Il sacerdote e l’onorevole 

Il libello “Ultimo a comparire” di don Rotunno è un atto di accusa contro Camera

Della vita e degli scritti del sacerdote Arcangelo Rotunno (1852-1938), archeologo, scrittore ed educatore, nato e vissuto a Padula, conoscevamo quello che riportò il grecista Italo Gallo (1921-2016), padulese come Rotunno, nel suo libro “Arcangelo Rotunno e Padula”, edito da Laveglia nel 1978, ed è ancora questa l’unica monografia dedicata alla figura di don Arcangelo. Ci capita ora tra le mani un libello di poche pagine, senza editore né luogo di stampa nel frontespizio, che solo alla pagina finale reca il nome dell’autore “Arcangelo Rotunno fu Giuseppe”, luogo e data “Padula, novembre 1913”. Il fascicolo di 32 pagine reca in prima di copertina un titolo con punti sospensivi: “Ultimo a comparire…”, allusivo al vecchio e ormai desueto detto “Ultimo a comparir fu Gambacorta”, epiteto scherzoso rivolto a un ritardatario cronico. Dal titolo se ne intuisce quindi il tono da pamphlet, ed infatti, fin dalle prime battute, l’autore ci fa capire che intende rispondere a tono, seppure in ritardo, ad accuse e maldicenze rivoltegli contro da un non meglio precisato “Onorevole” locale e dal suo “cerchio magico”.
La prima geologica metafora dedicata a costoro la troviamo a pag. 4: “Non sempre le materie eruttate da un vulcano scorrono e si diffondono.. alcune, compreso il fango, lanciate o meno verticalmente, ricadono nel cratere che vien costretto a ringoiarle”. Inutilmente cercheremmo tra le pagine il nome dell’“Onorevole”, che Rotunno mai lo declina, per prudenza, forse, o perché il libello era destinato a circolare tra “persone informate dei fatti”. Ci soccorre allora, nel dipanare il groviglio di fatti e polemiche circolanti tra i vicoli di Padula, il documentato libro di Italo Gallo, accademico illustre e in ben altri versanti di studio impegnato ma benissimo informato sulla storia antica e recente del suo paese. Apprendiamo così che l’Onorevole in oggetto è l’avvocato padulese Giovanni Camera (1862-1929), allievo a Napoli di Giovanni Bovio e da questi iniziato alla Massoneria (nel 1891 Camera fu Maestro venerabile della Loggia “Porta Pia” di Sala Consilina), deputato poi al Parlamento del Regno per diverse legislature, dal 1895 al ’97 e dal 1900 al 1923. Il deputato e uomo di governo giolittiano, che fu anche presidente della Provincia dal 1905 al 1906, tra l’ultimo decennio dell’800 e le elezioni politiche del 1924 - quando venne battuto nel suo collegio da Giovanni Amendola - rappresentò l’autentico “dominus” della politica nel Vallo. Nei primi tempi dell’attività parlamentare intrattenne un buon rapporto col compaesano don Arcangelo, con cui aveva condiviso, seppure più giovane, parte degli studi e della formazione presso lo storico ebolitano Giacinto Romano (1854-1920). Ma la iniziale distanza per fede e ideologia fu accresciuta da due questioni di vitale importanza per Rotunno e sulle quali le sue aspettative erano contrastate o addirittura ignorate dall’on. Camera: la prima era rappresentata dalla triste sorte della Certosa di San Lorenzo, avviata verso la rovina a causa dell’abbandono - dopo l’espulsione degli ultimi monaci nel 1866 - in cui lo Stato la lasciava, seppur ipocritamente dichiarandola “monumento nazionale”. Rotunno era archeologo per conto suo, poi nominato Ispettore Onorario delle Belle Arti dal 1907, e aveva molto a cuore quello straordinario immenso complesso, ma i suoi appelli alle istituzioni per attribuire una destinazione d’uso conveniente al monumento e sottrarlo alla lenta fatiscenza furono inutili. Le tante proposte e promesse andate a vuoto (seminario provinciale, scuole e officine affidate ai salesiani, ed altre proposte del partito laico locale) sono ben descritte da Italo Gallo, fino alla degradante funzione che interruppe nel 1915 il silenzio di quel cenobio e dei suoi chiostri, quando divenne campo di concentramento per prigionieri di guerra e disertori. Qui riportiamo lo sfogo di Rotunno, con il suo ironico giudizio sull’inerzia di Camera: “L’on. dichiarò più volte che la Certosa non formò mai il caposaldo del suo programma. Infatti non voleva mai sbottonarsi in proposito; la teneva “in pectore” o non so dove, e bastava… Il tempo trascorreva; il cielo pioveva altrove manna e quaglie; sulla Certosa neppure un granellino né un uccello mosca...” (pag.17).
Altrove l’A. fa valere il suo stile mordace verso il Camera e l’ossequiente municipio locale : “L’Amministrazione civica ha reso (all’on) onori serbati agli estinti, dedicandogli la via principale dell’abitato”, ma ancora peggio – aggiunge Gallo in una nota – “ si regolò il Comune nel 1940, quando il Corso Giovanni Camera fu intitolato a Italo Balbo, facendo del tutto sparire un nome che sarebbe stato doveroso mantenere”. Nella sua autodifesa dalle accuse di presunti favori ricevuti dall’onorevole, come la nomina ad Ispettore ministeriale, Rotunno precisa che non fu Camera a proporne la carica al ministro ma il senatore Giacomo Racioppi, che gli riconosceva, in due lettere del settembre 1903, meriti di storico e archeologo (suo era stato il rinvenimento del sito di Cosilinum sul colle Civita). L’on. Camera aveva tentato, in verità, di calmare lo sdegno di don Arcangelo facendogli conferire la Croce di Cavaliere che Rotunno sdegnosamente rifiutò: “Mi s’era proposto per una onorificenza? Vero: e grazie mille! Ma madre natura bizzarra e specialista nelle sue costruzioni, non mi impastò dell’argilla onde si foggiano i collettori o scroccatori di suffragi.. Libero cittadino.. mi sento cavaliere nell’anima e nel cuore; e mi basta. Mille grazie, amico!”(pag.16), e ancora nel 1919 Rotunno rifiutò quell’onorificenza su nuova proposta del Camera. L’altra ragione della crisi del rapporto tra l’on. e don Arcangelo fu la scelta del sito della nuova scuola elementare (Rotunno fu maestro fino al 1923) allorquando l’amministrazione comunale, prona ai voleri del Camera, intese spostarne il progetto dal luogo idoneo individuato in zona S. Paolo ad altra zona, in cima al paese, malamente collegata e peggio ubicata ma molto prossima alla casa dell’onorevole. Ci fu, su iniziativa di Rotunno, una mezza insurrezione popolare, culminata nel comizio del 9 marzo 1913 in un clima da Peppone e don Camillo. Il risultato fu che né il primo né il secondo progetto furono realizzati, ma Camera e la lista da lui appoggiata persero, come non accadeva da decenni, un terzo dell’elettorato nelle comunali del 1914. Era iniziato il declino delle fortune politiche di Giovanni Camera, che nelle elezioni del dopoguerra, continuò a perdere voti, fino ad essere sconfitto nel 1924 da un candidato non locale, Giovanni Amendola, appoggiato da Rotunno. Ma quelle politiche del 1924 e l’assurda legge elettorale, voluta da Mussolini in nome della governabilità (Legge Acerbo, un proporzionale con voto di lista e premio di maggioranza), furono il prodromo di 20 anni di dittatura.
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