Mangieri, musica e parole al servizio dei tenori 

I testi del compositore valdianese trionfarono al Festival della Canzone di Napoli e furono protagonisti pure a Sanremo

Il 10 dicembre 1919, anno di uscita della famosa canzone romantica di E.A. Mario “La signora di 30 anni fa”, a San Pietro al Tanagro venne alla luce un vispo bambino il cui destino fu segnato proprio dalle canzoni. Rallegrò l’austera atmosfera del settecentesco palazzo dei Mangieri e fu chiamato Francesco Saverio. Con papà Filippo e mamma Domenica, con i fratelli Nicola e Gabriele e le sorelle Rachele, Emilia e Iole compose un nucleo familiare i cui membri vissero le loro vite sociali e professionali lontano dal piccolo borgo del Vallo di Diano. E proprio Francesco Saverio fu destinato a raggiungere fama internazionale nel campo della musica leggera e ritmo-sinfonica come compositore, arrangiatore. Direttore d’orchestra e paroliere con ben 84 canzoni e musiche dichiarate alla Siae. Francesco Saverio Mangieri è stato l’unico salernitano a firmare una vittoria e due secondi posti al Festival della Canzone Napoletana, che fu uno dei grandi eventi della cultura musicale pop dal 1952 al 1971, e un quarto posto al Festival di Sanremo, giunto quest’anno alla 70ma edizione mentre la manifestazione partenopea fu fermata nel 1971 con un improvviso blitz attuato dalla Rai poche ore prima della messa in onda. Il black out di quello che i napoletani chiamavano affettuosamente “’O Festivallo nuosto” fu determinato da una querelle con ricorso ai giudici scoppiata tra gli autori esclusi e i selezionatori dell’Ente organizzatore. Il vespaio di proteste tese ad accusare la Rai di favorire la “British invasion”, sostenuta dalle multinazionali del disco per sbarazzarsi dell’ostacolo della melodia partenopea rilanciata nel dopoguerra da brani di impatto internazionale come “Dove sta Zazà”, “Simme ’e Napule paisà”, “Tammurriata nera”, “Munasterio ’e Santa Chiara”, “Anema ’e core”, “Luna rossa”, “Malafemmena”, “Luna caprese”, “Resta cu me” e “Tu si ’na cosa grande”, canzoni che fecero capire che la vecchia melodia, rinnovata nelle sue linee, costituiva un osso duro per il nuovo sound consacrato nei giganteschi raduni organizzati dalla meeting industry anglo-americana. Le accuse dei napoletani erano comprensibili perché la soppressione del Festival metteva a terra economicamente una città orgogliosa di affidarsi alle risorse della sua cultura. Per centinaia di cantanti, musicisti, discografici e lavoratori che ruotavano attorno a un mondo fantastico e fantasioso incominciò una crisi profonda nonostante i tentativi di far rinascere “’O Festivallo”. Per fortuna Francesco Saverio Mangieri non fu una meteora, ma si rivelò una stella cometa in grado di brillare in contesti internazionali ugualmente prestigiosi, grazie al felice connubio musica-parole che egli traeva dal suo innato sentimentalismo ispirato e che trovava il favore di tenori del calibro di Beniamino Gigli e Mario Del Monaco e di star con carriere importanti. Achille Togliani, Gino Latilla, Carla Boni, Natalino Otto, Vittoria Mongardi, Flo Sandons, Teddy Reno, Nilla Pizzi, il Quartetto Cetra, Tina De Mola, Joe Sentieri, Luciano Taioli, Claudio Villa, Peppino Di Capri, Bruno Martino, Tina De Mola e Milva cantarono e incisero sue canzoni. E le orchestre internazionali di grandi direttori e arrangiatori che si chiamavano Percy Faith, George Melachrino, Wal Berg, Theodorakis, Robert Howard, Cinico Angelini, Ceragioli, Pino Calvi, Semprini e Nino Oliviero suonarono le sue musiche. Naturalmente ebbe dalla sua anche tutti i più acclamati interpreti della canzone partenopea di quegli anni con in testa Giacomo Rondinella, Sergio Bruni, Domenico Attanasio, Roberto Murolo, Nunzio Gallo, Franco Ricci, Tullio Pane e Aurelio Fierro, che diresse in un Metropolitan di New York gremito di pubblico. Il talentuoso musicista di San Pietro al Tanagro scrisse anche musica ritmo-sinfonica di livello, vincendo