«Matteo Ripa, una leggenda tra Cina e Italia» 

Lo storico Michele Fatica: un illuminato gesuita che sfidò la Chiesa del tempo costruendo il primo dialogo interreligioso

Da Eboli all’estremo Oriente per spalancare le porte di un mondo ancora sconosciuto. È l’opera che ha caratterizzato la vita di Matteo Ripa, il missionario che dopo i suoi viaggi creò a Napoli il “Collegio dei Cinesi”, istituzione che si è trasformata nel corso dei secoli, la cui eredità, adesso, è stata raccolta dall’Università Orientale, un totem della cultura dell'intero Mezzogiorno. Ieri, proprio nella città partenopea, si è tenuta la cerimonia del premio istituito nel nome del missionario napoletano nel 2014 e che, in quest’edizione, è andato all'ex premier Romano Prodi. Negli scorsi anni, il riconoscimento fu assegnato allo storico che, più di tutti, ha studiato e analizzato a fondo la figura di Ripa. Il professore Michele Fatica ha ricostruito la vita di quell’uomo che, prima di tutti, ha rappresentato un ponte di collegamento fra l'Italia e la Cina: «Ho trascorso gran parte della mia esistenza a spulciare archivi e documenti per raccogliere testimonianze su una figura che ha cambiato la storia. Matteo Ripa è stato il primo ad aver davvero spalancato le porte dell'Oriente».
Professore Fatica, si può definire Matteo Ripa un antesignano della modernità?
Assolutamente e non soltanto per la sua missione in Oriente e per la successiva creazione a Napoli del Collegio dei Cinesi. La sua mentalità, pur tenendo fede ai dettami rigidi del cristianesimo che andavano in contrasto con il stesso ordine dei Gesuiti, era di un’apertura notevole per i tempi. E lo si capisce anche da alcuni piccoli dettagli che ho riscontrato nella mia attività di studio.
Ci può fare qualche esempio?
Basta pensare a quante lingue comprendeva e sapesse tradurre. Dal latino fino allo spagnolo arrivando poi, naturalmente, al cinese. L’imperatore Kangxi lo utilizzò addirittura come interprete con l’ambasciatore russo. Quando tornò in Italia, inoltre, doveva dare alle stampe il primo dizionario in cinese. Restò soltanto manoscritto. Ma quel lavoro certosino fu apprezzato anche dall'allora papa Clemente XII che indicò il Collegio di Napoli come seminario del clero destinato in Oriente. In Cina ha lasciato un grande segno, anche dal punto di vista artistico.
Che innovazione introdusse?
Spinse molto per la pittura ad olio che era già arrivata ma non veniva presa in grossa considerazione. E poi diede il via anche alle tradizioni delle incisioni in rame.
Una grande parte della sua opera missionaria, poi, è tornata in Italia con la fondazione a Napoli del Collegio dei Cinesi.
Era l’unico istituto in cui si poteva imparare quella lingua. Fu l'inizio di una grande tradizione che vive ancora al giorno d’oggi con l’Orientale.
La vita di Ripa è diventata nota anche grazie alle sue produzioni letterarie. Cosa l'ha spinta ad avviare un lavoro così certosino?
Quando ho avuto la cattedra all’Orientale ho conosciuto il professore Renato Saviano, che fu anche podestà di Sarno. Aveva avuto l'input da parte di alcuni francescani che gran parte dell'archivio del Collegio dei Cinesi fosse custodito fra Roma e Venezia.
Come mai non sono conservati a Napoli?
L'Università Orientale è nata sotto il governo di Francesco Crispi, un anticlericale che aveva teso a nascondere quella parte di storia. Io, però, sul finire degli anni Ottanta, ho avuto la fortuna e la bravura di ritrovare quei documenti. Ho fatto per lungo tempo il topo d'archivio per mettere insieme tutti i tasselli di una vita straordinaria.
Una vita straordinaria cominciata ad Eboli.
Sono felice che la sua figura venga ricordata dalla città natale, anche oggi Napoli tende a dimenticare la sua opera. Ripa era nato in una famiglia borghese e intellettuale che era molto attratta dalla mondanità dell'epoca della città partenopea. Lì era arrivato a 16 anni, avviandosi agli studi di medicina poi abbandonati per la sua attività missionaria. Il fermento di quel tempo lo influenzò molto.
Cosa resta, adesso, dell’opera di Ripa?
Era un lavoratore instancabile che spalancò le porte di un mondo, andandosi a scontrare anche con il suo stesso ordine. Ha lottato contro la metodologia missionaria dei gesuiti che erano aperti a una conversione al cristianesimo che univa il sacro al profano. Dire l’Università Orientale sarebbe troppo facile.
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