CARTA GIALLA

I libri come capolavori d’arte

Angelo Rossi fondò a Napoli una tipografia: dagli “Artigianelli” di padre Casoria a Neruda

Mentre scriviamo queste note, giovedì 23 aprile, ricorre la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore 2020. Per fatti contingenti noti al mondo intero, la giornata si celebra con i santuari del libro (Case editrici, librerie e biblioteche) che sono ancora senza officianti e senza fedeli; non si salvano dal lockdown nemmeno le bancarelle dell’usato, che possiamo considerare una specie di succursali periferiche di quei santuari. Con la crisi finanziaria indotta dalla pandemia sembra che l’intera filiera produttiva del libro stia per morire definitivamente, tanto che in un appello al governo nazionale, firmato da AIB (Associazione Italiana Biblioteche), Aie (Associazione Italiana Editori) e Ali (Associazioni Librai Italiani), si chiedono incrementi di fondi pubblici alle biblioteche per l’acquisto di libri, il bonus cultura esteso oltre ai diciottenni anche ad altre fasce di popolazione e ancora fondi speciali per la promozione della lettura, per superare quella che esse associazioni definiscono come «la più grave crisi attraversata dal libro dal dopoguerra». In Italia - anche prima della pandemia - non è che si leggesse molto, lo sappiamo, ma pure in tempi difficili, come appunto negli anni del secondo dopoguerra, di editori, librai e tipografi che rischiassero del proprio e senza aiuti di sorta per la ripresa, ce ne sono stati. Senza parlare del coraggio imprenditoriale di antichi stampatori-editori, facciamo caso invece a chi, a Sud, negli ultimi decenni si è distinto nel mondo del libro per qualità e innovazione, scontrandosi con la continua corsa al ribasso del prezzo finale che ha contraddistinto poi progressivamente il mondo editoriale.

Un nome per tutti: “L’Arte Tipografica” nata nel centro antico di Napoli negli anni della miseria, nel 1948 e attiva per settanta e più anni a seguire. Il fondatore Angelo Rossi (Napoli 1904 - 1979) s’era fatto le ossa e assimilato i segreti di bottega nella “Tipografia Pontificia degli Artigianelli” (già fondata nel 1860 da padre Ludovico da Casoria per fini umanitari in alcuni locali del Convento di San Raffaele dei frati Bigi), acquisita nel 1916 da suo padre Angelo Rossi senior. Il giovane Rossi entrato tredicenne, nel 1917, a lavorare presso il padre, si ritrovò, quando questi morì, nel 1935, alla guida dell’azienda, che fino ad allora era specializzata soprattutto nella stampa di testi scolastici. L’incontro con l’editore Riccardo Ricciardi, raffinato ed esigente cultore dell’arte della stampa, segnò il giro di boa, l’impennata qualitativa degli Artigianelli prima e de “L’Arte Tipografica” dopo la guerra. Il primo libro stampato da Angelo Rossi per Riccardo Ricciardi, agli Artigianelli, fu “Pierre de Montéra, L’humaniste napolitain Girolamo Carbone et ses poésies inédites” (Napoli, 1935). Negli anni del dopoguerra nella tipografia di Angelo Rossi, nei locali di Palazzo Marigliano bombardati e ricostruiti, si potevano incontrare Riccardo Ricciardi col suo sodale Gino Doria, Benedetto Croce o Riccardo Filangieri per la sua Cronaca figurata del ’400, e Roberto Pane che attendeva alla revisione delle bozze dei suoi volumi sul chiostro di S. Chiara e su S. Gregorio Armeno, pubblicati dall’Arte Tipografica nel 1954 e nel 1957. Paolo Ricci, subito dopo la liberazione di Napoli condusse anche Palmiro Togliatti a conoscere il tipografo editore Angelo Rossi, e sempre Paolo Ricci presso “L’Arte Tipografica” curò, nel 1952, uno dei più rari testi di poesia del Novecento, un mito irraggiungibile per ogni bibliofilo: “Los Versos del Capitan” di Pablo Neruda, edizione dell’Arte Tipografica del luglio 1952, in soli 44 esemplari fuori commercio, ognuno con il nome di un sottoscrittore. Ne parlammo, del libro e delle circostanze che portarono a quella stampa, su Carta Gialla (“ La Città “, “Neruda a Capri 1952”, 10 giugno 2019), ricordando che furono Ricci e l’editore teggianese-napoletano Gaetano Macchiaroli, con Sara e Mario Alicata, Edwin e Claretta Cerio, a fornire a Neruda e alla sua giovane amante, la cantante cilena Matilde Urrutia, il rifugio caprese, intanto che don Angelo Rossi stampava il raro e anonimo libretto di versi. Notiamo per inciso che nessuna copia del volume è passata in asta dal 1952, e fu solo nel marzo 2011 che un libraio antiquario pugliese offrì la copia n.19, quella riservata a Salvatore Quasimodo, per la ragguardevole cifra di 40mila euro, venduta poi per 30mila, e pur riconoscendone le qualità di stampa e la rarità, la cifra avrebbe sicuramente sbalordito don Angelo Rossi. L’altro editore che segnò l’alta qualità della stampa nelle officine di Angelo Rossi fu Gaetano Macchiaroli: nel gennaio del 1945 uscì “L’Acropoli”, diretto da Adolfo Omodeo (tra i collaboratori Dorso, Russo, Bobbio, Garosci, Pepe, Pugliese Carratelli, Flora, Abate, Codignola, Capitini, Croce, Salvatorelli, Marchesi).