le prime due edizioni del Festival Internazionale di Cava dei Tirreni, con il “Concerto in mib” e “Rapsodia in La maggiore”, eseguiti in eurovisione dalle orchestre di Nello Segurini e di Richard Blareau. Il grande Percy Faith ne uscì sconfitto, ma cavallerescamente portò in giro per il mondo la musica del vincitore. La lunga carriera di Mangieri partì indubbiamente dai cavalli di battaglia “Varca lucente”, seconda al Festival del 1952, “Suonno d’ammore” , prima nel 1954, e “Ddoje stelle so’ cadute”, al posto d’onore nel 1955. Ai Festival napoletani se la vide, spesso lasciandoli dietro di se, con Cesare Bixio, Nicola Salerno, Roberto Murolo, Tito Manlio, Bonavolontà e Michele Galdieri, quest’ultimo famoso per la sue riviste acclamate in tutti i teatri italiani e per aver scritto con Alberto Barberis l’indimenticabile “Munasterio’e Santa Chiara”. Non era facile imporsi in una manifestazione in cui gareggiavano, oltre ai suddetti, lo scrittore Giuseppe Marotta (L’oro di Napoli), Antonio Vian e Vincenzo De Crescenzo, appena baciati dal successo mondiale di “Luna rossa”, futura “Blushing Moon” nel repertorio di Frank Sinatra, Ettore De Mura, Furio Rendine, Enzo Di Gianni, Falcocchio, Cioffi, Augusto Cesareo, Ciervo e altri leoni poco felici di prenderle da un debuttante perché sapevano di appartenere al gotha della musica leggera italiana. Ma il Mangieri si era gettato nella mischia con solidi studi di conservatorio e universitari e contando su una padronanza dell’ambiente che gli derivava dal lavoro svolto presso l’importante casa editrice “Curci”, dove aveva avuto mansioni di responsabilità e aveva conquistato la fiducia dei titolari. Duttile e colto, ottenne incarichi e consulenze alla Rai ed entrò nel cerchio magico di artisti e intellettuali che si chiamavano Mario Soldati, Alberto Curci, Mario Monicelli, Enzo Tortora, Totò, Vittorio Gasman e Lelio Luttazzi. Altre sue perle furono la sigla radiofonica composta per il Concilio Vaticano II e la colonna sonora dello sceneggiato televisivo “Il Circolo Pickwick”, di Charles Dickens. Nel 1960 Totò con la paglietta sulla testa e Anna Magnani con la bianca boa al collo interpretarono in duetto la sua canzone “Geppina Geppì” nel film di Monicelli “Risate di gioia”. A Sanremo 1954 la delicata “Notturno”, presentata dal re dello swing Naralino Otto e da Vittoria Mongardi,sfiorò il podio. Dopo essere scampato al massacro di Cefalonia durante il secondo conflitto mondiale, al ritorno in Italia riprese gli studi al Conservatorio con i maestri Carlo Cammarota e Renato Parodi e decise di provare le sue possibilità artistiche sottoponendo al vaglio del maestro Nello Segurini, uno dei più apprezzati pianisti e direttori d‘orchestra italiani, una tarantella scritta quando era al terzo anno di composizione. Ciò che accadde lo raccontò lui stesso in una “confessione” reperita da Filippo Mangieri, il nipote preferito, residente a Siena ma che non manca di visitare l’anziana madre che abita nel palazzo di famiglia di San Pietro al Tanagro. Francesco Saverio Mangieri, dunque, rivela che, dopo aver trascorso la sua infanzia in compagnia di Chopin, Beethoven e dei grandi musicisti classici, a studi di conservatorio avviati, “decise di comporre una tarantella senza mancare di rispetto al grande Rossini”; e, poiché più di uno gli disse che aveva messo sullo spartito note piacevoli, decise di far visita al maestro Segurini, vera autorità nel campo della musica leggera italiana. Lo conosceva solo di nome, ma partì lo stesso alla volta di Roma con lo spartito stretto al petto e prima di mezzogiorno era davanti al Maestro, il quale non solo lo ascoltò con attenzione, ma sedette al pianoforte ed eseguì la tarantella con crescente trasporto. Alla fine non potè fare a meno di esclamare, rivolgendosi al giovane autore: «Bravo, inserirò subito questa sua composizione nella mia prossima trasmissione alla radio».
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