimento ad una bella ragazza che poi sposerà. Quando Neruda potrà tornare in Cile Mario ne soffre. Cinque anni più tardi, il poeta che ritorna sull’isola non vi troverà più Mario ma solo la sua vedova e il figlio di lei e di Mario, il piccolo Pablito. Il soggetto cinematografico fu tratto (ma molto liberamente) da Troisi e dal regista Michael Radford dal romanzo di Antonio Skarmeta, “Il postino di Neruda”, prendendo spunto, come variante all’ambientazione cilena contenuta nel libro, dal soggiorno a Capri, nel 1952, del poeta. Ogni cosa, come si sa, conduce alla fine ad un libro, e anche in questa storia ne spunta uno, rarissimo: un testo di liriche di Neruda pubblicato in forma anonima a Napoli in sole 44 copie, numerate e con dedica “ad personam”, cioè ai 44 sottoscrittori di quell’edizione. Tra questi figuravano, tra gli altri, amici scrittori di Neruda come Ilya Erremburg, Stephen Hermlin, Jorge Amado, Nazim Hikmet, Salvatore Quasimodo, i principali dirigenti dei partiti socialisti e comunisti italiani (Palmiro Togliatti, Pietro Ingrao, Mario Alicata, Gerardo Chiaromonte Francesco De Martino, Antonello Trombadori, Giorgio Napolitano), e poi artisti e scrittori italiani della metà del ‘900 del calibro di Luchino Visconti, Renato Guttuso, Giuseppe Zigaina, Elsa Morante, Vasco Pratolini, Carlo Levi, Giuseppe Zigaina, Ernesto Treccani, Paolo Ricci, Carlo Bernari, gli editori Giulio Einaudi, Gaetano Macchiaroli e Gaspare Casella, la biblioteca caprense di Edwin Cerio, Luigi Cosenza e il matematico napoletano Renato Caccioppoli. Il libro, “Los versos del Capitan” (Napoli, L’arte tipografica, 1952), è in lingua spagnola e a curare l’edizione, stampata su carta d’Amalfi dal mitico tipografo-editore Angelo Rossi, fu il critico e pittore Paolo Ricci, grande amico di Neruda. Ricci e Macchiaroli, con Sara e Mario Alicata, Edwin e Claretta Cerio, saranno loro a fornire a Neruda il rifugio caprese e contribuire così alla nascita di quello che possiamo ben dire il “libro galeotto”. E sì , galeotto perché quelle liriche appassionate furono ispirate all’esule Neruda dalla sua amante, la cantante cilena Matilde Urrutia, con la quale il poeta condivise una relazione clandestina nell’isola. Neruda, convinto poi da Matilde e dagli amici napoletani a pubblicare quei versi, volle che questi uscissero anonimi per una ragione del tutto privata, per non offendere sua moglie Delia, che non era al corrente della sua relazione con Matilde, e che in quel 1952 si trovava a Parigi, impegnata a correggere le bozze del suo “Canto General”. A scrivere la lettera - prologo al volume fu la stessa Matilde Urrutia , utilizzando il nome fittizio di Rosario de la Cerda (“Carta de la señora Rosario de la Cerda”): «Non ho mai saputo quale fosse il suo nome vero, Martinez, Ramirez, Sanchez. Io lo chiamo semplicemente il mio Capitano e questo è il nome che voglio conservare in questo libro...questi versi sono la storia del nostro amore, grande in tutte le sue manifestazioni. Aveva la stessa passione che poneva nei suoi combattimenti, nelle sue lotte contro le ingiustizie» (pagg.10-12). Pablo Neruda, poeta e deputato comunista, alla fine degli anni Quaranta era un rifugiato politico, perseguitato dal dittatore cileno Gabriel Gonzàlez Videla e costretto a scappare dal proprio paese, raggiungendo l’Europa, prima a Parigi, dove partecipa al Congresso della Pace mondiale e, successivamente, a Roma e Napoli. Nel periodo del suo esilio italiano Neruda fu oggetto di un decreto governativo di espulsione dal territorio nazionale, ma quel tentativo di assecondare i “desiderata” del dittatore cileno e del maccartismo statunitense fallì per la protesta di centinaia di manifestanti della sinistra, che alla stazione Termini di Roma ingaggiarono una vera e propria battaglia con le forze dell’ordine, e dopo qualche giorno il decreto venne revocato.
Alla fine di gennaio del 1952, Neruda, sostenuto dai molti e influenti amici napoletani, fu ospitato da Edwin Cerio, che scelse per lui una delle sue dimore più belle: la Casa di Arturo a Via Tragara, con vista sulla baia di Marina Piccola. Il poeta è innamorato, la vicinanza dell’amata, il dolce inverno caprese, l’isola azzurra bellissima e l’ospitalità dei capresi sono per lui momenti di grande felicità, così manifestata negli ultimi versi del libro: «Y asì esta carta se termina / sin ninguna tristeza: / estàn firmes mis pies sobre la tierra, / mi mano escribe esta carta en el camino / y en medio de la vida estaré / siempre / junto al amigo, frente al enemigo. / con tu nombre en la boca / y un beso que jamàs / se apartò de la tuya» ( pag. 177 ). Nel 1953 il libro fu pubblicato, sempre anonimo, dall’editore Losada di Buenos Aires, ma soltanto nel 1962, nella seconda edizione delle “Obras Completas”, furono da Neruda ufficialmente riconosciuti come propri “Los versos del Capitan”. Paolo Ricci, curatore di quella prima, anonima, edizione napoletana, aveva dato a Matilde il nome di “medusa” per via dei suoi capelli ribelli: «La testa di medusa che figura in copertina offriva a tutti noi amici e sottoscrittori la chiave del piccolo mistero e Pablo ne fu entusiasta». Il ricordo di Ricci è nella testimonianza “Una presenza significativa nella Napoli del dopoguerra” (pag. 34), parte del libro a più voci “Pablo Neruda. Napoli - Capri 1952/1979” (Cooperativa Editrice Sintesi, 1980), referenza molto utile per ricostruire la genesi del libro e la permanenza di Neruda tra Napoli e Capri, nell’inverno-primavera del 1952.
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