CARTA GIALLA

Gli ebrei fecero grande Salerno

Abitavano nel cuore del centro storico e contribuirono a incrementare le casse del principe longobardo

Le prime testimonianze sulla presenza di ebrei nella città di Salerno risalgono all’età longobarda, tra X e XI secolo, quando, costruite nuove case con contratti di locazione sui suoli, essi contribuirono a impinguare le casse del principe e quelle curiali con i loro tributi su beni immobili, spazi di vendita e commercio nelle piazze, navi ancorate nel porto e merci sbarcate. I documenti relativi sono nel Codice Diplomatico Cavese e nel Chronicon Salernitanum. «La misura del benessere che raggiunse, nei secoli XI e XII, la città di Salerno, ci è data anche dalla presenza degli Ebrei tra le sue mura». Con questa frase prende avvio il saggio dello storico Carlo Carucci “Gli Ebrei in Salerno nei secoli XI e XII”, pubblicato sul primo numero dell’Archivio storico della Provincia di Salerno (A.I, fasc. 1, gennaio-marzo 1921, pp. 74-79), la rivista della Società Salernitana di Storia Patria, il sodalizio nato l’anno precedente e che ora compie i cento anni di vita.

Riprendiamo le pagine di Carucci, che riconosce dei meriti alle comunità ebraiche, nel clima di tolleranza e integrazione della comunità all’interno della città altomedievale: lo facciamo di proposito, proprio ora che le cronache parlano di rigurgito antisemita. Tornando ai tempi del Carucci, occorre ricordare che di lì a qualche anno anche l’atteggiamento della cultura ufficiale italiana nei confronti degli ebrei avrebbe cambiato segno, fino ad arrivare nel 1938 alla discriminazione, all’incitamento alla persecuzione e allo sterminio. Ma questa è altra storia. Nei primi decenni del Novecento l’interesse della ricerca storica verso l’elemento spurio nelle dinamiche demografiche dei centri meridionali (arabi, armeni, ebrei), dà il suo contributo con Nino Tamassia, “Stranieri ed Ebrei nell’Italia meridionale, dall’età romana alla sveva” (Venezia, 1904), seguito dal volume di Nicola Ferorelli, “Gli ebrei nell’Italia meridionale” (Torino, 1915). Entrambi i testi erano ben noti a Carucci, oltre ai quali studi egli poté avvalersi soprattutto dell’assidua sua frequentazione e conoscenza di altre fonti antiche, da Erchemperto alle pergamene del Codex cavese, dalle quali, in un atto dell’ 872, trova menzionata una Rebecca «e forse fin d’allora gli Ebrei dovevano esser numerosi in Salerno, perché documenti di poco posteriori ci danno del tutto notizia di una giudecca, esistente tra le mura della città, cioè di un quartiere determinato, altrove detto anche iudea, iudaica, iudacaria, e, a Venezia, Giudecca, in cui vivevano gli Ebrei. Essa sorgeva sopra un suolo di proprietà dell’abate di S.Maria, “intus anc salernitanam civitatem propinquo litore maris”, limitata ad oriente da una via carraria, e corrispondente a quella parte della città ch’è ora compresa tra la chiesa di S. Lucia, che è perciò detta, fin da tempi remoti, S. Lucia in iudaica, e Portanova». La giudecca salernitana era situata quindi lungo il fronte meridionale delle mura, tra queste e l’antemurale (“inter muro et muricino”), costituita in buona parte da case in legno, facilmente rimovibili in caso di mancato rinnovo del contratto di fitto del terreno. Quanto alla consistenza delle colonie ebraiche di questa provincia ci informa Carucci che ve n’erano a Nocera, Eboli, Sanseverino, Amalfi, e aggiunge che «nel 1161 un rabbino, Beniamino da Tudela, andò visitando le varie sinagoghe sparse per l’Europa e fu anche nell’Italia meridionale.

Pubblicò poi in ebraico una relazione del suo viaggio, e in essa troviamo dati statistici di grande importanza per la storia degli Ebrei in genere, e anche per quelli che vivevano nella provincia di Salerno. Sappiamo così che nel 1165 vivevano in Napoli 500 Ebrei ed altrettanti in Otranto, 300 in Taranto, 200 in Trani, 200 in Benevento e in numero inferiore nelle altre città dell’Italia meridionale. In Salerno invece ve n’erano 600, onde la comunità salernitana primeggiava fra tutte le altre dell’Italia meridionale». Tenuto conto delle imposizioni erariali applicate alla numerosa colonia israelita di Salerno, si intuisce quale autentica risorsa finanziaria essa costituisse per la città in età longobarda, normanna e sveva. Oltre che come valenti medici, confluiti nel solco della tradizione salernitana, gli ebrei seppero primeggiare in talune attività artigianali, come produttori di panni lana, di seta e tintori di stoffe; privilegi concessi agli ebrei salernitani dalla giurisdizione arcivescovile, sotto la quale erano passati per concessione del potere normanno, furono la vendita di orci di terracotta e l’attività esclusiva di macellazione animale e vendita delle carni, per cui erano i soli macellai a poter esercitare in città. Quest’ultima privativa concessa agli ebrei, con ampi riferimenti topografici sulla ubicazione di botteghe e locali adibiti a macello, fu approfondita da monsignore Arturo Capone, in un saggio pubblicato sulla Rassegna Storica Salernitana “Il jus scannagi seu cultelli del Capitolo della Cattedrale di Salerno” (Anno V, 1944, N. 1- 2, pp. 33-40). Carucci approfondisce invece l’attività per la quale gli ebrei sono comunemente noti, quella del prestito di denaro con interesse, per cui essi si ebbero, nel corso dei secoli, la fama di strozzini: in verità ben più rapaci furono poi - di certo - i banchieri genovesi, veneziani e fiorentini. Il prestito tra XI e XII secolo «quando non ancora si erano affermati nell’Italia settentrionale e centrale i banchi di sconto, fu quasi esclusivamente nelle mani degli Ebrei» nota il Carucci, ricordando anche però che «restò per alcuni secoli ancora l’obbligo al Rabbino di presentarsi, la vigilia della festa della traslazione di S. Matteo, al Duomo, inginocchiarsi davanti alla porta dei Leoni, e, suo malgrado, permettere che sul suo capo si cantasse il Vangelo».

Tra alti e bassi, i periodi di relativa tolleranza durarono per le comunità ebraiche nel Regno di Napoli fino all’età di Carlo V, quando, nell’ottobre 1541, avvenne la loro espulsione totale e gran parte di loro si diresse alla volta di Roma. La cacciata degli ebrei con l’arrivo della funesta dominazione spagnola, non fu un buon affare per i centri meridionali, prosperi invece sotto gli svevi e gli aragonesi, epoche durante le quali gli ebrei avevano goduto di qualche forma di protezione. Tornando ancora all’attualità e ai crescenti episodi di antisemitismo, di aggressioni verbali sul web e scritte farneticanti su muri e porte di casa, pensiamo che l’odio antiebraico sia parte dello stesso minaccioso contesto - da tenere a bada - che vede il diffondersi di razzismo e di vani pregiudizi nei confronti di migranti e minoranze. Per una sorta di curioso contrappasso, è di queste ore la notizia che, per timore del contagio Covid-19, in Israele si proibisce l’accesso agli italiani. Ccrediamo che si possa, a buon diritto e in ogni occasione, criticare la politica dello Stato di Israele, senza per questo temere la taccia di antisemita.