CARTA GIALLA

Il barbiere salernitano di Alfonso Gatto

L’intellettuale scrisse un saggio in cui narrò la quotidianità di un Figaro di quartiere

Ancora mentre scriviamo queste note non ci è dato sapere se e quando riaprirà bottega il povero barbiere nostro, né quando ascolteremo di nuovo la sua chiacchiera vivace, ché, per essere ligio fino in fondo alle severe norme sanitarie in vigore, adesso non può fornirci nemmeno il servizio a domicilio, un tempo prassi consueta in caso di impedimento temporaneo - o definitivo, salute a noi! - del cliente: l’imposto distanziamento “sociale”- ma in questo caso più che altro “fisico”- vieta a coiffeurs e Figari di mettersi all’opera. Ebbene, come al solito, sarà qualche carta stagionata a consolarci in questa mancanza. Una tradizione durata fino agli anni Settanta, prevedeva che durante il periodo natalizio il barbiere regalasse ai clienti abituali il calendarietto profumato da taschino. Le illustrazioni variavano, dal tema lirico a quello storico patriottico, però negli ultimi tempi a prevalere era il tema erotico, e si usava anche qualche circospezione nel presentarlo, ma quella lì oggi sarebbe considerata roba da Prima Comunione.

Sfogliandone qualcuno, di questi omaggi “osè”, profumato alla lavanda Cannavale, sulla bustina semi-trasparente che lo contiene leggiamo il nome di uno scomparso “salone” del centro città. Il rimando letterario è immediato: “Una barba a Salerno” di Alfonso Gatto (sta in “Napoli N. N.”, Firenze, Vallecchi, 1974, pagg. 51-55). Il breve racconto è praticamente un’introduzione alla fenomenologia della “barberia”, una sintesi teatrale in poche battute, fin dall’attacco iniziale: «“Di passaggio a Salerno?” mi chiese il barbiere, arrotolando l’asciugamano sul collo della camicia aperta “voi non siete di qui”. Rimasi silenzioso, incerto sulla risposta. “Un po’ di crema? Siete venuto per i bagni?” Assentii con la testa, poggiandola quasi sulla mano, aperta con grazia nella domanda. “Sono di qui” dissi “ma da vent’anni e più abito lontano”. “Impiegato?” “No”. “Rappresentante?” “No”. Il barbiere tacque, picchiettandomi di crema le guance, riservandosi l’attacco con un richiamo perentorio al ragazzo che già portava l’acqua calda, con uno “svelto, svelto” in lingua che tentava d’essere all’altezza della sala lucida di specchi e di vetrine. Era uno “svelto svelto” inutile, di distinzione per lui e per me che ostinatamente gli rifiutavo l’accordo. “Non ho fretta” dissi. Incominciò a insaponarmi, mettendo la mano sinistra sotto la destra che reggeva il pennello. Amava mostrare una premura più sollecita della sua arte: ed era la parola che già gli sfuggiva nella domanda». Ci sembra di vederlo allora, l’intrigante barbiere, nel suo camice di ordinanza, mentre con gesto sicuro affila il rasoio sulla striscia di cuoio, passa sul viso del cliente il Proraso e poi «mettendo la mano sinistra sotto la destra che reggeva il pennello», inizia la piacevole carezza dell’abbondante insaponatura dal vago sentore di mandorla, comincia a rasare e pulisce il rasoio sulle schedine del totocalcio. Immagini e voci abituali viste e sentite nel salone del barbiere, che è luogo “sociale” per antonomasia, nei paesi del nostro Mezzogiorno, vi domina la chiacchiera e finanche - una volta - il suono della chitarra, del mandolino, della fisarmonica o dell’organetto. Scene del passato, ma nel quartiere cittadino come nel paese c’è ancora, dal barbiere, il centro popolare di raccolta e diffusione delle informazioni, della notizia e del pettegolezzo.

Lo sapevano bene quelli che scrissero pagine per il cinema. Soprattutto la prosa letteraria e la saggistica di ogni epoca è poi ricca di riferimenti all’arte del barbitonsore, e alle acconciature, e fa meraviglia che non esista ancora una bibliografia tricologica, perché si parte già dal Cinqucento con l’apologia della barba pretesca, la “Defensio pro sacerdotum barbis” (Romae, apud Calvum, 1531) di Pierio Valeriano, pseudonimo dell’umanista bellunese Giovanni Pietro Dalle Fosse (1477-1558) e con “La Pogonologia o Istoria filosofica della barba”, stampa francese dell’anonimo T.A.D. (Rennes, 1539).Tra XVII e XIX secolo sono tali e tanti i titoli di poemi didascalici e berneschi, prose e saggi su peli e pelurie, maschili e femminili, e sulle pratiche sanitarie del cerusico-barbiere, che ne citeremo qui solo qualcuno. In tutta Europa, durante il Seicento, si intensifica la produzione di libri sull’arte dei barbieri e sulle loro collaterali attività chirurgiche, in difesa delle prerogative corporative, ovvero contro l’imperversare dei ciarlatani, soprattutto nelle fiere: Thomas Sonnet de Courval, “Satire contre les charlatans et pseudo-medecins empiriques” (Paris, 1610); Arnould Gilles, “La Fleur des remedes contre le mal des dents” (Paris, 1621). A Napoli si stampava e si diffondeva il manuale di Cinzio D’Amato, “Prattica nuova et utilissima di tutto quello ch’al diligente Barbiero s’appartiene” (Napoli, 1632), e l’importante trattato, dal lunghissimo titolo, di Tiberio Malfi da Montesarchio, nel beneventano, che operava a Napoli come barbiere e come console della corporazione, che oggi diremmo il sindacato di categoria: è la “Nuova Prattica Della Decoratoria Manuale Et Della Sagnia; L’Una a Barbieri, Et L’Altra a Chirurgici Singolarmente Necessaria... Con Le Cose Anatomiche: Con Nuovi Instromenti, & Con Le Operationi Varie Dell’Artifice Per Vaghe Figure Evidentemente Rappresentate”, appresso Ottavio Beltrano, in Napoli 1629, libro ornato da 10 ritratti di famosi barbieri, fra cui due donne, e 15 incisioni relative all’anatomia, ai salassi con lancette e sanguisughe, agli altri strumenti della professione. Tornando a barbe, capelli e parrucche, nel secolo dei lumi l’arte del barbiere è scrupolosamente documentata dall’Enciclopedia di Diderot e d’Alembert con l’articolo ( del 1755 ) “barbier, baigneur- etuviste”, composto da ben 12 tavole raffiguranti l’arte della barberia, delle parrucche e dei bagni a vapore e tre pagine di testo esplicativo.

Concludiamo questa brevissima rassegna di testi sull’antica arte del barbitonsore con un bello e relativamente recente libro, che è anche un notevole repertorio di scritti, immagini e musiche sui barbieri siciliani, introdotto da un gustoso ricordo di Andrea Camilleri (Il salone di don Nonò): il libro è curato da Gaetano Pennino, etno-musicologo, e Giuseppe Maurizio Piscopo, “Musica dai Saloni. Suoni e memorie dei barbieri di Sicilia” (Palermo, Nuova Ipsa, 2009). Allegato al volume è un cd con musiche raccolte e rielaborate da Giuseppe Calabrese e Domenico Postillo. Permetteteci infine di formulare un augurio ai maestri barbieri e a noialtri clienti dalle zazzere incolte, perché si rialzino presto le serrande, e con il tocco finale, l’inconfondibile odore della spruzzata di Floid, risuoni di nuovo la voce del titolare: «Ragazzo, spazzola!».