Nell’aprile del 1946 usciva invece il primo numero della rivista di studi classici che rappresenta meglio di tutte il mecenate Macchiaroli: “La parola del passato”, diretta da Giovanni Pugliese Carratelli e annoverò tra i collaboratori abituali Gigante, Arangio Ruiz, Bertoldi, Di Falco, Gabrieli, Marini, Marchesi. È ancora Macchiaroli che nel 1951 stampa presso Rossi tre periodici che hanno fatto storia: “Atene e Roma” , “Cronache Ercolanesi” e “Cronache Meridionali”, con tre serie a partire 1954, direttori Amendola, De Martino e Mario Alicata. Angelo Rossi ebbe massima attenzione, cura e competenza per l’aspetto grafico dei libri che stampava, «caratterizzati da una compostezza rinascimentale, aldina, ma senza freddezza neoclassica e senza concessioni a barocchismi ornamentali», secondo le parole usate da Gino Doria per la migliore tradizione tipografica napoletana. I colori, la qualità della carta e dei caratteri, gli inchiostri, l’impaginazione, nei libri de “L’Arte Tipografica” sono tutti nel segno della grande tradizione di stampatori napoletani, che parte dall’umanesimo dei del Tuppo e arriva all’alta produzione editoriale, dal Settcento ai livelli novecenteschi, degna delle officine veronesi di Hans Mardersteig, con don Angelo Rossi tra le sue macchine di Palazzo Marigliano, fino al 1958 quando si ammala, fino ai tempi in cui la lettura era ancora un’attività dell’intelletto diffusa, apprezzata e riverita, con l’editoria finanziata solo dalle vendite dei librai, senza aspettarsi nessun Piano Marshall per le crisi. Sono fuorvianti e dannose le polemiche e le opinioni di basso conio che l’emergenza sanitaria attuale ha scatenato e tra queste l’assurda analogia dell’epidemia con i tempi di guerra: la guerra cessata nel 1945 è stata infinitamente più atroce e devastante, sul piano materiale e su quello delle coscienze, ma una cosa potrebbe metterci domani in relazione con gli anni che seguirono alle distruzioni del conflitto mondiale, ovvero sentire la necessità, quasi l’obbligo morale, di offrire - con l’esempio - alle nuove generazioni, modelli e stili di vita dove la qualità conti più della quantità, come un buon libro che sia anche ben stampato.