La Giustizia secondo Pirandello Quattro racconti in agrodolce

Luigi Pirandello ha trasfuso in gran parte della sua opera letteraria l’atteggiamento di personale diffidenza, se non di vera e propria avversità, nei confronti della giustizia. Ne ha descritto l’oper...

Luigi Pirandello ha trasfuso in gran parte della sua opera letteraria l’atteggiamento di personale diffidenza, se non di vera e propria avversità, nei confronti della giustizia.
Ne ha descritto l’opera degli avvocati: «Armati di cavilli e abbottati di procedura»; la falsa coscienza del buon affidamento alle questioni di diritto: «L’uomo che alla stampella della giurisprudenza si appoggia ha piena consapevolezza di offrirsi inerme al calappio»; il non senso della logica ferrea del giurista dilettante che vuol sostituirsi, con le sua improvvisate e superficiali nozioni, al professionista della materia: «Sequestro? E chi l’ha sequestrato? S’è sequestrato da sé. Che colpa ne ho io ?».
I topoi giuridici di Pirandello sono diffusi in molti suoi scritti e ne costituiscono la struttura portante. Colpiscono in particolare: “Il dovere del medico”, “La patente”, “La giara”, “Il tabernacolo”.
C’è chi sostiene che in essi traspaia la delusione nei confronti di questo mondo per le vicissitudini che l’autore ebbe con i suoi editori (che lo videro soccombente; a suo dire, ingiustamente) e per le difficili condizioni in cui ebbe a trovarsi, in particolare dopo la grave malattia della moglie.
Fatto sta che il diritto in Pirandello assume quel gusto agrodolce della ragione che incontra la maliziosa ironia del paradosso, dell’ingiustizia guardata con gli occhiali del delirio e dell’arbitrio, del disincanto amaro di chi conosce la vita in profondità ed osserva la nudità delle miserie intellettuali altrui, tanto più grevi, quanto più vicine a quel vero che ci si sforza di abbandonare nell’inane tentativo di elevare il proprio di pensiero.
“Il dovere del medico”: la storia. Tommaso Corsi è stato sorpreso in flagrante adulterio con la moglie di Neri, sostituto procuratore del Regno d’Italia, che non ha esitato a sparare sugli amanti per lavare il suo onore macchiato.
Corsi ha però reagito e ha ucciso il marito tradito e quindi, sconvolto da ciò che è stato costretto a fare per difendersi, tenta di uccidersi a sua volta. Per sua fortuna, o piuttosto disgrazia, sopraggiunge il dottore Tito Lecci che lo salva dalla morte, ma nello stesso tempo lo condanna a trascorrere la sua vita in carcere.
«Mi ero ucciso. Viene lui. Mi salva. Con quale diritto gli domando io ora?». Questa è l’accusa che Corsi rivolge al medico: egli è responsabile delle sofferenze che ha passato per risanarsi dalla ferita e di quelle che dovrà patire dopo la condanna certa al carcere. Il medico non aveva nessun diritto di condannarlo a vivere poiché non aveva la possibilità di restituirgli una vita degna di essere vissuta. È il tribunale degli uomini che non ha diritto di condannarlo ancora ad altri dolori per colpa di un medico che ha creduto di assolvere al proprio dovere mantenendolo in vita. In un impeto d'ira, il mancato suicida si strappa le bende che coprono la ferita che si riapre. Gli astanti terrorizzati chiedono l'intervento del medico che questa volta non lo soccorrerà: «No, no. Ha ragione. Hanno sentito? Io non posso. Non debbo».
“Il tabernacolo”: la storia. Spatolino, capomastro muratore, costruisce un tabernacolo sullo stradone su commissione del notaio Ciancarella che passa a miglior vita senza pagargli l’opera.
Spatolino reclama il compenso dagli eredi ma perde la causa anche in appello perché i testi hanno deposto il falso. Per reazione si “imposta” nel tabernacolo come statua di Cristo, vestito di sacchi, con una tela di bambagina rossa a mo’ di mantello e la corona di spine sulla testa, e vi rimane in una delirante e permanente performance, ante litteram, per denunciare «il crollo della sua fede nella giustizia divina» preconizzato dal rovescio delle regole e dell’applicazione del diritto su questa terra.
“La giara”: la storia. Si narra dello scontro tra Don Lollò Zirafa – il quale scopre che una giara di coccio smaltato, appena comprata per conservarvi l’olio d’annata, si è spaccata in due – e l’artigiano Zi’ Dima Licasi, inventore di un potente mastice, chiamato per ripararla.
Don Lollò vive impregnato di diritto per la passione inculcatagli dal suo legale che gli ha regalato un codice perché si trovi da sé «il fondamento giuridico alle liti», ed infatti è sempre pronto a prendere la mula e correre «in città a fare gli atti». La figura del vecchio Zi’ Dima è quella di un artigiano orgoglioso del proprio mestiere e dell’invenzione fatta, dal cervello fino, che intuisce le questioni, ma scende subito nel caso concreto.
Ebbene, Don Lollò, informato del danno alla giara, imposta immediatamente il problema sotto la visuale del diritto, ma con le sue “conoscenze” tecniche: «Qualcuno per forza doveva averla rotta Non si vedeva segno di violenza! Che fosse arrivata rotta dalla fabbrica? Ma che! Sonava come una campana». Dunque, secondo il suo personale parere giuridico, la cosa venduta non presenta vizi e quindi non può rivolgersi al costruttore-venditore e, convinto dai contadini a farla riparare, chiama il conciabrocche Zi’ Dima Licasi, che, con il suo mastice miracoloso avrebbe fatto nuova la giara. Nuova!. L’illusione che partorirà l’insuperabile sillogismo dell’improvvisato giurista! Zì Dima, spalmato il mastice sui punti di frattura, «si caccia dentro la pancia aperta della giara».
Alla prova, i due pezzi, uniti dal solo mastice, non si staccano e la giara suona, anche con una persona al suo interno. È diventata nuova! . Zi’ Dima si appresta ad uscire «ma quanto larga di pancia, tanto quella giara era stretta di collo» ed egli vi resta intrappolato; «per farlo uscire, deve essere rotta daccapo e per sempre».
Don Lollò si rifiuta e si attiva la sua mente giuridica da capo: «Caso nuovo, caro mio, che deve risolvere l’avvocato! Io non mi fido. La mula! La mula».
Arriva a fronteggiare il legale che ha parlato di sequestro di persona: «Sequestro? E chi l’ha sequestrato? S’è sequestrato lui da sé. Che colpa ne ho io?». Nella giara l’artigiano può rimanere tranquillamente, anzi può essere citato addirittura per «alloggio abusivo» .
Quando si dice il formalismo giuridico fine a se stesso, fino all’abuso del diritto!.
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