CARTA GIALLA

Il ponte di Vanvitelli sul Sele

Fu voluto da re Carlo III e realizzato nel 1763 dall’architetto della Reggia di Caserta

Il crollo totale di un viadotto di 200 metri non è notizia che possa durare due giorni nelle cronache giornalistiche di una qualsiasi nazione democratica, ma è successo proprio questo con il collasso improvviso di tutte le campate del ponte di Albiano sul fiume Magra, nel Comune di Aulla in provincia di Massa Carrara, lo scorso 8 aprile: non se ne parla più. Perché, per caso e fatti contingenti non ci sono state vittime e perché tutta l’attenzione dei media è ovviamente rivolta agli sviluppi della pandemia. Ma in Italia, ed è bene riflettere su questa assurdità, dal 2013 al 24 novembre 2019 col crollo del viadotto della A6 Torino-Savona, sono venuti giù 11 ponti, in media quasi due all’anno e che con quello di Albiano fanno 12. Questi crolli, che si susseguono a ritmo crescente con vittime e feriti, che sono costati molto denaro dell’Erario senza poter venire mai a capo in sede giudiziaria delle reali responsabilità del danno (per mancanza di manutenzione e/o per malaffare), sono qualcosa che deve allarmare almeno quanto il crollo delle Borse. Stiamo assistendo a una serie di eventi catastrofici che per molti versi ci riportano indietro di oltre mille anni, ossia a quel particolare momento di passaggio dall’Antichità all’Alto Medioevo, quando con la decadenza delle antiche strutture amministrative a cui era affidata responsabilità e manutenzione, i ponti romani furono progressivamente - salvo poche eccezioni affidate a istituzioni ecclesiastiche - lasciati senza cure e rapidamente caddero in rovina. Eppure il ponte è un manufatto che anche simbolicamente, oltre che funzionalmente, tiene insieme un territorio, qualcosa da preservare e tenere caro.

Ivo Andric, premio Nobel per la letteratura nel 1961, con un passo del suo magnifico “Il ponte sulla Drina” (Mondadori, Milano, 1960) esprime lo stesso concetto: «I ponti sono più importanti delle case, più sacri perché più utili dei templi. Appartengono a tutti e sono uguali per tutti, sempre costruiti sensatamente nel punto in cui si incrocia la maggior parte delle necessità umane, più duraturi di tutte le costruzioni (…) tutti degni della nostra attenzione, perché indicano il posto dove l’uomo ha incontrato l’ostacolo e non si è arrestato, lo ha superato e scavalcato come meglio ha potuto». In Campania i romani, grandi costruttori, hanno lasciato diversi ponti lungo le vie consolari che tenevano insieme le “regiones” dell’età augustea. Le opere di ingegneria, principalmente ponti, erano a servizio della viabilità principale, come l’Appia diretta all’Adriatico e la “Regio-Capuam” o “Annia”, che collegava Capua a Reggio Calabria, attraversando quella che è oggi la provincia salernitana. Su quest’ultima strada, a scavalco del Sele (ad Silarum ), era ubicato uno di quei ponti, in territorio di Eboli sull’attuale Statale 18. Rifatto in epoca vicereale, il vecchio ponte di Eboli crollò per il cedimento di un pilone, trascinato da una piena del Sele nel dicembre del 1757. L’anno dopo l’incarico di ricostruire il ponte fu dato dal re Carlo III a Luigi Vanvitelli, che già s’era presa la rogna di rimediare ai dissesti statici del palazzo Reale di Persano, realizzato pochi anni prima dall’ingegnere militare Giovanni Domenico Piana. L’architetto reale Luigi Vanvitelli, super-impegnato nel cantiere della Reggia di Caserta, dovette accettare l’incarico del nuovo ponte per dovere di ubbidienza al sovrano, sopportando i faticosi spostamenti da Caserta a Persano, i rigori del clima invernale e l’aria pestifera delle calure estive presso le anse del fiume Sele. Già nell’aprile del 1758 il progetto del nuovo ponte di Eboli è pronto, e così scrive al fratello in una lettera del 25 aprile 1758. «Ho terminato il ponte… vedremo se lo eseguiranno bene».

Aveva forti dubbi Vanvitelli sulle capacità tecniche e organizzative dei colleghi militari sul posto e delle maestranze ingaggiate, non potendo sceglierle personalmente come aveva fatto per il cantiere di Caserta, tanto che in un’altra lettera del 2 maggio così si sfoga col fratello: «Rispetto all’affare del ponte non solo parlerò chiaro, ma ponerò in scritto che non voglio andarne mallevadore della esecuzione, non avendo io persona di cui mi possa fidare». Non avrebbe voluto accettare la direzione delle opere, ma dovette piegarsi alla precettazione di Carlo III “preso fin’ al furore” per dover fermare le sue battute di caccia dato che anche la scafa sul Sele, unica alternativa al ponte, durante le piene invernali era praticamente inutilizzabile, rendendo così impossibili i collegamenti con la strada regia e con la tenuta di Persano. I lavori di ripristino strutturale all’arcata del ponte di Eboli proseguirono sotto la guida, seppure saltuaria, di Vanvitelli, che nelle ultime difficili fasi si avvalse anche della collaborazione del figlio Carlo, come dice in una lettera datata Napoli 21 dicembre 1760: «Carissimo fratello, giovedì sera ritornai da Persano, ove riconobbi tutto quello che si deve fare adesso per terminare quel ponte di Eboli e quello che devesi fare e non si è fatto che male, perché non se ne sa, non se ne sa… Carlo fece da giovane aiutante, scrisse etc.». L’ultimo accenno al ripristino del ponte nella corrispondenza vanvitelliana è del 3 maggio 1763: «Ritorno questa sera da Persano, per passare domani in Caserta… Il ponte sta bene, è forte e di bella simmetria».

La complessa vicenda costruttiva, fu trattata da Giancarlo Alisio nel suo “Siti reali dei Borboni” (Officina Edizioni, Roma, 1976, pag. 146-47), anche sulla base del fondamentale “Le lettere di Luigi Vanvitelli della Biblioteca Palatina di Caserta” (Congedo Editore, 1976-1977 ), pubblicate da quell’infaticabile, scrupoloso indagatore di documenti e studioso d’arte che fu don Franco Strazzullo e di cui ci siamo avvalsi in questo scritto. I disegni originali di Vanvitelli e altri documenti relativi al “ponte di Evoli” furono ritrovati molto più tardi nei fondi “Segreteria di stato di azienda” dell’Archivio di Stato di Napoli da Felicita De Negri e pubblicati nel volume curato da A. Buccaro e F. De Mattia “Scienziati-artisti. Formazione e ruolo degli ingegneri nelle fonti dell’Archivio di Stato e della Facoltà di ingegneria di Napoli” (Electa Napoli, 2003, pag.168-69). Purtroppo il ponte vanvitelliano ebbe lo stesso triste destino di tanti altri ponti, tra i quali quello famoso a Santa Trinità di Firenze, disegnato da Michelangelo, fatto saltare dai tedeschi nel 1944: dopo circa due secoli di onorato servizio fu distrutto quasi del tutto dalle truppe tedesche in ritirata, nel 1943.

È sorte comune a tutti i ponti - durante le guerre - illustri e non, da quelli immaginari come il ponte sul fiume Kwai a quelli veri come il ponte bosniaco di Mostar distrutto nel 1993 dai croati: demolire ciò che unisce è criminale, ma rientra nella logica aberrante dei conflitti, però in tempo di pace lasciar cadere i ponti per incuria e malaffare è un crimine ancora più grave.