L'INTERVISTA

Marisa Laurito: «Carosone, il babà e quella canzuncella doce»

A vent’anni dalla morte del musicista napoletano il ricordo dell’amica

Erano gli anni bui della seconda guerra mondiale, gli anni in cui si cercava di tenere alto il morale dei soldati arruolati al fronte attraverso canzoni e musica ballabile sulle note dello swing, blues, jazz, boogie-woogie, cha cha cha, rock and roll. Le mani, quelle che fremevano, desiderose di posare il fucile e accarezzare un pianoforte, erano quelle di Renato Carosone, precursore visionario che nell’Eritrea del dopo guerra, iniziò a mettere in pratica quanto imparato al fronte, sperimentando la commistione di quei nuovi generi musicali. Questa grande rivoluzione trova la sua origine a Napoli, nel 1920, dove Carosone nacque, figlio della madre musica, compagna sempre presente attraverso cui raccontò i costumi della Napoli del dopoguerra. Il primo vero successo fu quello di Maruzella, nata nel lontano 1954 dalle note di Carosone e dal testo di Enzo Bonagura. Se da un lato il titolo è un vezzeggiativo del nome Marisa, dall’altro nell’idioma napoletano indica una ragazza simpatica e vivace con la capigliatura pettinata a riccioli. E fu a questa estensione di significato che Bonagura fece riferimento parlando della ragazza protagonista della canzone. E oggi, a 20 anni dalla morte di Carosone, un’altra “Maruzella” racconta di lui. «Renato Carosone mi chiamò per partecipare insieme a lui al Festival di Sanremo del 1989» afferma Marisa Laurito, altro grande simbolo della napoletanità verace. «Io sono cresciuta innamorata pazza di Carosone e non potevo farmi scappare l’occasione. Dovevamo cantare una canzone scritta da Riccardo Pazzaglia, una storia di due persone che si separavano: lei andava a vivere in una villa con piscina, lui, invece, in un appartamento con due camere, un bagno e una cucina. Fu qui che accadde l’impensabile. Carosone non ci voleva andare in quell’appartamento, neanche per gioco», racconta sorridendo Marisa. «Io mi ritrovai nel bel mezzo di una disputa tanto che a un certo punto per sdrammatizzare dissi loro, “E mandateci me nell’appartamento!”. Purtroppo il problema non si risolse perché Pazzaglia non volle modificare il testo che a Carosone proprio non andava giù. Ed ecco che partecipammo singolarmente al festival: io con la canzone Il babà è una cosa seria e Carosone con Na Canzuncella doce doce».

Una foto la immortala accanto a Renato Carosone e Luciano De Crescenzo. Che ricordi evoca?
Era la fine degli anni ’80. All’epoca avevo un piccolo attico a Via Flaminia Vecchia e Renato veniva spesso a cena da me. Quella sera venne con Luciano. Ero accanto a due grandi artisti, ma ancor più di questo, due grandi uomini. Se Luciano da un lato era un uomo autenticamente buono, Renato era una persona dalla grande umanità. Era speciale, appassionato del suo lavoro e anche quando eravamo in situazioni extra lavorative, come quella sera a cena, lui era sempre pronto a suonare e a giocare. L’ironia e l’allegria erano i suoi abiti più belli. Grazie a queste doti innate e alla sua musica così moderna e trasversale, conquistò il mondo intero.

Eduardo Scarpetta, interprete di Carosone nel film omaggio Rai, è riuscito a trasmetterle questa umanità?
La cosa che più ho apprezzato di “Carosello Carosone” è proprio la capacità di descrivere l’uomo ancor prima dell’artista che tutti conoscono. Carosone rappresentò una svolta per la canzone napoletana, spianando la strada all’evoluzione della musica in Italia dopo il ventennio oscuro e la guerra che ne era seguita. Questo era sotto gli occhi di tutti ma poche persone lo conoscevano dal punto di vista umano. Questo film, con la bella interpretazione di Eduardo, ha rappresentato un meraviglioso omaggio a Renato. A renderlo speciale non era solo la sua meravigliosa arte, ma anche il suo modo del tutto anomalo per l’epoca di vivere la vita. È stato un pioniere sotto tanti punti di vista. Basta pensare che andò in Etiopia e si innamorò di una donna che aveva avuto un figlio da un amante, scandalo per quegli anni.

E Renato cosa fece?
La sposò e riconobbe un figlio non suo non raccontando mai a nessuno la verità. L’umanità di quest’uomo è il segreto del suo essere un artista immortale.

Oggi riconosce questa umiltà d’animo in artisti contemporanei?
Mi sono emozionata ascoltando Andrea Sannino cantare alcuni dei più grandi successi di Renato racchiusi nel cd “L’americano di Napoli”. Andrea ha suonato durante la conferenza stampa di presentazione e ha dato prova di una grande sensibilità d’animo e non è scontato. Oggi è davvero facile per molti definirsi artisti, ma difficilissimo trovare un artista vero come Renato».

A 100 anni dalla sua nascita e a 20 dalla sua morte, salutiamo Carosone con le sue stesse parole racchiuse nella toccante Lettera di un pianista. “Musica madre mia! (…) Ritornerò nel tuo grembo così come sono venuto. Te ne accorgerai, perché sentirai la mia ultima nota, uguale e identica alla prima che mi insegnasti, ti ricordi? Era un la, un la naturale!.. .

Stefania Capobianco