CARTA GIALLA

La costa salernitana nella guida nautica di Al-Idrisi

Il cartografo di Ruggero II d’Altavilla studiò nove secoli fa il territorio da Amalfi a Policastro

Al tempo di Ruggero II d’Altavilla (1095-1154), tutti i viaggiatori, mercanti o pellegrini, che giungevano a Palermo - sede della corte e capitale del Regno di Sicilia dal 1139 - venivano interrogati dal re, dal suo geografo arabo Idrisi o da funzionari appositamente istruiti, e a loro erano richieste informazioni, quanto più dettagliate possibili, sulla forma delle terre su cui avevano viaggiato o vissuto, sul clima, sulle linee di costa, sull’estensione e altezza delle montagne. Tutte notizie catalogate e confrontate con quelle fornite da decine di altri viaggiatori: quel che era largamente confermato da più testimonianze concordanti veniva quindi disegnato e descritto da Al-Idrisi, o Edrisi, il geografo che attendeva, per volere e incarico regio, alla compilazione del primo atlante descrittivo del mondo allora conosciuto: “Il libro del re Ruggero”, manoscritto in arabo e in latino, con inclusa una sezione cartografica costituita da un planisfero circolare e settanta carte parziali: la “Tabula Rogeriana” che Ruggero volle incisa in un grande disco d’argento massiccio - andato poi perduto - del peso di 150 chili. Si noti che nella concezione cosmologica del mondo greco e poi di quello islamico, la terra è rotonda. Gli arabi, del resto, riprendono un concetto che già circolava nella scuola eleatica, con Parmenide di Velia: l’idea della sfericità della terra, con la suddivisione della sua superficie in strisce climatiche parallele. Per il suo immenso lavoro, durato una quindicina di anni, dal 1139 al 1154, Idrisi si servì, oltre che delle proprie notevoli conoscenze scientifico-letterarie e delle testimonianze di viaggiatori suoi contemporanei, dei racconti, delle descrizioni di viaggio e delle opere dei geografi antichi, tramandate per secoli dalla cultura araba, confluita con quella classica greca nella Sicilia del XII secolo, centro della dominazione normanna che comprendeva l’intera Italia meridionale e parte dell’Africa settentrionale.

All’epoca del Regno normanno di Sicilia la corte palermitana era la più brillante, culturalmente avanzata, tra quelle europee: la multietnicità dei sudditi di Ruggero II, fatta di cristiani, islamici, bizantini ed ebrei, è testimoniata anche negli attributi del re, chiamato come “al-mu’tazz bi-llah”, ovvero “il reso potente da Dio”, e in una moneta salernitana con caratteri arabi “mu’izzu imami Rümiyyata al-nasiru li-l-millati l-nasraniyyati”, “il difensore del Papa di Roma, il protettore della comunità cristiana”. Ruggero II, figlio Ruggero I fratello di Roberto il Guiscardo, «col trattato di pace di San Germano, il 25 luglio 1139, assicurava a sé ed ai suoi discendenti la signoria sulle provincie meridionali d’Italia e su la Sicilia… nei quindici anni che sopravvisse, si dedicò soprattutto a riordinare il governo del reame, a promuovere le industrie, a coltivare le arti e gli studi, e l’animo suo cercava sollievo nella serena occupazione dello studio... Fra gli studi dei quali si dilettava il Re, primo era quello della geografia, per la quale aveva un gusto spinto fino alla passione. Egli forse non pensava che da questo passatempo avrebbe ritratto non minor gloria che dalle cure dello Stato e dalle fatiche della guerra, e che avrebbe lasciato alla scienza il maggior monumento geografico del medio evo». Inizia con queste parole “L’Italia descritta nel Libro del Re Ruggero compilato da Edrisi. Testo arabo pubblicato con versione e note”, ossia la Memoria letta da Michele Amari (1806-1889) e Giovanni Schiaparelli (1835-1910) nella seduta del 17 dicembre 1876 dell’Accademia Reale dei Lincei. Amari, storico e arabista, autore della monumentale “Storia dei Musulmani di Sicilia” (Firenze, 1854-1872) e lo Schiaparelli, astronomo e storico della scienza, pubblicarono l’edizione moderna tradotta in italiano del “libro del re Ruggero” con gli Atti dell’Accademia (Serie II - Volume VIII. Roma, Salviucci, 1883), edizione curata da Celestino Schiaparelli (1841-1919) fratello di Giovanni, arabista e accademico anche lui. Il volume che abbiamo sott’occhio reca all’antiporta la riproduzione parziale di un manoscritto quattrocentesco conservato nella Bodleiana di Oxford, copia del planisfero di Al-Idrisi, orientato secondo la tradizione cartografica araba, con il Sud in alto e il Nord in basso. Vi figura il profilo dello stivale, approssimato ma qualitativamente esatto, con le isole del Tirreno e dell’Adriatico, la dorsale appenninica e la catena alpina. Nel planisfero dell’Italia descritta da Idrisi il profilo delle coste salernitane e calabresi è punteggiato dai centri e porti principali, a partire ovviamente dalla ex capitale del principato longobardo Salerno (Sal. Rnû), e lo scalo marittimo dominante, Amalfi (Malf).

