Levia Gravia, quando la musica è pura poesia 

Il gruppo fondato nel 2001 ha vinto i Premi “Primomaggio” e “De Andrè”. De Chiara: «Il cantautorato non morirà mai»

Levia Gravia: ovvero cose pesanti e cose leggere. Hanno pensato a questa raccolta di Giosuè Carducci, quando gli è toccato decidere quale nome dare alla loro band. «Ci è piaciuta la convivenza di leggero e pesante. La leggerezza della musica che trasporta contenuti, una musica leggera che spesso si fa vettore di significati profondi». Così Alfonso De Chiara comincia a raccontare la storia dei Levia, gruppo musicale salernitano nato nel 2001. Hanno perso il Gravia con gli anni, per alleggerirsi un po’ di più, non andando a cambiare l’animo delle loro canzoni. Una storia che parte dalla sua passione per la musica, cantautore da sempre. «Per me è una necessità scrivere e suonare, lo faccio prima per un bisogno interiore, per una spinta egoistica, soltanto dopo arriva il pubblico e lo scambio con chi ci ascolta. Di riflesso facendo una cosa che mi fa star bene e che faccio bene, lascio certamente qualcosa agli altri. Ho cominciato da bambino con un corso di tastiera elettronica, ma a un certo punto ho abbandonato imparando a suonare da autodidatta la chitarra, strumento uguale a se stesso da centinaia di anni e che ormai non mi abbandona più».
Vincitori del Premio Beniamino Esposito nel 2001, del Premio Ecoradio nel 2008, finalisti del Premio Primomaggio tutto l’anno nel 2008, del Premio Fabrizio De Andrè nel 2015 e di Botteghe d’Autore nel 2016. Lo scorso anno hanno pubblicato il loro terzo disco “L’Altro capo”, con i Make Records. L’ultima traccia “L’elicottero e il silenzio (confessioni di un pilota)” li riporta nuovamente finalisti al Premio De Andrè, e all’Auditorium Parco della Musica di Roma si aggiudicano il prestigioso Premio Repubblica. È il successo di Alfonso e del suo fortunato incontro con Fabio Raiola, chitarrista napoletano, ormai naturalizzato a Salerno. È la grande soddisfazione di un gruppo che propone «una musica leggera che ha bisogno di un secondo ascolto», a cui si sono uniti Domenico Andria al basso e Rocco Sagaria alle percussioni. Nomen omen: erano i Romani a sottolineare che nel nome vi era contenuto il destino. In effetti i Levia, con la loro musica d’autore, accarezzano lievemente chi ascolta, entrando a piccoli passi nelle sue emozioni. Colpisce l’attenzione ai particolari, in un rimando continuo e sentito tra parole e arrangiamenti. Una leggerezza che comunica, a volte, anche sentimenti pesanti esorcizzati dalla condivisione. Come nel brano “L’elicottero e il silenzio”, che racconta la storia di un pilota in pattugliamento sul Mediterraneo, testimone impotente della tragedia in mare che colpisce gli immigrati sui barconi. «Un mare che toglie le castagne dal fuoco, ma che lascia tanta amarezza e senso di impotenza. È il sentimento che ho provato anche io, di fronte a una emergenza che non è finita, ma è stata solo oscurata dal disinteresse di chi ci governa e che non riesce a risolvere la questione», spiega De Chiara. La storia dei Levia non è senza intoppi, in un momento in cui si è sopraffatti da un fiume di notizie e da una rete che potenzialmente ci mette in contatto con tutti, fare musica d’autore diventa una missione difficile.
«L’iperproduzione che oggi c’è in rete permette a tutti di farsi sentire, ma anche di non farsi sentire. C’è troppa confusione e non è facile quando si fa una musica per cui è necessario un poco di attenzione. Ma sono fiducioso, il cantautore non morirà mai. È una necessità umana raccontare le proprie storie, lo è altrettanto la piacevolezza di ascoltarle e ritrovarsi. Nonostante tutto mi auguro che riusciremo ad avere sempre la forza e la voglia di continuare con la nostra musica, perché no, magari realizzerò il mio sogno di scrivere canzoni anche per altri interpreti».
Antonella Petitti
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