Muovo, dunque sono Il filosofo e gli scacchi nel gioco dell’esistenza 

Il professor Adinolfi e la passione del mettersi alla prova «Affrontare la vita con leggerezza e mai con superficialità»

Il gioco degli scacchi e la filosofia, cosa hanno in comune? Apparentemente nulla, ma il nuovo libro del professor Massimo Adinolfi, dal titolo “Problemi magnifici, gli scacchi, la vita e l’animo umano” (Mondadori) spiega esattamente il contrario. Il volume, che sarà presentato, oggi pomeriggio alle 18, presso il Teatro Ghirelli di Salerno, con gli interventi di Alfonso Amendola, Mario Lamagna, Eduardo Scotti e Giorgio Ventre, ci porta a riflettere sui problemi dell’esistenza, attraverso le due grandi passioni di Adinolfi, la filosofia e gli scacchi. L’autore, professore Ordinario di Filosofia Teoretica all'università Federico II di Napoli ha praticato la disciplina degli scacchi fino a 17 anni, per poi dedicarsi ad altro. Ha ripreso a giocare di recente, con lo stesso entusiasmo di un tempo.
Professore Adinolfi, le è mancata la scacchiera in tutti questi anni?
Sì, molto, ho ripreso a giocare da poco, non da agonista, mi dedico sporadicamente a qualche torneo, ma il passare del tempo mi ha aiutato a capire quanto gli scacchi abbiamo contribuito a formare la mia personalità.
Cosa racconta nel suo libro?
Ho scritto un libro sugli scacchi, non come lo scriverebbe uno scacchista, che è anche un libro di filosofia che nessun filosofo scriverebbe. È un libro fruibile a tutti, che mi ha divertito tanto, dove racconto storie di scacchisti, e mi servo di questi aneddoti per toccare problemi esistenziali, filosofici, senza erudizione, con leggerezza e mai con superficialità, gli stessi problemi che gli scacchisti provano a risolvere sulla scacchiera che poi devono affrontare anche nella vita.
Ma cosa hanno davvero in comune gli scacchi e la filosofia?
Gli scacchisti hanno bisogno di attenzione, concentrazione, intuizione; le stesse prerogative che servono nella vita.
Il gioco degli scacchi è ancora una disciplina di nicchia?
Sì, lo è. Ultimamente è diventato più popolare, anche grazie alla serie tv “La Regina degli Scacchi”, ma riceve ancora poche attenzioni e poca visibilità, anche perché richiede una grande preparazione fisica e mentale.
Quale è la dote più importante che bisogna possedere?
Con gli scacchi, ci si mette continuamente alla prova, e molti grandi campioni, a causa dello stress a cui sono sottoposti, hanno avuto dei cedimenti mentali. Le faccio l’esempio di Paul Morphy, il più grande di tutti i tempi, che appena 21enne sfidò Staunton, campione in carica, il quale, considerandolo solo un ragazzino, o forse per paura di perdere, si sottrasse alla competizione. Morphy vedeva in Staunton l’incarnazione del padre e quella rivalsa mai compiuta, che cercava sulla scacchiera, lo portò ad impazzire e a smettere di giocare, nonostante le grandissime doti di giocatore.
Quale è stato secondo lei il match del secolo?
Sicuramente quello tra il russo Boris Spassky e l’americano Bobby Fischer, commentato da Bruno Pizzul e Nando Martinelli, durante il periodo della guerra fredda. Vinse Fischer, eccentrico ed egocentrico che presto smise anch’egli di giocare. Come vede c'è sempre un filo di follia che caratterizza i grandi campioni di scacchi.
Lei si è occupato anche di politica: la filosofia può mettere un po’ d’ordine nella confusione che regna tra chi governa?
Come nel mio libro uso il materiale della storia degli scacchi per ragionare e riflettere su come affrontare la vita. Così la filosofia, applicata alla politica, non dovrebbe mettere ordine ma piuttosto aiutare a capire attraverso uno sforzo comune di comprensione.
Maria Romana Del Mese
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