L'INTERVISTA

Maurizio De Filitto: «Giovane? Battipaglia è millenaria»

L’agricoltore-storico che scoprì un porto e le terme romane

BATTIPAGLIA - Le mani. Maurizio De Filitto tiene l’indice puntato sul vecchio nome di una città, impresso su una grande cartina da collezione, tirata fuori da una voluminosa pila di riproduzioni di mappe storiche («Le ho raccolte negli archivi e nelle biblioteche d’Italia: non le ho mai contate, saranno più di 200»), ma non è il toponimo ad attirarsi addosso l’attenzione: gli occhi sono fissi sulle mani, così diverse da quelle d’uno storico, d’un geografo o d’un archivista. Sono mani ruvide e callose, sporche di terriccio e di fanghiglia, logorate dal sole e dall’acqua, rovinate dal legno e dalla ruggine. «Sono ancora un agricoltore, ma quel porto m’ha cambiato la vita». Era l’11 agosto del 2006: il perito agrario e suo fratello, Renato, armati di pala e piccone, stavano dedicandosi a dei lavori di sistemazione del terreno nella loro azienda agricola, in località Aversana. Finché il badile non ha cozzato contro del pietrisco più che millenario, l’acciottolato d’un vecchio approdo, accarezzato dall’acqua d’un lago che fu. Arrivarono i vincoli: una parte dell’azienda agricola diventò una fattoria didattica, il perito agrario uno storico, che scoprì delle terme romane nel cuore di località Spineta, nella periferia d’una città giovane, che tanto giovane non è. L’avvocato Enrico Giovine, storico sindaco della capofila della Piana, scrive che «Maurizio è testimone dello sforzo e della capacità di quanti egli ha conosciuto per il mondo in cui si è trovato a vivere». Maurizio sorride e si schernisce: a 57 anni non ha la spocchia di certi accademici. «Toglietemi le occhiaie», dice mentre posa per il giornale. Le occhiaie d’un agricoltore-storico, che ha passato gli ultimi 14 anni tra archivi, biblioteche e cimiteri, alla ricerca del passato di Battipaglia. Della “sua” Battipaglia, coi nomi delle grande famiglie che l’hanno fatta, i Farina, gli Agnetti, i Doria, i Valsecchi, i Budetti e tante altre. E nei volti impressi sui tanti scatti inediti finiti nell’ultimo dei suoi libri.

Oggi all’ex scuola De Amicis presenta la sua ultima fatica letteraria, “Battipaglia. Le origini”: l’anno di nascita non è il 1929, quando è stato fondato il Comune?
Macché! Le origini risalgono almeno al 1100. E lo dicono le carte.

Quali carte?
Qualche anno fa ho trovato un documento alla Badia di Cava: era un elenco dei possedimenti della Santissima Trinità sul fiume Tusciano, “Ubi dicitur Battipaglia”. Sa cosa chiedo sempre ai bimbi che vengono in fattoria?

Cosa?
“Sapete perché si chiama Battipaglia?”. Tutti mi dicono che è per via della battitura della paglia, ma la paglia non si batte, altrimenti diventerebbe polvere. E poi le aie c’erano in tutta Italia, ma un toponimo simile non c’è da nessun’altra parte: soltanto qui avremmo avuto l’inventiva di chiamarci Battipaglia?

E allora perché Battipaglia?
I possedimenti della “Santissima Trinità” di Cava, quelli sulle sponde del Tusciano, a quanto si legge nei documenti vennero gestiti da un certo Pietro Battipaglia, figlio di Giacinto Battipaglia, i fittavoli dei terreni della Badia di Cava.

Battipaglia vissuta prima di Battipaglia...
Quelle di Spineta erano terme pubbliche: se c’è un complesso termale, c’è un insediamento, con castelli e mercati. Magari gli imperatori venivano in vacanza...

E ci sono le carte a dirlo?
In un documento del 1221, all’Archivio diocesano di Salerno, Federico II conferma numerosi possedimenti alla Chiesa salernitana retta dall’arcivescovo Nicola, tra cui “le decime dei diritti delle piazze, il Castelluccio di Battipaglia, (...), il Lago Grande, le Grotte con gli antichi edifici sulla riva del mare presso la foce del Tusciano”.

