L’INTERVISTA

Il Premio Annibale Ruccello a Renato Carpentieri. Il riconoscimento, opera quest’anno dell’artista Lino Fiorito, è stato consegnato all’attore e regista teatrale dal sindaco Michele Di Candia - a cui...

Il Premio Annibale Ruccello a Renato Carpentieri. Il riconoscimento, opera quest’anno dell’artista Lino Fiorito, è stato consegnato all’attore e regista teatrale dal sindaco Michele Di Candia - a cui è andato il Premio Pistrica - nel corso della serata inaugurale del “Positano Teatro Festival” diretto da Gerardo D’Andrea. Il Premio Annibale Ruccello è andato a Carpentieri perché «protagonista indiscusso del panorama artistico, teatrale e cinematografico degli ultimi quarant’anni, - si legge nella motivazione firmata dalla giuria di esperti - per l’ineguagliabile poliedricità e il rarissimo ingegno poetico mercé che ha virtuosamente elaborato, all’interno della propria carriera di attore e regista, diverse vocazioni culturali e molteplici codici espressivi, distinguendosi per lo sguardo lucido e il verificabile senso critico con cui ha letto e interpretato, con la responsabilità critica di un intellettuale organico, cambiamenti e trasformazioni della società contemporanea». Nell’incantevole cornice del nuovo Anfiteatro di piazza dei Racconti, un Carpentieri visibilmente emozionato, ha ritirato il Premio e ha voluto recitare, in linea con la serata musicale dedicata alla città di Genova che lo scorso anno fu sconvolta dalla tragedia del Ponte Morandi, una toccante poesia di Giorgio Caproni dal titolo “Congedo di un viaggiatore cerimonioso”.
Renato Carpentieri, cosa rappresenta per lei questo Premio?
Si tratta di un riconoscimento pieno di passione che mi onora tanto. È bello ritirare un premio dedicato alla memoria e alla grandezza di Annibale Ruccello, scomparso prematuramente a soli 30 anni ma che ha lasciato un patrimonio drammaturgico di inestimabile valore.
Perché parla di un riconoscimento “pieno di passione”?
Il motivo va oltre il riconoscimento stesso e di ciò che ho fatto nella mia carriera. Annibale Ruccello lo conoscevo e lo stimavo molto. A me piace ricevere un premio, perché ti costringe a ricordarti di quei tempi e delle persone che hai conosciuto. Era un periodo di grandi trasformazioni e di tantissime speranze per il futuro.
A proposito di premi lo scorso anno è stato insignito del Davide di Donatello come miglior attore protagonista per il film “La Tenerezza”...
A distanza di un anno mi sento ancora un po’ frastornato. Non pretendo però che la gente mi riconosca: di film in definitiva ne ho fatti pochi, e raramente in ruoli da protagonista. Se adesso è cambiato qualcosa, devo tutto a questo film, a questo personaggio. A Gianni Amelio che mi ha permesso di lavorarci su, di trovare delle profondità in esso. Ne sono usciti dei silenzi, degli sguardi, delle cose che rendono il film diverso da tutti gli altri. E poi c’è il lavoro di un direttore della fotografia di livello mondiale come Luca Bigazzi. Io stesso, vedendo il film, mi sono visto migliore di come sono.
Lei ha iniziato a fare teatro negli anni Settanta, oggi come è la situazione sul palcoscenico?
È peggiorato. Nel senso che l’attività di ricerca non viene promossa. Vengono privilegiati i teatri stabili, che volenti o nolenti sono spinti a produrre opere di consumo. Il teatro oggi funziona con i personaggi televisivi, che portano sempre pubblico, o con i soliti classici. Si fanno lavori che costano molti soldi, e con quegli stessi soldi ci vivrebbero cinque compagnie indipendenti.
Si vede più come attore di cinema o di teatro?
Sin da piccolo avrei voluto fare più cinema, ma anche più teatro. Ma sono sempre stato un outsider, non ho frequentato una scuola, non ho intessuto rapporti e amicizie... Sono sempre stato indipendente. E in fondo, questa cosa non mi è mai dispiaciuta.
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