L’edizione di Amari e Schiaparelli tratta dal libro di re Ruggero è da considerarsi la prima, riguardante l’Italia, e nell’edizione parziale del testo arabo, oltre alla descrizione dell’Italia, il curatore Celestino Schiaparelli volle includere «quella parte della prefazione di Idrisi, che tratta della configurazione della terra, della sua divisione in climi, dei mari che la circondano». Il testo è di molto interesse storico per i centri del Mediterraneo, i cui collegamenti sono descritti e misurati in miglia. Infine, per dare un’idea della ricchezza di informazioni storiche, topografiche e linguistiche dell’opera di Idrisi, ci limitiamo a proporre la pagina sui litorali del golfo salernitano e quello di Policastro: «Dalla città di Sorrento al rastn.ntirah (Capo Minerva, oggi Punta della Campanella) dodici miglia. Da questa a b.s.tànah (Positano), piccolo porto, quindici miglia. Da Positano alla città di Malf la marittima (Amalfi) diciotto miglia. Amalfi è città popolata; essa offre ancoraggio ben difeso dalla parte di terra, ma facilmente fu presa dalla parte del mare quando venne assalita .È antica, anzi primitiva, ha mura solide e popolazione molta ed agiata. Da Amalfi all’imboccatura del wàdì bàdarù (fiume di Veteri, oggi Vietri) dieci miglia. Questo fiume offre allo sbocco eccellente ricovero alle navi. Presso il suo corso superiore v’ha un luogo quieto chiamato bàdarù (Vietri) dal quale il fiume prende il nome; è luogo difendevole al quale non ci si arriva che per due porte (passi); ed è fornito d’acqua e di legna da ardere. Da questo fiume a Sal.rnù (Salerno) due miglia. Salerno è città illustre, ha mercati fiorenti, comodità pubbliche, frumento ed altri cereali. Da Salerno al wàdì sìlasah (fiume l’Aso), che forma allo sbocco un porto angusto, sei miglia. Da questo al wadì. silù (fiume Sele) dodici miglia. È fiume copioso d’acqua, nel quale entrano le navi. Le sue sponde sono difese da foreste e paludi di maniera che offre entro terra sicuro ancoraggio alle navi ed ai legni da guerra. Dal Sele al gawn g.rùb.lì (Golfo di Agropoli) e poi all’isola di b.gùdahS (Licosa), vicina alla terra e senza porto, venti miglia. Dall’isola di Licosa al gawn ’al wàdìayn (“Golfo dei due fiumi”, Marina di Pollica?) venti miglia. Da questo golfo a qastàl d.màr (Castellamare - di Veglia o della Bruca)dieci miglia. Da Castellamare abùlìah (Molva) tredici miglia. A quella volta si dirige il wadì sant sim.ril (fiume di San Severino, fiume Mingardo)e là mette al mare».

La pagina sulla costa salernitana si conclude con Villamare e il seno saprese: «Da Molva a b.li qast.ril (Policastro) ventiquattro miglia. È fortilizio grande e popolato, vicino al quale, da tramontana, scorre un fiume (fiume Bussento). Da Policastro a d ’.tr.b.s 2 (Petrosa), conosciuta col nome di inarsa rasb.li qast.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia». Una guida nautica di nove secoli fa.