“Presso la foce del Tusciano”: è Battipaglia...
C’era una teoria sull’esercito romano in sosta ogni 8 miglia: a 8 miglia da Pontecagnano e a 8 miglia da Paestum c’è proprio Battipaglia. È solo una teoria, ma...

Nel suo libro si legge di numerosi tentativi d’incursione da parte degli stranieri...
Già. È per questo che qui avevamo il Telegrafo. A mare ci sono due torri: una alla foce del Tusciano, l’altra nei pressi di quella Sele. E la torre serve ad avvistare eventuali incursori. Per darne comunicazione alle zone interne, tra Eboli, Battipaglia, Olevano e Montecorvino, c’era bisogno di ripetitori. E quel rudere in zona industriale, dove adesso ci sono le antenne era un telegrafo. Lo scrivono il falegname, Pasquale Capo, ed il “fabricatore del comune d’Evoli”, Emidio Buonocore, in un atto del 1815.

E come funzionava?
Col metodo Chappe. Il francese Claude Chappe ideò un sistema di comunicazione che funzionava con la movimentazione di tre braccia: le tre ali segnaletiche venivano azionate manualmente. La posizione assunta da ogni braccio corrispondeva ad un numero: l’associazione dei tre numeri ad una cifra che significava una frase ben precisa...

Storie d’una comunità antica...
...ben prima della cappella del cavalier Franchini, dove c’era il quadro della Madonna della Speranza, che, tra l’altro, non è stata la prima chiesa della città. In precedenza c’era la chiesa di Sant’Anna, menzionata sui documenti del primo ’600, nei pressi dell’omonima masseria. E poi venne la chiesa di san Giovanni Battista, nei pressi di via Fiorignano.

Una serie di falsi storici, a quel che dice. Ce ne sono altri?
Il Castelluccio. C’è chi dice che appartenne ai Pignatelli dal 1600, ma quella famiglia è arrivata soltanto nel 1904, ed ha acquistato la fortezza dai Doria, che l’hanno posseduta per tre secoli. Prima ci furono i De Clario di Eboli e prima ancora la Diocesi di Salerno. E ci sono tantissimi altri errori.

Come nel caso di “Battipaglia Filette”?
Già. Il nome di “Piana di Battipaglia”, prima, indicava soltanto l’area sotto il Castelluccio, attorno all’attuale via Olevano. Da via Mazzini a via Cupa Filette c’era un altro toponimo: “Filette”, appunto. O le “Comprese”: non si chiamavano così. Erano la “Colonia Agricola”.

In quattordici anni di ricerche ne avrà viste tante...
Ero alle prese con una ricerca sulla famiglia di un grande possessore: andavo nei cimiteri, perché alle anagrafi comunali ti farebbero impazzire. Mi fingevo antenato, ma in un camposanto la custode non mi apriva le porte. Poi le portai un litro di olio e due mozzarelle. «Se portate altre due bocconcini - mi disse - vi apro pure le tombe...» (sorride).

Uno storico convenzionale non ci sarebbe riuscito. E quali sono le storie più singolari?
Lavoravo su una grande famiglia di proprietari: negli archivi c’era il nome d’un altro figlio, ma nei possedimenti al catasto non risultava nulla. Chiesi ad una discendente il perché, e lei mi disse: «Non lo sapeva? Era gay!». Con un fratello presbitero...

Uno scandalo, a quei tempi...
In un altro caso, c’era una figlia scomparsa da qualsiasi carta, fuorché da un atto. Ho scoperto che viveva reclusa in casa perché aveva un handicap mentale, e i genitori non la facevano uscire per paura che qualcuno la mettesse incinta per prendere le proprietà...

Una storia affascinante. E soprattutto antica. È importante per i battipagliesi riscoprirsi millenari?
È fondamentale riscoprire la curiosità: siamo un grande popolo, non la palude che ci hanno fatto credere.