CARTA GIALLA

Il Coronavirus ai tempi di Renzo e Lucia

Alessandro Manzoni raccontò ne “I Promessi Sposi” la peste del Seicento che causò oltre un milione di morti nel Nord Italia

Chiuse ovunque biblioteche e librerie, ridottissime persino le edicole di giornali, al tempo del virus imperante, a noi vigilati e vigilanti, costretti come siamo, quasi in custodia domiciliare, si aprono - per chi lo desideri - ancora più spazio mentale e tempo materiale per la lettura della carta stampata, sia quella fresca che quella stagionata, entrambe sempre e comunque vitali, con buona pace per quelli che da tempo ne vanno recitando il requiescat: seppure un giorno la rete renderà accessibili tutti i titoli a tutti gli uomini, resterà sempre la differenza di sensazione, tattile, olfattiva e sostanziale, tra il leggere una poesia su una pagina inchiostrata o su una evanescente immagine al video. Abbiamo prediletto, in queste spigolature del lunedì, riviste e libri spesso poco noti alla massa dei lettori, ma per una volta ci rivolgiamo alla rilettura e al commento di un “classico” su cui s’è detto tutto, ci addentriamo così in «un campo che è stato arato in lungo e in largo», per usare una metafora cara a certi nostri amici: intendiamo parlare de “I Promessi Sposi”. Il vecchio e sempre giovane romanzo di Alessandro Manzoni è ormai citatissimo in questi giorni per via di quei tre capitoli, tutti incentrati sull’epidemia di peste che nel 1630, apice del contagio, devastò Milano e la Lombardia.

Il morbo infuriò per quattro anni, tra il 1629 e il 1633, spopolando tutto il Nord Italia e la Svizzera con ben oltre un milione di morti. Nel capitolo XXXI, il racconto manzoniano, segnato dal robusto gusto storico, fondato principalmente sui testi di due medici del tempo, il Tadino e il Ripamonti, offre subito al lettore una drammatica visione del male, acuto a Milano fin dal suo sorgere e che dilagò subito anche per colpa di quelli che oggi definiremmo “negazionisti”. Dopo la denuncia della diffusione della peste che il protofisico Ludovico Settala fece nell’ottobre 1629 ai componenti del Tribunale di Sanità, questi mandarono alcuni agenti nel territorio di Lecco, con funzioni di verifica, ma vuoi per imperizia vuoi per leggerezza, quei messi non seppero vedere e riconoscere il male che già serpeggiava, ritenendo che i casi di morte fossero dovuti alle febbri malariche e che non si trattasse di peste: quell’errore fatale fece sì che in pochi giorni i contagiati divenissero migliaia, poi decine e centinaia di migliaia. Tutto il capitolo è una descrizione della stupida ostinazione negazionista della prima ora verso la parola “peste”, che si trasforma, di fronte all’evidenza dei fatti, in un’idea ancora peggiore: «L’idea del veneficio e del maleficio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro».

La chiusa del Manzoni, sconfortata e rassegnata, può valere anche oggi, di fronte alla pandemia 2020, se si ricordano i proclami iniziali di Boris Johnson e Donald Trump, col parlare alla gente senza riflettere: «Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare. Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po' da compatire». È lo stile dell’Autore, in ogni occasione comprensivo verso debolezze e contraddizioni umane. Nel secondo dei tre capitoli sulla peste, il XXXII, si capisce come i bisogni e le necessità finanziarie create dall’epidemia divengono subito imponenti. L’amministrazione milanese, sommersa dalle spese sanitarie, chiede al Governatore Spinola che il Regio Fisco si faccia carico dei debiti cittadini, ma il Governatore risponde picche: che ci pensino i decurioni della città a trovare i quattrini, lui è troppo impegnato nella guerra, quella di successione nel Mantovano, parte integrante della Guerra dei Trent’anni. Senza i finanziamenti dell’autorità statale allora i decurioni decidono di affidarsi a quella divina, con una gran processione che porti, per le vie della città dolente, il corpo di San Carlo Borromeo, che aveva confortato e sollevato la città nella peste di mezzo secolo prima.

All’idea di una processione nel pieno del contagio si oppose subito, per logica considerazione, il cardinale Federigo, cugino del Santo, ma poi, insistendo i decurioni, per non andare contro anche alla volontà generale in città, consentì che si facesse la processione. Da quel momento in poi, com’era prevedibile, il contagio con le cifre dei morti si moltiplicarono e le strade della città furono piene di cadaveri. Federigo poté solo mobilitare il suo clero. Manzoni riporta un passo di una lettera del Cardinale Borromeo ai parroci di Milano, ripresa dal libro del Ripamonti: «Siate disposti ad abbandonar questa vita mortale, piuttosto che questa famiglia, questa figliolanza nostra: andate con amore incontro alla peste, come a un premio, come a una vita, quando ci sia da guadagnare un’anima a Cristo». Dopo i due capitoli descrittivi della peste nei suoi caratteri generali, Manzoni nel XXXIII e in quello successivo concentra lo scritto sugli effetti del contagio sui protagonisti del romanzo, su quelli che ne escono vivi, Renzo, Lucia, Agnese, Don Abbondio e su quelli che ne restano morti. Tra le vittime il conte Attilio, Don Rodrigo, fra Cristoforo, Perpetua, Donna Prassede e Don Ferrante, ed è quest’ultimo che suscita le nostre simpatie. Don Ferrante è un disinteressato, che trascorre i giorni tra i trecento volumi della sua scelta biblioteca, che ama il sapere per il sapere, un erudito insomma, “peripatetico consumato”, che, come un don Chisciotte, si muove e agisce secondo i suoi sillogismi, e che, testardamente negando l’epidemia per via teorica, dice il Manzoni «non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle. E quella sua famosa libreria? È forse ancora dispersa su per i muriccioli».

Chiudiamo qui la grata rilettura del capolavoro manzoniano, con una frase del tanto bistrattato Don Abbondio che anche Papa Bergoglio, in un suo recente discorso, ha voluto citare come esempio negativo. Dice, rivolgendosi a Renzo, il pavido ma a suo modo saggio curato, dopo che entrambi sono guariti dalla peste: «Vedete… se quelli che restano non metton giudizio questa volta, e scacciar tutti i grilli dalla testa, non c’è più altro che la fine del mondo».