I francescani nel Salernitano 

Da Vitantonio Feola che aborriva il potere temporale al frate militante Carlo Guida

Son ormai sei anni che Jorge Mario Bergoglio porta nel mondo San Francesco, avendosene attribuito il venerato nome per primo nella storia dei papi, pure se il nome ufficiale del pontefice è solo papa Francesco, e non Francesco I. Il direttore della sala stampa vaticana, don Federico Lombardi, spiegò a suo tempo che papa Bergoglio «diventerà Francesco I quando avremo un Francesco II». Senza aspettare l’avvento di un secondo Francesco, ci conforta il pensiero che questo Papa rinnovi oggi le istanze religiose, ma anche civili, della misericordia e della prossimità verso chi ha bisogno di tutto, attese che sono proprie del “poverello di Assisi ” e dei suoi seguaci. La passione francescana per gli scarti della storia, per i rifiutati dalle città e dai paesi, per gli ultimi, vedendo in essi la carne di Cristo, si riverbera in alcune parole di Bergoglio: «Il cristiano è uno che incontra i poveri, che li guarda negli occhi, che li tocca», sentimenti che Rossellini già tradusse magistralmente con il suo film “Francesco giullare di Dio” (1950), nelle immagini del bacio di Francesco al lebbroso e delle lacrime del Santo che ne seguono. Nel girare il film Roberto Rossellini, secondando la temperie neo-realista del suo tempo, tranne che per il tiranno Nicolaio, interpretato da Aldo Fabrizi, scelse solo attori non professionisti, e tra questi tredici frati francescani del convento di Maiori. La “diversità” radicale della prima Regola francescana la si ritrova in molte figure della storia e della letteratura, da Frate Ginepro, il compagno di Francesco definito da Le Goff (J. Le Goff, Saint François d’Assise, Gallimard, Paris 1999; tr. it. San Francesco d’Assisi, Laterza, Bari 2002, p. 43.) come « il francescano-tipo» tra gli spirituali, al grande predicatore San Bernardino da Siena, sino alla figura letteraria del combattivo e intransigente Fra’ Cristoforo di Alessandro Manzoni. Siamo andati poi a cercare tra le ingiallite carte, figure originali di francescani realmente vissuti da queste nostre parti, e ne abbiamo trovate in un vecchio saggio di Antonio d’Amato, “S. Francesco e i Francescani nel Salernitano”, pubblicato nell’“Archivio storico per la provincia di Salerno” (A.3, n.s.,n.2 -1935 pag.108-116). Vi si trovano nomi di religiosi ormai del tutto dimenticati, come quello di Padre Vitantonio Feola da Campora, cappuccino, oratore, che in una pubblicazione, “La mia confessione intorno al potere temporale del Papa” (Napoli, De Angeli, 1860) «tentava di dimostrare che il potere temporale era piuttosto nocivo al Papato. Gli avvenimenti recenti hanno sorpassato l’argomento, che allora appassionava gli animi di tutti». Padre d’Amato ci informa poi che il cappuccino Feola nel 1863 «fu ucciso da un colpo di fucile di esaltati liberali». Altro frate militante fu il Padre Carlo Guida: «Cappuccino e patriota di Celle di Bulgheria, nipote del canonico De Luca. Di dottrina non comune e di severi costumi, venne eletto rettore del convento di Maratea, in un antro del quale convocava e conferiva con gli affiliati alle idee rivoluzionarie. Nei moti del Cilento (1828) venne ascritto dallo zio alla congiura dei Filadelfi. Allorché i ribelli, dopo la presa del forte di Palinuro, passarono a Camerota, trovarono il Padre Carlo con un seguito di molta gente armata. Strappata la bandiera di mano ad Antonio Gallotti, arrivato allora coi compagni, si mise a capo della sua gente e gridando “Viva la libertà! Viva la costituzione francese!”, entrò in paese, montò su di un tavolo e parlò al popolo sui diritti dell’uomo (1828). Tratto in arresto, fu il 10 agosto condannato a morte da una commissione marziale, perché reo di cospirazione settaria, per distruggere e cambiare il governo». Alla sentenza seguì l’immediata fucilazione e il cadavere del frate, appena ventinovenne, venne seppellito nella chiesa del convento stesso. Nessuna meraviglia desta la vocazione alle battaglie risorgimentali da parte dei cappuccini, quando si pensi alla figura del più noto tra i frati belligeranti, il siciliano fra Giovanni Pantaleo, che si unì ai Mille di Garibaldi fin dalla battaglia di Calatafimi come cappellano, e dopo essersi spogliato dell’abito, nel 1864, prese moglie ed ebbe tre figli. Ordine variegato di personaggi quello francescano, e sul versante dell’erudizione e della produzione libraria altri nomi ci propone l’autore d’Amato, altrettanto poco noti, ma pure significativi della grande tradizione letteraria diffusa tra i seguaci del Serafico. È il caso di Padre Antonio Bonito di Cuccaro Vetere, dei Minori Osservanti, Vescovo di Montemarano, che «nel 1497 fu cappellano di Giovanna, seconda moglie di Re Ferrante. Ebbe il soprannome di “Padre dei poveri”, per la larghezza con cui concedeva elemosine. Pubblicò: “Elucidarium de Conceptione incontaminata Virginis gloriosae” (Napoli, 1507) e “Manuale omnium fere definitionum et disceptationum casuum coscientiae”. Morì nel 1510».
Anche di un altro erudito francescano ci dice padre d’Amato, cioè di Frate Agostino de Cupiti o dei Gupiti: «Celebre retore, poeta e teologo, nato a Eboli (1550) da famiglia patrizia, onorò molto l’ ordine dei Minori Osservanti con la sua eloquenza sacra. Fu in Francia e nelle Fiandre e salì i migliori pulpiti d’ Italia. Seguì il milanese Francesco Panigarola che avviò l’eloquenza alla scuola dei Segneri e degli oratori francesi, dopo averla liberata dal declamatorio. Fondò la chiesa dell’Ospedaletto a Napoli. Raccolse in un volume (Napoli, 1608) le sue migliori orazioni col titolo di “Corona di dodici ragionamenti di santi, ecc.”. Ebbe anche una buona disposizione per la poesia e pubblicò le “Rime spirituali” (1592), un poemetto sacro in 24 canti su Santa Caterina martire (1593) e un altro dal titolo “II poeta illuminato” (1598). Morì a Napoli nel Convento dell’Ospedaletto (1618)» (esiste una monografia su frate Agostino, curata da Paolo Tocca: “Frate Agostino dei Cupiti da Eboli”, Eboli, Tip. Sparano, 1912.). Il saggio di Padre Antonio d’Amato cita inoltre diversi documenti, contenenti riferimenti ai francescani, tratti dal “Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIII°” Vol. 1° (1201-1281) di Carlo Carucci (Subiaco, 1931), insieme ad altre referenze bibliografiche che, seppure di difficile reperibilità, sono ancora oggi utili per ricostruire le vicende dell’Ordine nel Principato Citra. In appendice, sullo stesso numero dell’Archivio (pag. 117-123), l’autore riporta l’articolo “Ricordi di S. Bernardino da Siena nella Provincia Francescana di Principato”, del Padre Filippo Cioffi , O. M. Cap., apparso su “Italia Francescana” (Roma, maggio-giugno 1935), a commento del quale ci proponiamo, quanto prima, di ritornare.
©RIPRODUZIONE RISERVATA