Lo straniero e la tradizione vietrese

L’artista di Berlino operò nella ceramica miscelando la scuola italiana e quella mitteleuropea

di VITO PINTO

Si chiama "La Torretta" quella piccola casa con ingresso sull'erta strada che dalla Marina porta a Vietri sul Mare ed ha l'affaccio sulla sottostante valle del fiume Bonea. Su una delle pareti a vista strada è un'edicola devozionale formata da uno splendido pannello di 35 riggiole ceramiche raffigurante una sontuosa Madonna con Bambino assisa in trono. Nella parte inferiore un pesciolino, la sigla "G.St." e la scritta "Ceramica Fontana Limite" rimandano a Günther Stüdemann, uno di quegli stranieri che, dalla metà degli anni venti e sino alle soglie degli anni quaranta del secolo scorso, operarono nella ceramica di Vietri sul Mare, connotando un periodo erroneamente chiamato "tedesco". Una schiera di artisti che innescò quella rivoluzione culturale e produttiva capace di intrecciare la tradizione vietrese e la cultura mitteleuropea, dando "vita a uno dei momenti più alti della storia della ceramica italiana". Scrive Eduardo Alamaro: "In quel tempo a Vietri, con un po' di pane e molto amore e fantasia, si stava facendo, dentro la fabbrica diffusa, una ceramica mediterranea nuova e sovranazionale, una ceramica europea, un racconto popolare".

A Günther Stüdemann, artista "silenzioso" al quale la storia non ha dedicato il dovuto risalto, va ascritto la primogenitura di questo "racconto" con una propria fabbrica, la "Fontana Limite".

Nato a Berlino nel 1890 frequentò la Lander-Kunst-Schule di Amburgo, per poi formarsi alla scuola di Martin Brandenburg nella Berlino secessionista. Stüdemann giunse in Italia nel 1922, trovando alloggio all'Albergo Margherita nel rione Liparlati a Positano. Come per gli altri artisti presenti, il paese, anche per lui, fu fonte di grandi spunti pittorici tracciati con tecniche diverse a dimostrazione del suo dominio d'arte. E furono tele, chine, acquerelli, tempere. Nelle opere riporta quell'andamento verticale del paese, "ripigliandolo ora dal basso ed ora dall'alto", quasi in un andirivieni narrativo di un luogo dove le giornate trascorrevano con abitanti sempre disponibili e gentili con i "forestieri". I luoghi preferiti per i suoi dipinti furono il rione Fornillo, la zona alta della Chiesa Nuova, la valle dei Mulini con la chiesa del Rosario. Una china acquarellata, in particolare, sembra raccontare questo paese montuosamente marino: è un vicoletto coperto da arco, percorso da una scaletta in cima alla quale è la sagoma di una donna con un'anfora sulle spalle, scena di vita quotidiana presente anche in foto Alinari e di Giulio Rispoli.

Era il 1924 quando Stüdemann giunse a Vietri, forse spinto dalla sua voglia di tentare nuove strade artistiche, anche se a digiuno di esperienza ceramica. L'artista prese in fitto una parte dei locali della fabbrica Amabile a Marina di Vietri dando vita alla fabbrica di "Fontana Limite". A lavorare con lui sono le olandesi Sophia von Stölk e Lena Hagstotz; si aggregarono anche Vincenzino Procida e il faentino Luigi Di Lerma. Inizia, così, quel florido periodo di rinnovamento stilistico e culturale della ce. ramica vietrese cui molti artisti hanno guardato con grande interesse, come Giovannino Carrano, Guido Gambone e Salvatore Procida, pur conservando il codice genetico locale: pura genialità artistica vietrese. Come marchio, Stüdemann adotta un pesciolino, quasi a voler legare, da subito, una produzione colta ad una tradizione locale antica.

In questo ambiente era ovvio che tra Stüdemann e Richard Dölker, giunto dopo, nascesse un sodalizio ed una proficua collaborazione, tant'è che al museo di Thurnau in Germania sono esposte sette statuite presepiali, alcune delle quali realizzate da Günther ed altre da Richard. In un ricordo di Susanna Dölker si scopre che quei pastori furono modellati in un "Natale freddo e solitario in cui i due artisti si consolarono bevendo insieme tanto vino". E sono del periodo di "Fontana Limite" alcune Madonne e altri pannelli ceramici sparsi tra abitazioni e spazi di pubblica fruizione di Positano.

Nel 1926 nasce a Vietri la ICS di Max Melamerson ed è difficile pensare che Stüdemann abbia contribuito: le cronache dicono che tenne viva la sua fabbrica sino al 1928, quando ritornò in Germania, dove aprì un laboratorio ceramico nei pressi di Berlino.

Scende ancora una volta nel Mediterraneo nel 1931, andando a Rodi, isola del Dodecaneso ad occupazione italiana, chiamato da Dario Poppi, un faentino giunto sul finire degli anni venti a Vietri su richiesta di don Ciccio Avallone, e quel Luigi De Lerma che aveva collaborato alla "Fontana Limite". Nella parte della "città murata" dell'isola i tre fondarono la fabbrica "ICARO" dove, in effetti, portarono lo "Stile Vietri" innestandovi sopra i motivi della ceramica Iznik. In questa fabbrica giunge anche Sophia von Stölk, che nel frattempo aveva sposato De Lerma, e l'austriaco Hegor Huber.

Due anni e poi Stüdemann si trasferì in Spagna, a Esplugas, altra zona ad interesse ceramico, prima di ritornare definitivamente in Germania a Thurnau, dove rimase sino al 1981, anno della sua scomparsa. Di Stüdemann sul territorio non restano molte testimonianze, se non quelle di cui si è raccontato: molto è in Germania, in quel Topfermuseum, nato dopo la sua morte per volontà della seconda moglie, Luise. Tornò a rivedere Positano nel maggio del 1965 fermandosi all'albergo Casa Soriano; raccontò la moglie che fu come una sorta di riappropriazione di un passato felice, perché cercò e ritrovò tutte le sue opere.

©RIPRODUZIONE RISERVATA