CARTA GIALLA

Gino Doria, erudita galante

Dedicò all’amico Riccardo Ricciardi un volumetto ironico con «innocenti divagazioni»

Qualche tempo addietro, su questo giornale, abbiamo scritto di Gino Doria (Napoli 1888-1975) e di un suo vecchio libro, “Del colore locale e altre interpretazioni napoletane” (Laterza, Bari, 1930), e particolarmente del brano “Omero e le Sirene”, cronaca di una gita in motoscafo da Punta Campanella a Capo d’Orso: fu l’occasione per rimarcare anche lo stile particolare della sua prosa che, pur rigorosa nella precisione del dato storico o letterario, diventava al momento opportuno ironica e leggera, una micro-storiografia del divertissement, come la definisce Emma Giammattei (“Il romanzo di Napoli. Geografia e storia letteraria nei secoli XIX e XX”, Guida, Napoli 2003, p. 300 ). L’arguzia divertita, sempre bilanciata, è frequente nei commenti storico-letterari di Gino Doria e specialmente nella produzione dei suoi ultimi anni. In “Alcune schede di erudizione galante” (L’Arte Tipografica, Napoli, 1959. In seconda edizione il libro fu pubblicato da Edizioni del delfino, Napoli 1978) il sottotitolo in copertina dice quelle schede essere «offerte doctori honoris causa Riccardo Ricciardi compiendosi oggi, 22 dicembre 1959, l’80° anno di Sua operosa e benefica vita». La dedica all’amico, l’editore e bibliofilo napoletano Ricciardi, è ripetuta nel frontespizio del libro, stampato a bassa tiratura e fuori commercio, com’è dichiarato al colophon: «Questo piccolo e irriverente libro in onore di Riccardo Ricciardi è frutto della fraterna collaborazione tra Gino Doria e L’Arte Tipografica, nelle cui officine si è impresso, in soli 120 esemplari non venali, nel dicembre 1959». La scelta del tema erotico per quell’omaggio di compleanno è dovuta al caso, confessa l’autore (ma noi non gli crediamo, perché ha tutta l’aria di essere cosa premeditata): «Rovistando in certe vecchie carte, mi è capitata fra le mani una copia dattiloscritta, che non ricordavo di avere, di quelle innocenti divagazioni. Innocenti, infatti, mi son parute rileggendole, ora che il nostro palato s’è venuto avvezzando, attraverso giornali, rotocalchi e libelli, allo assorbimento quotidiano di casi speciosissimi di incesto, pederastia, sadismo, bestialità psicopatie varie, alcune delle quali affatto inedite, ignote ai più antichi attenti osservatori delle umane debolezze. E m’è venuto il pensiero, non so se buono o malsano, di stamparle in ristrettissimo numero di esemplari non venali, convinto che non incapperò nelle maglie del codice penale e che non incorrerò nella scomunica minore; e di offrirle - quale migliore occasione? a Riccardo Ricciardi e agli amici ed estimatori che gli han fatto corona nel compiere Egli, gagliardo di corpo e di spirito, il 16° lustro», aggiunge poi Doria a conclusione della prefazione (anche per difendersi da pastoie e tagli della Censura) che le citazioni e i riferimenti - da lui prudentemente lasciate in latino o in francese antico - «sono di seconda mano e procedono da una insigne opera alla quale faccio spesso ricorso: dal “Dictionnaire” di Pietro Bayle e dei suoi continuatori». Ma veniamo al contenuto del libretto, a queste otto “schedule” come le chiama l’autore, che spesso indulgeva alle preziosità linguistiche e agli arcaismi. Sono narrazioni, venate di umorismo e ironia, di imprese amatorie di personaggi famosi come Pompeo Magno e la cortigiana Flora (“Pompeo e Flora ovvero Dei morsi nell’amore”); di una castrazione volontaria nella storia del bellissimo giovane Combabo che, tentato dall’assatanata regina Stratonice di Siria, si taglia piuttosto gli attributi pur di non essere indotto a tradire il suo re (“Storia di Combabo”); le consuetudini erotiche di una frangia dissidente della setta anabattista (“La setta dei mammellari”), che concentrava ogni attenzione amatoria sui seni delle giovinette, usati talvolta da anziani anche a scopo terapeutico, mediante applicazioni locali, pratica usata, secondo alcune fonti, anche dal re David, afflitto da mal di stomaco. Nel trattare della figura del dotto umanista e medico ferrarese Giovanni Manardi, Doria secondo noi tocca i vertici della sua “micro-storiografia del divertissement”: a quel sapiente era stato predetto da un astrologo «che sarebbe morto in una fossa, e pertanto egli evitava con grande cura ogni voragine, cratere, fossato, botro, pozzo, buca, botola, e che so io; ma non aveva riflettuto sul probabile significato allegorico della predizione». In poche parole: il già anziano medico si sposa con una giovane focosa florentis juvenis toro dignam. Così il vecchio dottore volle mostrarsi, lui, buono e valido marito, cadendo in eccessi che il condussero rapidamente alla tomba». L’avverarsi della funesta profezia, della “fovea” fatale su cui Doria gira e rigira con dotte citazioni, tra il serio e il faceto, è praticamente tutta racchiusa nel titolo della scheda su Giovan Manardi e “La Fossa”, dove alla “o” si sostituisca la “e”. Uno degli aneddoti, “Vendetta tipografica” riguarda addirittura Erasmo da Rotterdam, al quale le maestranze della celebre stamperia dei Froben a Basilea avevano chiesta una mancia per stampargli con più cura un suo libro, dedicato alla letterata regina Maria d’Ungheria, sorella di Carlo V. Essendosi Erasmo rifiutato di dar quella mancia, gli addetti gli giocarono un brutto tiro: con un finto refuso tipografico nell’epistola dedicatoria (traduciamo noi dal latino elegante di Erasmo) la regina «sempre pronta ad usare la “mente” come a tale donna conviene» diventa sempre pronta ad usare la “mentula”, che in latino designa l’asta maschile. La scheda conclusiva del libro è dedicata al famoso detto “Agosto, moglie mia non ti conosco” che non è, come si crede, originalità di titolo usata da Achille Campanile per un suo libro, ma un adagio popolare, registrato da un viaggiatore del Seicento, Francesco Maynard, a Roma in missione diplomatica, che nelle sue “Lettres” (Paris, 1653), dice dei mariti romani (traduciamo dal francese) che «durante la canicola agostana cacciano dai loro letti le mogli. Nel grande caldo d'agosto, Moglie mia non ti conosco, e il primo settembre (non c’era ancora il surriscaldamento del pianeta terra) le riaccolgono a letto, ma prima della copula le portano festosamente a spasso, quasi in processione» e aggiunge il francese «è un gran piacere vedere questa scena galante, e sapete come chiamo io questa festa? Festa della moltiplicazione del genere umano». Si leggeva e si legge con piacere Gino Doria, per lo stile e per la straordinaria ricchezza di riferimenti bibliografici, molti dei quali sono frutto delle sue accuratissime ricerche di storico e bibliofilo, come nel caso del rarissimo libercolo femminista delCinqucento di Francois de Billon, dedicato a Caterina de’ Medici, scritto a Roma nel 1550 e pubblicato a Parigi nel 1555: «Le Fort inexpugnabile de l’ Honneur du sexe féminin». Della sua vastissima e scelta raccolta libraria Doria donò circa 10.000 volumi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.