L'EDITORIALE

L’Italietta ora chieda scusa alla Grande Bellezza del regista

«L’imbecillità dei burocrati mi consiglierebbe di lasciare addirittura l’Italia» disse Franco Zeffireli quando a metà settembre del 1993, nell’Italia affascinata dalla “palingenesi rivoluzionaria” di Tangentopoli, si vide recapitare un’intimazione del Comune di Positano. Avrebbe dovuto rimuovere una catena posta all’ingresso della residenza “Tre ville”. Naturalmente a Zeffirelli, nell’Italia che conosce atavicamente l’indefinitezza della burocrazia, imposero la rimozione della catena ad horas, come si dice in gergo. Cioè, immediatamente. Senza perder tempo e in nome della Legge. Lui rassicurò il mondo e se stesso che avrebbe comunque continuato a trascorrere le vacanze a Positano nonostante l’imbecillità dei burocrati «animata dallo spirito di vendetta dei mediocri - disse - che cerca una rivincita impossibile contro chi ha raggiunto il successo». Mai ad immaginare Zeffirelli che sarebbero dovuti arrivare per lui tempi ancora più oscuri, dettati dall’Italietta che vive di sigilli inamovibili, blitz spettacolari, indagini roboanti da far riecheggiare al risveglio. Non avevano mai perdonato a Positano, in Costiera e a Salerno che il regista fiorentino potesse beneficiare di quella villa-paradiso incastonata tra le rocce ora un resort trasformato in lussuoso albergo da 2mila euro a notte. Zeffirelli fu vittima di quel misto di invidia e provincialismo che sono un cocktail letale, peggio di un Negroni bomba. E l’Italietta così decise di inseguirlo, costringendolo a rincorrere avvocati per difendere una discesa a mare e ad imparare il flusso della rollina per misurare rocce al millimetro. Bisognava portare e riportare Zeffirelli in tribunale, esporlo alla gogna mediatica dell’abusivo vip della Costiera che riceveva il mondo in casa sua senza curarsi troppo di abusi di ufficio, naturalmente in concorso con altri, occupazione di terreno demaniale per scendere a mare. E lo condannarono, nel 2011, cioè appena otto anni fa, con il regista quasi novantenne, a otto mesi di reclusione per abuso di ufficio. Quasi novantenne? E che fa, l’importante è dimostrare che l’Italietta quando decide di alzare la voce in nome della Legge non fa sconti a nessuno, neppure al grande uomo di spettacolo. «La Legge è uguale per tutti», dice quella scritta storicamente alle spalle dei giudici e mai di fronte a loro nelle aule di giustizia. E Franco Zeffirelli fu condannato. Quando nel 2007 la procura di Salerno dispose l’ennesimo sequestro della villa di Zeffirelli fu spedito un esercito di finanzieri per apporre i sigilli. «A Positano non vado da 3 anni e visto che continuano così non credo che mi rivedranno» commentò. Dietro il sequestro c’era l’infinita lite con un vicino per l’accesso al mare «causa già risolta dal 1994», e rimessa nel tritacarne giudiziario dalle «mafiette locali» disse testualmente. E quando poi si trattò di accertare se il grande regista frequentasse o meno quel paradiso tra le rocce, gli investigatori furono mandati a verificare i più accreditati rotocalchi di vita mondana per rilevare le tracce dei vip ospiti in casa Zeffirelli così da predisporre una attendibile e vaporosa lista testimoni. Zeffirelli imputato e condannato, senza colpo ferire. Perché lui commise anche l’errore di farsi difendere in tribunale dall’avvocato Ghedini, lo stesso che assisteva penalmente Berlusconi. E, per finire, lui non era stato per caso parlamentare di Forza Italia? Era l’Italia del tempo, 2007. Il rancore sociale non aveva ancora trasformato le urne in un “tabernacolo” di schede elettorali e la Giustizia non aveva ancora conosciuto i contraccolpi della nemesi giustizialista e, quindi, fatale a sua volta. Zeffirelli non aveva, però, perso la speranza. Come testimoniò in una bella prefazione alla storia di Carlo Cinque, suo grande amico e storico albergatore di Positano. Era rimasto affascinato dall’occhio di quell’uomo «non nato da un rivoluzionario o da un intellettuale, ma con una visione stupenda della vita, delle cose». Parole autobiografiche di Franco Zeffirelli. L’Italietta trovi il coraggio di chiedergli scusa. In nome della Grande Bellezza.