L’avvocato, Robespierre e il Re Una luce nel regime del Terrore

Raimond de Sèze, avvocato, pronunciò una mirabile arringa “di rottura” in difesa di Luigi XVI, in pieno Terrore, quando le teste rotolavano numerose sotto la ghigliottina della Rivoluzione francese....

Raimond de Sèze, avvocato, pronunciò una mirabile arringa “di rottura” in difesa di Luigi XVI, in pieno Terrore, quando le teste rotolavano numerose sotto la ghigliottina della Rivoluzione francese. La difesa fu incentrata sulla iniquità della procedura, con argomentazioni ineccepibili sotto il profilo tecnico, ma soprattutto con gran coraggio, venne denunciato l’uso politico del processo al sovrano. Robespierre, nel frattempo, così si era pronunciato alla Convenzione: “in quanto re è già condannano dalla natura e dalla storia perché non si può regnare innocentemente e ogni re è un ribelle, un usurpatore”; con ciò volendo portare alla sbarra non un cittadino qualsiasi, ma appunto il re, il potere che andava rovesciato per il bene della Rivoluzione e, dunque, andava adottata “una misura di salute pubblica, un atto di provvidenza nazionale“.
Ma l’avvocato de Sèze prese comunque la parola e, con la sua arringa, intese ammonire circa la necessità delle prerogative della difesa con un approccio non certo conciliante, ma per l’appunto di rottura, frontale, rispetto a quello che sin da subito si presentò come un processo politico. Fu sottolineata l’illegittimità dell’impianto di accusa, ma ancor prima l’infondatezza giuridica stessa del processo, invocando l’applicazione della Carta costituzionale del 1791 (ancora vigente!), per la quale il monarca avrebbe potuto essere deposto solo per specifici motivi e non perché in quanto tale (la tesi dell’accusa). De Sèze denunciò la mostruosità giuridica del sacrificio della libertà personale e della vita nel contesto di una decisione politica rivestita delle forme della legalità processuale (B. Biscotti).
Si narra che l’incarico di leggere la sentenza di condanna a morte fu dato al deputato Garat che, dopo aver indugiato nell’inforcare un paio di occhiali, lesse la sentenza con imbarazzo e vergogna. Si racconta anche che, tornato a casa, depose gli occhiali, vietando a tutti di toccarli; quando molto tempo dopo essi furono per caso trovati, seguì un urlo straziante del deputato: “Gli occhiali della sentenza, no!“, cadendo a terra fulminato da un infarto.
Più che la storia, l’arringa che fece la storia. De Sèze è in piedi, si erge al fianco di un uomo, che tale segnalerà essere ai suoi giudici, contribuendo egli a fare la storia con l’esempio altissimo di come si debba difendere una qualsiasi persona accusata. Scelse l’arringa di “rottura”, non quella “consenziente” (G. Pecorella), quest’ultima valida solo se si inserisce nel riconoscimento reciproco di regole comuni, da parte di tutti i soggetti del processo, ed in primo luogo delle regole secondo cui il giudice deve essere terzo, sordo alla piazza, deve assicurare che la prova è conoscenza, non è teorema, né congettura, soprattutto non è figlia di istanze politiche.
Queste le parole dell’avvocato di Luigi XVI (in, verità solo Luigi, come terrà a sottolineare al fine di esaltare il concetto di responsabilità personale per fatto proprio e non per posizione politica): “Cittadini, è giunto finalmente il momento che consente a Luigi (sic!), accusato in nome del popolo francese, di levare la propria voce in mezzo a questo popolo stesso. È giunta l’ora in cui egli assistito dai difensori che l’umanità e la legge (sic!) gli hanno concesso, può presentare le sue discolpe e spiegare quali intenzioni (sic!) lo abbiano sempre animato. Già questo silenzio che mi circonda mi fa certo che il giorno della giustizia è succeduto ai giorni della collera e della prevenzione. Che questo atto solenne non si riduca ad una vana forma; che il tempio della libertà sia anche quello dell’imparzialità; che qualunque uomo si trovi nell’umiliante condizione di richiamare su di sé l’interesse di quelli che lo perseguono; che tutto questo non sia mortificato. Ho detto: qualunque uomo, perché Luigi oggi non è altro che un uomo, un uomo accusato“. De Sèze non deflette: “Luigi non gode più di nessun prestigio; non ha più nessun potere; non può incutere paura; non può offrire speranze: gli è stato tolto tutto, anche la prerogativa dell’inviolabilità che spetta al sovrano. Dovreste, allora, almeno lasciargli i diritti del cittadino; non potete fare in modo che Luigi cessi di essere Re quando dichiarate di volerlo giudicare e lo ridiventi quando si tratta di giudicarlo. Dove sono le forme procedurali che chiunque ha il diritto imperscrittibile di reclamare? Dove è la separazione dei poteri? Cittadini, vi parlerò da uomo libero: io cerco tra voi dei giudici, ma non vedo che accusatori! Avete già emesso il vostro verdetto e la vostra opinione corre già per l’Europa”.
La difesa di rottura ebbe il merito di smascherare gli attori a copione di quello squallido spettacolo, ma anche il risultato di invertire per un attimo la storia stessa, mettendo in ordine i fatti, illustrandoli dal punto di vista dei perdenti (ancora G. Pecorella). Una difesa di grande eloquenza, resistente anche alla forza dittatoriale del Terrore. Infatti, c’è chi sostiene lo stretto legame tra la società democratica e la fioritura dell’eloquenza per il ritorno al processo come modello di una società aperta, per la quale integrità talvolta ci vuole anche lo schiaffone di rottura della difesa.
©RIPRODUZIONE RISERVATA