CARTA GIALLA

Macchietta, l’arte del sorriso

Il genere che ispirò veri capolavori comici fu raccontato da De Mura in un’enciclopedia

Quando, la scorsa primavera, c’è stata la prima chiusura totale dell’Italia, il genio musical-canoro dei nostri connazionali si produsse - tra sorrisi rassicuranti e slogan ottimistici - in migliaia di cantate stornelli e mandolinate, dai balconi e dalle terrazze di casa. In quest’ora di ritorno della paura le canzoni e l’ottimismo di prima sembrano un ricordo lontano e a Napoli si respirano arie assai poco musicali, anzi - per dirla tutta - il malumore, l’insofferenza, l’angoscia e la ribellione sono il sentimento prevalente. Senza voler apparire un “Bastian Contrario”, mentre guardiamo in televisione Gigi Proietti all’opera con lo sketch del “Conte Duval”, nel giorno stesso della sua morte, si fa strada il pensiero che in questa nuova ondata di contagio, ascoltare o parlare di fole, di cose leggere, canticchiare certe canzoni (magari senza esibizioni condominiali) potrà un poco giovare allo spirito, specialmente se volgiamo l’attenzione alla canzone napoletana, a quella parte di essa più leggera e spensierata che si produsse e si cantò nella prima metà del Novecento, all’indomani di due immani catastrofi, ben maggiori di questa pandemia, le due guerre mondiali. Vogliamo rievocare quel particolare genere di canzone che prende il nome di “macchietta”, e assumiamo come guida per questa nostra breve panoramica di testi e autori, l’insuperata “Enciclopedia della canzone napoletana” di Ettore De Mura, stampata a Napoli nel 1969 dalla casa editrice “Il Torchio”.

La “macchietta” nel teatro di prosa o di varietà - come ognuno sa - è il tipo bizzarro, che muove al riso per l’abito e le parole. Il termine è mutuato dalla pittura, dove indica uno schizzo, un disegno tracciato rapidamente e senza particolari pretese, come senza pretese fu la macchietta del varietà e dell’avanspettacolo, dove, tanto per fare qualche nome, mossero i giganti della risata e dell’ironia, della facezia che a suo modo è anche poesia: Armando Gill, Totò, Ettore Petrolini, Erminio Macario, Nino Taranto. Ci fermeremo, in questa rapida incursione, ai primi anni Cinquanta, perché subito dopo le canzoni a Napoli nascevano con la premessa sbagliata di rivaleggiare con quelle di Sanremo e andavano perdendo quelle risorse tonali ed espressive di cui è ricco il dialetto partenopeo. Nicola Maldacea, sul finire dell’Ottocento “chanteur comique napolitain” presso il Salone Margherita, è considerato l’iniziatore del genere macchiettistico, e aveva il fisico adatto - piccolo e rotondo com’era - a interpretare i personaggi creati per lui da Ferdinando Russo e da altri celebrati autori del tempo: nacquero così Don Frichino, Il conte Flick, ’O ’mbriaco, ’O scioglimento d’o cuorpo, ’O rusecatore, Fra’ Brasciola, per ricordarne qualcuno. Maldacea morì in povertà nel 1945, quando il suo genere si andava spegnendo anche sulle tavole dei palcoscenici. La figura artistica di Maldacea è nel bel libro di Vittorio Paliotti, “Il salone Margherita e la belle époque” (Napoli, 1975, pag. 119 - 127). Da un interprete passiamo a un autore, Aniello Califano, contemporaneo di Maldacea e famoso in particolare per i versi, scritti nel 1915, di “’O surdato ’nnammurato”.

Ma Califano, che era di madre sorrentina e padre di S. Egidio del Monte Albino, fu in auge nei Cafè Chantant del primo Novecento anche per aver tracciato delle figure davvero spassose, prese certamente dalla vita reale, come la moglie che lascia il marito per diventare una “sciantosa”, la cantante di varietà “Ninì Tirabusciò”: « Chillu turzo ’e mio marito nun se pò cchiù suppurtà. Ll’aggi’ ’a cósere ’o vestito. Mm’aggi’ ’a mettere a cantà. Tutto è pronto. Stó aspettanno na scrittura p’ ’a firmà. Nun appena che mm’ ’a danno, vaco fore a debuttà». Oppure l’antesignana delle attuali milf, cioè quella “Madama Chichierchia” che «se ’nfarina, s’alliscia e ’mpupazza e va a caccia d’ ’e belli garson… Madama Chichierchia ’a ccá, Madama Chichierchia ’a llá…pile ’ncapa nun tène cchiù… e vò, a forza, ’o zùchetezù!», scritta nel 1911. Ettore de Mura, nella sua Enciclopedia (che comprende proprio “tutta” la canzone napoletana) traccia anche le peculiarità del genere comico e così scrive nel primo dei tre volumi: «La macchietta s’inquadra nel genere comico, ove sentimenti e atteggiamenti sono presentati di volta in volta, con spunti umoristici, satirici, ridicoli, ironici, grotteschi, arguti e scherzosi. Il suo scopo è di provocare il riso, od almeno un sorriso. La macchietta mette in primo piano un tipo, cerca il più possibile di ritrarne, deformandoli, i lati apparentemente comici, così come il vero artista della matita da un solo tratto caratteristico della figura che ha preso in oggetto, ricava una ben riuscita caricatura alterando, in piccolo o in grande, i punti che più sollecitamente lo hanno colpito», e a proposito del confronto proposto da qualche altro autore con l’Opera Buffa del Settecento: «La macchietta si differisce molto dalla canzone buffa, che, si ricordi, rinvigorì le sue radici nella commedia musicale del ’700». Come ebbe origine la macchietta, l’apprenderemo dal suo ideatore: Ferdinando Russo, che ne parla in un articolo apparso su “La Tribuna” del 18 agosto 1925 (Vol. I “Panorama della Canzone Napoletana” pag. XI - XXXIX). Non possiamo non ricordare qui qualche titolo di un altro grande autore e interprete dal sorriso sornione, Armando Gill, al secolo Michele Testa: “Beatrice” (1915), “La donna al volante”, “E allora?”, “Lui lei e gli altri sei”, tutte del 1927.

Col progressivo affermarsi del fascismo, il controllo e la censura sui testi e le messe in scena influì non poco sulla diffusione del genere. In tempi più recenti la tradizione è proseguita marginalmente, prima col grande Nino Taranto, poi col bravissimo Vittorio Marsiglia. Così, nel 1969, ancora scrive De Mura: «La macchietta, dopo il suo periodo d’oro, come avverte il caro Don Ferdinando, decadde verso il ’20, per riprendersi, trasformata e aggiornata, alcuni anni più tardi, quando il maestro Giuseppe Cioffi e Gigi Pisano, non disdegnando di rimetter su questo componimento spassoso, ottennero clamorosi successi con Ciccio Formaggio, Datemi Elisabetta, L’hai voluto te!, Mazza, Pezza e Pizzo, ecc. E Nino Taranto, che ancora oggi ne è l’interprete, può considerarsi l’erede ed il continuatore di Nicola Maldacea». Oggi che Nino Taranto non c’è più, e se n’è andato pure Proietti, chi potrà essere il macchiettista di gran classe che ci allieti l’animo ancora? Forse nessuno più. Eppure, di questi tempi, di materiale da cui trarre ispirazione ovvero di autentiche “macchiette”, nella vita reale e a cominciare dalla politica, c’è n’è in abbondanza.