CARTA GIALLA

I medici salernitani e l’insolita promessa

Cantarella in un saggio svelò un giuramento d’Ippocrate fatto in “salsa” nostrana

Tra tutte le figure professionali, quella maggiormente visibile nell’attuale tragica contingenza è sicuramente quella del medico. La presenza a ogni ora del giorno sui media - a livello mondiale come a livello locale - di virologi e specialisti affini è naturale conseguenza di angosciose domande: saremo tra i sommersi o tra i salvati? Quando ci sarà un vaccino anti-Covid 19? Ci sarà per tutti? Con pensiero grato ai sanitari che compiono con onore il loro lavoro, constatiamo che l’immagine del medico è ora più che mai salvifica, non solo quella degli specialisti che parlano in tv, ma anche quella del medico di medicina generale, il volto amico del cosiddetto “medico di famiglia”. Ci sarebbe da aprire il discorso sulle colpe, attribuibili senza ombra di dubbio alla politica, per avere molto impoverimento la medicina territoriale di base, ma non intendiamo entrare sul campo scivoloso delle polemiche - adesso veramente inutili - sulle politiche sanitarie regionali e sulla riforma costituzionale del Titolo V. I conti, forse, si potranno fare dopo. Vogliamo invece concentrare l’attenzione sul tema etico, per definizione collegato alla ars medendi, il giuramento d’Ippocrate (IV sec. a.C.), il testo dove si concentrano in poche righe le qualità squisitamente umane che sono o dovrebbero essere proprie di ogni medico, a prescindere dalla sua preparazione scientifica e facoltà di discernimento, ossia il tatto, l’onore e la forza d’animo.

Siamo andati alla ricerca di un commento autorevole sulla versione classica e l’abbiamo trovato in uno scritto di Raffaele Cantarella “Una tradizione ippocratica della scuola salernitana: Il giuramento dei medici”, apparso nella rivista “Archivio Storico per la Provincia di Salerno” (Nuova Serie, a. II, fasc. IV ottobre - dicembre 1934, pagg. 253-273). È un saggio di profonda erudizione classica, com’era nello stile del grande grecista e filologo, la cui figura evocammo su questa pagina (vedi la Città del 22 ottobre 2018). L’esame della versione latina e dell’originario testo greco confermano, nelle parole di Cantarella, la elevata concezione morale, che i greci ebbero della funzione del medico. Si concentra poi l’attenzione dello studioso sulla dibattuta origine del testo greco e sulla sua autenticità, concludendo: «Sia che esso provenga dalla scuola di Cos, sia da Ippocrate in persona, sia che rappresenti una tradizione ancora più antica di Ippocrate ed attribuita poi a lui come al massimo rappresentante della corporazione, è cosa oramai accettata. Ad ogni modo esso è un documento della più alta antichità, nel quale si riflette tutta una tradizione religiosa ed etica, che è profondamente significativa nella sua austera ed insieme umana nobiltà» (pag. 254). Nelle pagine successive l’attenzione è tutta rivolta al tema centrale del saggio, ossia al testo del giuramento degli addottorati presso la Scuola Medica Salernitana, notizia non molto nota ai tempi in cui Cantarella scriveva, seppure già diffusa nell’Ottocento dagli studi di Salvatore De Renzi. Cantarella richiama nel suo saggio quella tradizione medioevale salernitana, ricavandola dal volume di Antonio Mazza, che fu priore dell’Almo Collegio nel 1685: “Historiarum epitome de rebus Salernitanis etc.” (Pace, Napoli 1681, pag. 140).

Un collegamento preciso tra il giuramento dei medici salernitani con quello che la tradizione attribuiva ad Ippocrate non si riscontra in altri autori prima di Cantarella, il quale passa in rassegna i versi, ovvero gli esametri del giuramento dei medici salernitani, ripresi da Mazza dai “Capitoli” del Collegio: «Rispettare il maestro come i genitori, e di insegnare a sua volta l’arte ai discendenti del maestro senza mercede alcuna sebbene, nel giuramento ippocratico, si voglia anche evitare, in tal modo, che l’arte esca fuori della corporazione…; serbare pura l’arte e la vita; non dare ad alcuno un farmaco mortale, se anche richiesto; non dare a donna un rimedio abortivo» e - nota Cantarella - questi ultimi due precetti riflettono quasi alla lettera quelli ippocratici, ma, aggiungiamo noi oggi, sono anche due questioni di bioetica sempre controverse e dibattute: quella del “fine vita” e il diritto all’aborto assistito. Il giuramento in uso presso il Collegio di Salerno passò per legge allo Studio di Napoli, fin dalla sua fondazione, e sulle alterne vicende della Scuola salernitana il saggio di Cantarella offre un pregevole compendio, ricchissimo di riferimenti bibliografici e spunti di ricerca, concludendo infine che «la consuetudine del giuramento è per certo di molto più antica dei documenti che l’attestano, e che essa, con tutta la dottrina della Scuola, rappresenta veramente il filo diretto di una tradizione di cultura e di scienza, a volte splendida a volte oscura, ma non mai interrotta». Pur nelle distinzioni e variazioni semantiche tra la versione ippocratica del giuramento professionale e l’attuale codice deontologico, per i medici permangono quei principi a cui abbiamo accennato. Nel quadro attuale quello che però si è più volte incrinato è il rapporto di fiducia con i pazienti, prova ne siano le migliaia di processi intentati per “mala sanità” e le iniziative avviate da privati avverso la classe medica, che come effetto pratico hanno determinato un esercizio professionale che è spesso incline alla de-responsabilizzazione formale e sostanziale, in altri termini allo scarica-barile, in un rapporto medico-paziente fondato solo sulla necessità e per nulla su quella fiducia evocata dal giuramento d’Ippocrate.

Prestavano giuramento fino al 1981 al momento dell’assunzione gli insegnanti, giurano ancora i Presidenti della Repubblica e del Consiglio, ministri militari e sindaci, giurano i notai, i giudici della Corte Costituzionale e alcune altre figure professionali, ma chi oggi si avvia alla professione medica non è più tenuto a prestare formalmente il giuramento d’Ippocrate. Tuttavia come si può dimenticare quanto si diceva sopra, ossia del sacrificio nel segno di quell’etica di ventiquattro secoli fa, la dedizione alla propria funzione sociale che negli ultimi mesi ha animato migliaia di medici e infermieri nelle corsie d’ospedale, che in molti casi li ha condotti alla morte come soldati sul fronte di guerra? Non dobbiamo e non vogliamo dimenticarlo. Però non vogliamo neppure dimenticare che in questa ippocratica città, così come in tutta la nazione, mancano, nell’emergenza pandemia i medici anestesisti e i posti letto nelle terapie intensive rischiano la saturazione, che troppo pochi sono stati i tamponi, i laboratori e che i posti di pronto soccorso sono intasati perché la medicina di base non svolge appieno la propria funzione selettiva. Per il momento su questo è utile soprassedere. Ma ci chiediamo se non sarà il caso - in futuro - di imporre per legge anche a politici, amministratori locali e manager sanitari di prestare giuramento promissorio, ricco di responsabilità verso i propri amministrati, per operare «con scienza e coscienza, con diligenza, perizia e prudenza e secondo equità» e in caso di inadempienza bollarli negli annali, a eterna memoria, col marchio di spergiuri?