L’ANNIVERSARIO»IL VALORE DI UN UOMO DIMENTICATO

Centodieci anni fa (1909, XXIII legislatura) fece ingresso nel parlamento italiano Andrea Torre. Vi rimase per 20 anni come deputato liberal democratico e, dal 1929 al 1940, burrascoso decennio...

Centodieci anni fa (1909, XXIII legislatura) fece ingresso nel parlamento italiano Andrea Torre. Vi rimase per 20 anni come deputato liberal democratico e, dal 1929 al 1940, burrascoso decennio disseminato di guerre, come senatore in quota fascista.
Andrea Torre è uno dei salernitani dimenticati nonostante il suo intrinseco valore e la sua biografia più che sfavillante sia come giornalista e intellettuale sia come uomo politico in un’Italia non certo minore. Il palazzo in cui nacque il 5 aprile 1866 occupa tutta la scena della bella piazza di Torchiara, completando il fascino e l’importanza emanati anche dalle vicine dimore di Giambattista Riccio e dei fratelli Pavone, grandi protagonisti dei moti del 1848 e del Risorgimento italiano. Andrea Torre appartenne alla generazione immediatamente successiva e partecipò all’ultima fase dell’Unità d’Italia come giornalista e come parlamentare. Egli fu un fuoriclasse del giornalismo del primo Novecento e né fu un parlamentare di secondo piano. La sua preparazione in politica interna ed estera e la sua vasta cultura ne fecero un duraturo pilastro del parlamento italiano.
Ebbe un ruolo fondamentale nell’intervento in Tripolitania prendendo una netta posizione contro le titubanze di Giolitti quando il suo amico Luigi Barzini senior, il 22 settembre 1911, dal piroscafo Bisagno gli scrisse che «la spedizione è pronta sulla carta», «i reggimenti ancora non si muovono» e «occorrono 60 navi per il trasporto. Dove sono? È grassa se si trovano dieci pronte». E il famoso inviato speciale alla fine bollò con sarcasmo l’attendismo del governo: «Così contenta quelli che vogliono andare a Tripoli, quelli che non vogliono e quelli che non sanno quello che vogliono». Parole che provocarono l’ennesimo soprassalto in Andrea Torre, portandolo a rincarare le sue sdegnate critiche a Giolitti finché le brigate conquistatrici non presero il mare.
Anche nella successiva prima guerra mondiale, da arciconvinto interventista al fianco dell’Intesa, scrisse sul “Corriere della Sera” articoli tambureggianti contro il governo al fine di costringerlo a dimettersi. Fu fermato dal direttore Luigi Albertini che disapprovò la sua virulenta campagna e nel giugno 1916, dopo dieci anni, il sodalizio con il giornale di via Solferino si ruppe. Ovviamente Torre non modificò il suo atteggiamento né come giornalista né come parlamentare. Ed ebbe ragione.
Ma il suo capolavoro politico lo mise a segno nell’aprile del 1918 portando a termine il Patto di Roma, che sancì l’accordo tra l’Italia e i paesi slavi oppressi dall’Austria-Ungheria, i quali avevano stipulato a Corfù un programma che ci faceva fuori dalla Dalmazia, dall’Istria, da Trieste, dalle isole del Quarnero e perfino da Udine.
Torre portò a termine la spinosa missione alla guida di un Comitato riconosciuto solo ufficiosamente dal governo italiano. Essendo il più profondo conoscitore dei problemi e degli incertissimi equilibri vigenti nei Balcani, lavorò a fondo per sensibilizzare i Comitati di emigrati jugoslavi formatisi a Parigi, a Londra e in Svizzera, per far fronte comune con l’Italia contro l’egemonizzazione austro-ungarica del mar Adriatico.
Nello stesso tempo dovette sottrarre i suddetti comitati all’influenza di Londra e Parigi e non fu facile. Ci riuscì al termine di una durissima polemica con Wickham Steed, capo della politica del Times, e togliendo dai giochi Francia e Regno Unito, ciò che gli fu possibile grazie agli accordi raggiunti quasi sottobanco con Ante Trumbic, l’uomo che influenzava i diversi gruppi politici di Dalmazia, Istria, Croazia, Bosnia, Slovenia (la Carniola) e dei serbi di Ungheria.
Andrea Torre fu anche un colosso del giornalismo del primo Novecento. Ma, lasciata Torchiara, il suo primo mestiere, dopo la laurea in giurisprudenza, fu quello di insegnante di storia e filosofia nel prestigioso regio liceo “Vittorio Emanuele” di Napoli. Dopo tre anni, l’irresistibile attrazione per il giornalismo e per la politica lo spinse ad abbandonare aule e alunni e a lanciarsi nella doppia burrascosa avventura, che più lo stimolava: il giornalismo e la politica. Facendo suo il motto “definirsi o sparire”, inculcatogli dalla sua guida spirituale, il filosofo massone Giovanni Bovio, indirizzò la carriera giornalistica su obiettivi da star e non da comprimario. Li riassumiamo: fu direttore di due quotidiani (“La Riforma” e “La Stampa”), notista politico de “Il Giornale d’Italia”, responsabile per dieci anni della redazione romana del “Corriere della Sera”, collaboratore e direttore mancato de “Il Messaggero”, fondatore e direttore de “Il Mondo”. E, se tutto questo non basta a farlo considerare elemento di punta della carta stampata, aggiungiamo la carica di presidente della Federazione Nazionale della Stampa italiana.
Sicuramente scansò trabocchetti e mine piazzate per farlo saltare. Al padre, il 21 ottobre 1916, parlò dei nemici che avevano scombussolato i suoi piani giornalistici. Chi aveva sconsigliato un grande industriale a non dargli il danaro per “Il Messaggero”; un altro aveva persuaso un direttore di banca con capitale francese a mettersi contro di lui; un terzo aveva convinto «un farabutto pazzo» a muovergli attacchi velenosissimi su un foglio malefico. Insomma aveva il morale sotto i tacchi e concludeva: «Mi viene voglia di ritirarmi dalla vita pubblica, cercando un impiego che mi dia da vivere». Invece uscì dalla bufera e andò avanti con la schiena ben diritta. Non fascistizzò “La Stampa” per non turbare il mondo operaio torinese e quando ci fu bisogno di un «moschettiere dell’estremismo fascista» (definizione di Alfredo Signoretti), gli Agnelli chiamarono nel 1929 Curzio Malaparte. Torre divenne Senatore del Regno.
Fu amico personale di Gabriele D’Annunzio, che aiutò concretamente quando, assieme a Maria Gravina Cruyllas, si rifugiò, con le tasche vuote, nel castello della principessa Emma Gallone a Ottaviano; ebbe rapporti con Sidney Sonnino, Scarfoglio, la Serao, Benedetto Croce, Giovanni Gentile, Giovanni Amendola e altri big. Scrisse con competenza sui problemi di scuola, università, educazione, cultura e per due volte fu ministro della Pubblica Istruzione nei governi Nitti. Nel 1935 fu accademico dei Lincei. Era molto popolare nel Cilento che visitava costantemente pur risiedendo a Roma, dove si spense il 27 marzo 1940.
L’editore Giuseppe Galzerano ha pubblicato, nel maggio 1997, due poderosi volumi scritti da Guido D’Anello, che ha analizzato a fondo la vita e l’impegno giornalistico, politico e patriottico, certo non sempre condivisibile, di Andrea Torre. Pochi altri si sono preoccupati di diradare le nebbie dell’oblio che avvolgono un personaggio, che fu protagonista di un buon quarto dello scorso secolo.
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