La chiesa punto d’unione tra cristiani ed ebrei 

Visentin narra in una monografia dedicata al luogo di culto come la città da agraria si trasforma nell’opulenta Salernum

Non solo una Chiesa salernitana ma sito di notevole interesse storico. Si tratta della Chiesa di Santa Maria de Lama, oggetto di una monografia della professoressa Barbara Visentin dal titolo “Spazi urbani, signorie monastiche e minoranze etniche nel Mezzogiorno medievale - La Chiesa di Santa Maria de Domno a Salerno” (Francesco D’Amato Editore). La chiesa rappresenta un luogo in cui lo storico si sofferma su elementi di storia locale strettamente inseriti in un contesto più ampio e di un arco ben definito di storiografia medievale. Alla presentazione, patrocinata hanno partecipato il console del Touring Club Enrico Andria, la segretaria della Società salernitana di Storia Patria Michela Sessa, l’assessore alla Cultura del Comune di Salerno Antonia Willburger, l’abate della Badia di Cava de’ Tirreni don Michele Petruzzelli mentre la discussione della monografia è stata affidata a Claudio Azzara, docente di Storia Medievale presso l’ateneo di Salerno. Sorta in una zona della città originariamente non molto espansa, la Chiesa di Santa Maria de Lama, che conservò nel corso degli anni una certa autonomia rispetto alle decisioni arcivescovili, con le sue testimonianze e i suoi affreschi, rappresenta una concatenazione di temi religiosi e politici oltre che elemento cardine della vita politica dei longobardi in città. Lo spazio urbano interessato dalla costruzione della chiesa, “inter murum et muricinum”, all’epoca è area delle notevoli potenzialità economico-commerciali sorrette in particolar modo, da comunità di amalfitani e di ebrei, quest’ultima molto numerosa. Principesca è la fondazione della chiesa, la cui cappella di Palazzo evidenzia un consolidato insediamento a Salerno della seconda dinastia dei principi. La collocazione del luogo di culto è interessante per comprendere come, non essendo inserita nell’economia dei quartieri destinati agli spazi del potere politico, diventi “fattore di urbanizzazione”, chiesa privata sulla scia di un’altra chiesa del principe, la Chiesa di San Massimo, poeta del fondatore Guaiferio. A differenza di questa però la Chiesa di Santa Maria de Domno non è cappella “palatii”, in quanto non vi è traccia di una costruzione di un nuovo “palatium dominicum” e il capostipite Giovanni e sua moglie continuassero a utilizzare il palazzo di Guaiferio. La costruzione della Chiesa si inserisce, inoltre, nel momento aureo e di apogeo vissuti dal principe Giovanni e da sua moglie Sichelgaita, un periodo, come annota il professore Giuseppe Cacciatore nel “Prologo”, che collima con le vicende della grande abbazia cavense e grazie alle quali la signoria monastica potè intrecciare legami con le “forze emergenti” salernitane. Delle testimonianze del X-XI secolo resta la cripta anche se diversi affreschi risultano danneggiati per via delle infiltrazioni d’acqua dovute allo scorrere del torrente Lama).
Stefano Pignataro
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