IL RAPPORTO

Lockdown dei musei, persi 78 milioni di euro

L’emergenza sanitaria ha fatto sfumare 19 milioni di visitatori in Italia. Le strutture campane sono state tra le più sfavorite

L’emergenza sanitaria e il decreto “Io resto a casa” hanno danneggiato anche i luoghi della cultura. La considerazione lapalissiana arriva dall’Istat, che, uniformandosi alla moda del momento, ha voluto ipotizzare l’entità della sottrazione: i musei e strutture similari statali hanno visto sfumare 19 milioni di visite e 78 milioni di euro fra marzo e maggio 2020. La stima è contenuta in un rapporto pubblicato ieri sul sito istituzionale. Fra poco vedremo alcuni dettagli e qualche paradosso. Prima aggiungiamo che, secondo una deduzione logica di questo giornale, la chiusura ha sfavorito soprattutto il Lazio e la Campania, regioni che guidano le classifiche nazionali del settore.

I DATI ISTAT DEL 2018. Il censimento nazionale del 2018 ha conteggiato 4.908 siti culturali fruibili, che insieme hanno sommato 128 milioni di visitatori. La quota statale del patrimonio è minoritaria nel numero assoluto (460 strutture su 4.908), ma giganteggia in termini di pubblico: nel 2018 «musei, monumenti e aree archeologiche statali hanno registrato circa 54 milioni di visitatori». Così è scritto nella pagina 2 del rapporto statistico. Il predominio si spiega facilmente, perché lo Stato possiede i siti di maggior richiamo. Solo per fare qualche esempio: il Colosseo e il Foro Romano (nel Lazio), il parco archeologico di Pompei e il complesso di Capodimonte (in Campania), la galleria degli Uffizi (in Toscana). Nelle 3 regioni tirreniche è concentrato il 46% dei beni ministeriali.

I DATI DEL 2019. «Le strutture statali - rileva l’Istat nella pagina 3 del resoconto - hanno attratto 54 milioni 805 mila visitatori nel 2019: una cifra di poco inferiore (-0,9%) al record storico di 55,3 milioni di visitatori raggiunto nel 2018». Consideriamo buono questo saldo, anche se poche righe prima i visitatori del 2018 erano «circa 54 milioni», come abbiamo visto. In effetti l’analisi per gli effetti del lockdown è più diluita nel tempo.

I DATI DECENNALI. L’Istat ha considerato la serie storica dei visitatori mensili nelle strutture statali dal 2010 al 2019. Le tendenze pluriennali mostrano due fenomeni ricorrenti: l’aumento del pubblico e la concentrazione nelle settimane primaverili. Fra marzo e maggio le strutture statali accolgono circa il 32% del pubblico annuale. Nello stesso periodo del 2019 musei aree statali hanno ricevuto 17 milioni di persone. Per gli incassi il discorso sarebbe un po’ diverso, perché marzo appare un mese tiepido.

GLI EFFETTI DELLA CHIUSURA. «Fino al 2019 - rileva l’Istat - i musei statali avevano visto un rapido incremento della platea dei visitatori, aumentati del 46,8% dal 2010 al ritmo di 1,7 milioni in più in media ogni anno. La pandemia ha arrestato questa tendenza». Ecco la conclusione: «Basandosi sulla serie storica è possibile stimare che per il 2020 (...) si sarebbe potuto realizzare un incremento del numero di visitatori dei musei statali dell’8,1% rispetto al 2019 e un aumento degli introiti lordi del 12,8%». L’esercizio statistico arriva a calcolare il dato orientativo dell’ammanco «per i soli mesi di marzo, aprile e maggio»: gli ingressi decrescono di 19 milioni, gli incassi di 78 milioni.

LEGGERI PARADOSSI. L’Istat annota che varie istituzioni hanno reso disponibili risorse online durante il lockdown 2020: «A Roma, Milano, Venezia, Napoli, Torino, Firenze, Bologna e Padova diversi musei statali hanno messo a disposizione tour virtuali, collezioni online, iniziative digitali e social per coinvolgere il pubblico». Sarebbe interessante sapere quanti musei sono stati dinamici e quanti accessi hanno fatto registrare. L’Istat ripropone invece i dati del censimento 2018 per concludere che la digitalizzazione «presenta ancora ampi margini di miglioramento» in Italia. Quell’anno le istituzioni statali sembravano soddisfacenti solo per la presenza social: in Italia il 65,9% possedeva un account ufficiale (Campania 64,6%). Le altre voci risultavano carenti: il 43,7% possedeva un sito web (Campania 36,9%), il 6,1% vantava un catalogo online (Campania 6,2%), il 9,8% offriva la visita virtuale (Campania 7,7%).

Alfonso Schiavino